" Lo sport in Italia? Come ai tempi della D.D.R." di Silvio Boccalatte

http://www.lindipendenza.com/wp-content/uploads/2012/05/SPORTS.jpgLo Stato ci ha abituato a penetrare profondamente nelle nostre vite, in ogni ambito delle nostre vite. Lo fa con lo sguardo sorridente di un buon amico, sussurrandoci ossessivamente che lavora per il nostro benessere e per il nostro futuro. Così, il modo stesso di concepire la realtà è stato manipolato e ora riteniamo, ad esempio, che nessuna forma di istruzione di massa sia mai esistita senza la scuola pubblica, che il teatro, la musica, il cinema e lo spettacolo necessitino strutturalmente di un cospicuo intervento statale, senza il quale la cultura verrebbe annichilita, spazzata via e sostituita dai cinepanettoni.

Sofocle, Plauto, Tommaso d’Aquino, Shakespeare, Voltaire, Verdi e tutti gli altri sono esistiti solo grazie ai soldi dei contribuenti, ovviamente.

Ma c’è un ambito in cui l’intervento dello Stato è ancor più sotterraneo, e subdolo: lo sport. A prima vista lo sport sembrerebbe il regno incontrastato del tempo libero, dell’iniziativa privata più spontanea e selvaggia: quella che si esplica in quattro calci ad un vecchio pallone in un campo di periferia. Ma non è così: la verità è ben diversa e dimostra come lo Stato sia divenuto il padrone della realtà senza che gli individui se ne siano accorti.

Limitandoci anche al solo sport italiano, infatti, si deve immediatamente osservare come ogni disciplina sia gestita da “federazioni” che fanno capo al CONI, un ente pubblico che dipende dal governo. Ecco, allora, che riusciamo ad intravvedere come lo Stato possa giungere addirittura a scrivere le regole di uno sport: il cittadino è libero di non accettarle, ma in tal modo non può più di dire di praticare “quella” determinata disciplina sportiva secondo “il regolamento”!

Da questa considerazione scaturisce un corollario su cui val la pena riflettere: ogni manifestazione sportiva di un certo rilievo è completamente assorbita nell’ambito di attività dello Stato o delle sue ramificazioni. La massima espressione dello sport – le olimpiadi – è divenuta un affare degli stati e per gli stati: la decisione del luogo dove si svolgerà ciascuna edizione, le modalità di partecipazione, finanche la partecipazione dei singoli atleti, sono ambiti in cui si esplicano “giochi” politici con cui lo sport non ha nulla a che vedere.

Basti pensare a ciò che è accaduto in occasione delle olimpiadi di Mosca del 1980, cui gli Stati Uniti (e quasi tutti i Paesi Occidentali) hanno deciso di non partecipare come protesta contro l’occupazione sovietica dell’Afganistan, e le olimpiadi del 1984, cui non hanno partecipato gli Stati del blocco sovietico proprio in ritorsione alla mossa di quattro anni prima. Ecco, appunto, rileggete la frase precedente: i “partecipanti” sono gli stati, non gli atleti, come se a gareggiare fosse la Signora Francia o la Signora Italia. La cruda realtà, però, è che gli Stati hanno impedito (e potranno farlo anche in futuro) a liberi individui di partecipare alle olimpiadi perché delle olimpiadi essi sono i signori e i padroni.

Ma v’è di più, v’è un elemento cui non si pensa quasi mai: nella maggior parte delle discipline sportive (soprattutto quelle “di nicchia”) gli atleti non gareggiano per se stessi, né per squadre private (associazioni, società), gareggiano per lo Stato, cioè rappresentano un corpo militare o paramilitare dello Stato. In estrema sintesi: sono atleti di Stato, retribuiti dai contribuenti per gareggiare in nome dello Stato. Come se non bastasse, anche i luoghi ove si pratica lo sport sono, generalmente, di proprietà pubblica, di solito comunale. Seguendo il bizzarro postulato secondo il quale le attività sportive diverse dalla corsa campestre non troverebbero zone in cui esplicarsi senza l’intervento pubblico, ai privati e agli sportivi è stato sottratto anche il controllo degli stadi di dimensioni superiori al campetto della parrocchia.

Ai tempi della cortina di ferro si era soliti ripetere che, al di là del Muro, anche lo sport era affare di Stato e, anzi, era un mezzo con cui il Partito comunista voleva dimostrare la superiorità del sistema economico pianificato sul capitalismo: le incredibili vittorie della Germania Est, ottenute anche a scapito della salute degli atleti, ne erano la dimostrazione più palese. Ora, visto come e quanto lo Stato controlla lo sport nelle nostre società contemporanee, siamo proprio sicuri di vivere in una realtà così distante da quella della DDR?

*Gentile concessione della rivista LIBERAMENTE, edita dalla fondazione Vincenzo Scoppa

Fonte: http://www.lindipendenza.com/lo-sport-in-italia-come-ai-tempi-della-d-d-r/

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