" Lettera ai giovani indignati, bravi figli di mamma appiedati" di Mino Fuccillo

http://download.kataweb.it/mediaweb/image/brand_lacittadisalerno/2011/07/30/1312019987624_paganimanifestaz-dopo-arresti7.jpgHanno scritto a Napolitano, a Draghi e a Trichet, “c’è posta” anche per loro. Per i giovani che non ne possono più. Giustamente non ne possono più. Stanno pagando più di altri, molto più di altri la depressione, la contrazione, la torsione dell’economia occidentale e del mondo in cui sono nati. Pagano in forma di lavoro precario e mal pagato. Pagano, anche se se lo dimenticano questo, in forma di pessima scuola e università che li alleva e uniforma ad una sorta di analfabetismo concettuale. Pagano in forma di futuro lontano con possibili pensioni appena di sopravvivenza. Pagano in forma di affitti che non possono pagare. Pagano in forma di abbattimento e caduta della sicurezza e della speranza. Pagano ovunque e in Italia ancora di più il conto di una generazione di cavallette che tutto si è mangiato, quella dei loro genitori. Pagano e non ne possono più di pagare. Giustamente. Ma non sembrano avere cuore e intelletto per chiedere, esigere e ottenere che siano soprattutto altri a pagare, appunto le cavallette. Chiedono ed esigono, e difficilmente otterranno molto di meno e in fondo molto di peggio: vogliono essere risarciti. Sono bravi figli di mamma rimasti appiedati che non sopportano veder partito l’ultimo convoglio, le ultime carrozze del privilegio e del garantito. Urlano che il treno si fermi, li aspetti. Per farli salire. Di cambiare i binari e il percorso in fondo non se la sentono e neanche lo immaginano. Non sono rivoluzionari e neanche riformisti, sono solo dei danneggiati. E qui si fermano, a reclamare risarcimento del danno. Risarcirli, risarcire una generazione danneggiata con soldi e risorse pubbliche? Si può fare, si deve fare. Ma quali soldi e quali risorse? Potrebbero, dovrebbero volere per loro, per il loro lavoro, le loro pensioni, il loro reddito ad esempio quegli almeno dieci miliardi all’anno che la Sanità pubblica spreca. Spreca, non ruba. Spreco e non tangenti. Ma attenzione: risarcirli con quei dieci miliardi potrebbe, dovrebbe significare togliere al portantino che casomai sfila e protesta con loro sotto le insegne dei Cobas. Portantino che non va messo in mezzo a una strada ma che non può essere in organico a vita e a prescindere. E potrebbe, dovrebbe significare togliere al fornitore della Sanità pubblica il sovrapprezzo che applica o al manager pubblico e alla clinica privata la rendita che considerano diritto acquisito. Manager, primario, infermiere, imprenditore, magazziniere o trasportatore, tecnico o farmacista che forse non sfila con loro ma con loro abita come genitore, zio, nonno, cugino, amico. Potrebbero essere risarciti con una parte minima dei 43 miliardi che non si spenderebbero più se la Pubblica Amministrazione fosse tutta digitalizzata. Ma risparmiare quei soldi e con essa risarcire gli indignati potrebbe, dovrebbe togliere abitudini e vizi di lavoro e di carriera al pubblico dipendente che forse sfila con loro sotto le bandiere della Cgil o della Cisl. Potrebbero essere risarciti con parte dei 40 miliardi che ogni anno lo Stato versa a pioggia come incentivi alle imprese. A pioggia, cioè non alle imprese che creano lavoro e prodotti che si vendono. A pioggia e a discrezione burocratico/politica. Ma recuperare quei soldi, indirizzarli solo alle imprese che servono ai giovani potrebbe, dovrebbe colpire gli avvocati specializzati in caccia al bando e alla pubblica sovvenzione. Gli avvocati nel cui studio forse i giovani indignati sperano di entrare. Potrebbero essere risarciti togliendo di mano ai governi e ai politici locali una parte degli ottanta miliardi di spesa discrezionale, non per stipendi, scuole, ospedali. Ma per sovvenzioni o incentivi. Sovvenzioni e incentivi mediati dalla politica di cui, attenzione, si chiede da parte degli indignati restino in piedi, anzi aumentino. Potrebbero essere risarciti mandando in pensione i loro genitori a 65 anni veri. Ma gli indignati si indignano per i tagli, non alle pensioni, ma ai diritti acquisiti. Potrebbero essere risarciti con i proventi di una imposta patrimoniale. Ma sarebbero risarciti davvero di un futuro scippato solo se i soldi di una patrimoniale servissero ad abbassare l’Irpef per lavoratori e imprese e non per inseguire i buchi della spesa pubblica. Risarcirli con soldi e risorse private? Si può e si deve. Troppo storto è l’albero della redistribuzione del reddito nelle società occidentali. Sacrosanta e ineludibile è la richiesta di maggiore equità, una volta si diceva giustizia, sociale. Ma i ricchi sfondati non sono l’un per cento e poi il restante 99 per cento tutti innocenti e con le tasche vuote. Anche qui bisogna avere cuore e intelletto per sapere e dire con chiarezza a chi togliere: non solo banchieri e plutocrati ma professionisti, professori, commercianti… Gente comune, gente di casa, gente di casa, anche casa dei giovani indignati. E poi questa storia del debito. “Il debito non è nostro”. “No alla Bce, no all’austerità”. ”Viva l’insolvenza”. Così gridano in ottima fede gli indignati. Fede ingenua e consolatoria. Di debito ha vissuto e prosperato tutta la società. Il debito è nel biglietto del bus che costa un terzo di quello che costa il trasporto pubblico. Il debito è nel costo “politico” della scuola e dell’università. Il debito è stato il motore e la benzina dei consumi e dei bisogni che i giovani giudicano insopprimibili perchè i padri ne hanno goduto. Il debito è stato ed è la farina e l’olio del consenso politico e sociale. Il debito è quel che tiene in piedi e ha costruito l’enorme montagna degli 800 miliardi di spesa pubblica che non finiscono nelle tasche dei banchieri ma che irrigano con mille rivoli la società. Il debito che è di tutti, nelle tasche di tutti e che va ripagato. Altrimenti non avranno i giovani indignati la remissione dei debiti evangelica ma l’impossibilità di un mutuo per la casa, di un finanziamento per l’impresa, di una assunzione con un contratto vero. Gridare, inneggiare all’insolvenza è turibolare al disastro e alla miseria. Se solo i giustamente indignati avessero cuore e intelletto per esigere chi e come il debito ripaga. E questa storia delle banche, di “Bankitalia occupata”. E dei mini assalti là dove ci sono le carte e i documenti. E’ tutto nuovo, internet e tweet, iPad e la rete…ma non proprio tutto nuovo. Una volta si chiamavano jacqueries, erano le rivolte di jacques il contadino che non ne poteva più. Assaltava comuni e prefetture dove c’erano i documenti di proprietà e d’anagrafe, bruciava tutto. Si scaldava a quel fuoco per due giorni, una settimana e poi tornava a lavorare nei campi spezzandosi la schiena come prima. La crisi, la grande crisi non delle banche ma di un modello economico e sociale basato sul debito, la crisi della democrazia della spesa è come ogni vera crisi di sistema insieme dramma e occasione. Il treno sta deragliando, i giovani indignati sono stati lasciati a piedi. Dovrebbero apprendere la fatica ed elaborare la gioia della posa di nuovi e diversi binari. Più equi, più sostenibili. Non occupare la stazione e magari assaltarla quella stazione da cui l’ultimo treno se n’è andato mollandoli. Ci vuole cuore e intelletto. Altrimenti si è solo bravi figli danneggiati e abbandonati, bravi figli di mamma appiedati che imprecano contro l’invenzione delle ferrovie. ( Fonte: www.blitzquotidiano.it)

Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Cedistic © 2014 -  Ospitato da Overblog