Le multinazionali sottomettono la Grecia - di Andrea Perrone

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Undici compagnie propongono contratti-capestro ai lavoratori greci con salari da fame e senza liquidazione

Il popolo greco è ormai alla mercé delle multinazionali che speculano sulla pelle di lavoratori e disoccupati. Non bastava la povertà diffusa, la svendita dei “gioielli di famiglia” alla Cina (il Porto del Pireo, ecc.), la recessione galoppante provocate dalle misure di austerità che come in un vortice stanno inghiottendo il Paese a causa dei prestiti onerosi concessi dalla troika dell’usura internazionale, ora anche le grandi lobby affaristiche speculano sulla miseria del popolo ellenico ridotto sul lastrico. Ma il problema più serio è alla base, al di là di ogni giustificato umanitarismo, la Grecia una volta persa la sua sovranità nazionale e quindi economica per merito dei prestiti ad usura che hanno obbligato i governi ad imporre misure draconiane Atene è diventata schiava di tutti i grandi organismi e oligopoli dell’usura. In questo modo le grandi multinazionali approfittando della situazione obbligano i loro dipendenti a lavorare per un salario da fame di soli 250 euro e altre addirittura si spingono oltre, chiedendo l’abolizione degli stipendi minimi e della liquidazione. Una serie di richieste queste avanzate da ben undici aziende, tra cui l’italiana Barilla, che hanno chiesto l’applicazione di accordi-capestro al governo ellenico ai danni di lavoratori neo-assunti.
Le compagnie internazionali sono infatti disposte a concedere ai loro dipendenti ellenici stipendi mensili da fame, pari a circa 250-300 euro, soltanto per un lavoro part-time e modifiche nel diritto del lavoro per evitare di incorrere al pagamento degli indennizzi. Una proposta questa annunciata durante un vertice tra il ministro greco dello Sviluppo economico Kostis Chatzidakis e i rappresentanti di undici società multinazionali, tra cui la Barilla, la Bic Violex e la Nestlè. Tuttavia nell’edizione domenicale del quotidiano ellenico To Vima, si sottolinea che agli occhi dei tecnocrati delle multinazionali, l’ulteriore riduzione degli stipendi sarebbe un prerequisito per l’incremento della competitività e un favore fatto ad un gran numero di disoccupati ellenici.
“Investiremmo molto di più, se la Grecia fosse più propensa agli investimenti”, hanno dichiarato all’unisono gli undici dirigenti delle rapaci compagnie, chiedendo una limitazione delle pratiche burocratiche, una riduzione dei costi energetici e una semplificazione delle procedure per svolgere le attività produttive. Addirittura il gruppo di tecnocrati ha sorpreso il governo greco quando ha sollevato la questione su un’ulteriore riduzione degli stipendi, in modo particolare per i giovani disoccupati che ormai purtroppo sono un esercito. “Non riusciamo a capire perché debba esistere un limite minimo di stipendio in un Paese in cui la disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli inverosimili. Dateci la possibilità di assumere giovani lavoratori a poco prezzo. Lavoreranno meno ore e meno giorni alla settimana”, ha suggerito Giorgios Spilopoulos, amministratore delegato di Barilla Hellas. È evidente che le multinazionali hanno deciso di speculare con il pretesto di offrire un lavoro a chi non lo ha e sono disposti ad offrire sempre meno pur di fare affari in un Paese vittima della speculazione rapace dei Signori del danaro. Dal canto suo il ministro Chatzidaki non ha rifiutato la richiesta ma si è limitato ad affermante ai suoi interlocutori: “Non è in mio potere, passerò la richiesta a chi di dovere”, nel senso di essere disposto ad inoltrare la richiesta al suo omologo del Lavoro. A questo i rappresentanti del governo ellenico hanno cercato però di capire quali dovrebbero essere esattamente le richieste dei rappresentanti delle multinazionali. “Esattamente, che livello minimo di stipendio intende?”, ha chiesto un funzionario del ministero rivolto a loro. “Potremmo dare 250-300 euro al mese per un lavoro part-time, tre o quattro giorni alla settimana”, hanno proposto otto dirigenti su undici, durante il lungo incontro tenuto dai tecnocrati di Bic Violex e Nestlé. In particolare il delegato di quest’ultima multinazionale, Raymond Franke, ha posto inoltre un’altra “bella” questione sul tavolo trattative riguardante il lavoro: “Va ridotto anche il tempo per informare un dipendente del suo licenziamento”, per poter evitare di incorrere al pagamento della liquidazione ai dipendenti licenziati. Per fortuna a questo punto è intervenuto il rappresentante del governo ellenico, il ministro Chatzidakis che ha dichiarato ai dirigenti: “Il governo crede che gli stipendi minimi non possono essere ulteriormente ridotti”. Tuttavia, i delegati delle multinazionali si sono dimostrati determinati nel portare avanti le loro richieste. Secondo gli ultimi dati, la disoccupazione in Grecia ha raggiunto il 27% nel novembre 2012, e i giovani disoccupati sarebbero il 60,1%. Dopo un’interminabile pressione da parte della troika dell’usura, il minimo salariale era stato ridotto nel febbraio 2012 a 586 euro lordi al mese per tutti i lavoratori, tranne che per i giovani al di sotto dei 25 anni ai quali era dovuta invece una somma di 510 euro mensili. Ma ora qualcosa è nuovamente cambiato: naturalmente in peggio. E allora si può pagare ancora meno i propri dipendenti qualsiasi età abbiano. In sostanza retribuire 250 euro i lavoratori part-time significa pagare 500 quelli a tempo pieno. Ovviamente, i dipendenti part-time avranno meno diritti, non usufruiranno di vacanze, di bonus e di un risarcimento molto più basso qualora vengano licenziati. Ma in qualsiasi caso sia gli uni che gli altri, part-time o full-time, vivranno con un magro salario e con dei diritti sul lavoro praticamente azzerati per soddisfare l’ingordigia delle società multinazionali pronte a speculare ovunque sia possibile e ai danni di chiunque.
Fonte: www.rinascita.eu

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