" La vita altrove, in attesa del contatto" di Federico Brusadelli (int. a Roberto Pinotti)

http://img204.imageshack.us/img204/9531/vortice1jpg2tc3.jpgSe si parla di spazio, alla fine, in un modo o nell’altro, si arriva a parlare di extraterrestri. E se si parla di extraterrestri, in Italia c’è una vera autorità: Roberto Pinotti. Sociologo, giornalista per la Rivista Aeronautica, fondatore del Centro ufologico nazionale, collaboratore del Seti e del Geipan, e poi autore di decine di bestseller sul tema. L’ultimo, Alieni un incontro annunciato, viene pubblicato in questi giorni da Mondadori. Con lui cerchiamo di affrontare il tema “alieni” da tutti i punti di vista: il contatto, gli archivi segreti, l’uso dei media. E poi la religione, la psicologia, le profezie. Perché nel 2012 qualcosa, forse, potrebbe succedere.

 

Uno dei suoi libri più fortunati si intitola Ufo: fattore contatto. Partiamo proprio da qui: un eventuale incontro con gli alieni, visto in un’ottica sociologica, che problemi porrebbe?

Il discorso parte da lontano. Nel 1938, gli Usa furono vittima del famoso “scherzo” radiofonico di Orson Welles, basato sulla Guerra dei mondi di Wells. Suicidi, esodi in massa, danni per milioni di dollari: insomma, un evento che segnò col fuoco il problema Ufo. Così, quando in tempo di guerra fredda si iniziò a porre il problema, con ondate sempre più consistenti di avvistamenti, le autorità paventarono che un’opinione pubblica poco preparata potesse reagire male a eventuali rivelazioni, e si potessero far detonare meccanismi pericolosi. Era, tra l’altro, l’opinione anche di un uomo che nel dopoguerra veniva definito “nemico degli Ufo”, l’astronomo Donald Menzel, dell’Università di Harvard.

 

E quali contromisure furono prese, per prevenire eventuali ondate di panico?

Come dicevo, ci furono ondate crescenti di avvistamenti, negli Stati Uniti, con un picco nel 1952, con più di 1600 casi che crearono una vera e propria psicosi. Time, Life e altri giornali si chiedevano se erano russi o se erano alieni. Quando poi, nel corso di questa ondata, ci fu il sorvolo di Washington da parte di formazioni di Ufo, per almeno tre volte, anche su zone “tabù” – e ci sono i rapporti ufficiali, i riscontri radarici delle autorità aeroportuali e la conferenza stampa di smentita da parte del generale Sanfords dell’Aeronautica militare, per impedire che la psicosi degenerasse – il governo americano decise, nel gennaio 1953, di istituire una commissione di studio sul fenomeno, la cosiddetta commissione Robertson, dal nome del fisico che la presiedeva. Era, in sostanza, un gruppo di lavoro che doveva delineare, per il governo, le linee guida da seguire in tema di Ufo. I lavori durarono circa 10 giorni, e all’epoca i verbali furono secretati. Sono stati resi noti al pubblico oltre trent’anni dopo. E sono anche abbastanza inquietanti: spiegano tutto, anche se alcune cose si sono capite solo con il passare del tempo.

 

Cosa c’è di inquietante in questi verbali?

Intanto, sebbene fosse uno studio portato avanti da scienziati e tecnici, era condizionato fortemente dall’intelligence, dato che a partecipare ai lavori c’erano tre alti funzionari della Cia, di cui si conoscono oltretutto nomi e cognomi. La preoccupazione, insomma, era sempre quella: che un’opinione pubblica impreparata potesse reagire male. E quindi furono elaborate due linee guida, al riguardo. Il debunking e il training. Il debunking, “discredito”, era una tecnica molto semplice, e fu applicata da subito, anche in modo pesante. Si screditava il fenomeno in maniera sistematica, si screditavano i testimoni, si ridimensionava tutto e si tranquillizzava l’opinione pubblica. È una politica “attendista”, che risolve solo temporaneamente il problema.

 

E per training si intendeva “allenamento”?

Esattamente. Il training è certamente meno semplice, ma è stato portato avanti in maniera altrettanto zelante, e in pochi se ne resero conto, all’epoca. Questo “allenamento” doveva essere attuato nei confronti del pubblico americano attraverso la letteratura popolare, i mezzi di informazione, il cinema e la televisione. Solo in un’ottica di lungo periodo ci si accorge che questa direttiva è stata portata avanti, ecco perché parlavo di cose, nei verbali della commissione Robertson, che si sono capite con il passare del tempo. A dire il vero se ne era accorto già sul finire degli anni Settanta il professor Allen Hyneck, colui che ha dato nobiltà scientifica all’ufologia, che mi disse: «È una cosa che si percepisce ma non ci sono dati scientifici, se vedi che continua nel corso degli anni, fra dieci anni potrai permetterti di dire qualcosa». In effetti, dal 1955 in avanti, il genere letterario della fantascienza, che prima era considerato di serie B, è passato in primo piano, “pompato” oltre ogni dire, soprattutto negli Usa. La stampa, poi, si è occupata dell’argomento in tutte le salse possibili con inchieste e articoli, naturalmente pro e contro, ma comunque trattando il tema Ufo. E poi, il cinema e la televisione.

 

Ma il fatto che l’exploit del genere fantascientifico sia stato in qualche modo “voluto” e che rientri in questa strategia del training, è documentato? Ci sono prove?

Già alla fine degli anni Settanta, Barry Goldwater, senatore dell’Arizona ed ex generale dell’Aeronautica, sosteneva che gli Ufo erano una realtà; quando divenne presidente della Commissione Servizi armati cercò anche di accedere agli archivi, ma gli negarono l’accesso, cosa che, tra l’altro, lo mandò su tutte le furie. Insomma, c’è una lettera di Goldwater in cui scrive dell’esistenza di un piano teso a informare gradualmente il pubblico americano sulla realtà del fenomeno. E se una personalità di tale livello dice una cosa del genere, non sarà tutta un’invenzione.

 

Dunque il cinema come mezzo di propaganda pro-Ufo…

Certo, ce ne rendiamo conto se andiamo a vedere come, dal 1952-53 a oggi, sia stata utilizzata Hollywood, la fabbrica dei sogni, che da sempre è un potente strumento di propaganda: contro i paesi dell’Asse, contro il nemico comunista e oggi contro il terrorismo, per esempio. C’è dietro una regia, insomma (io ne ho parlato in Fantacinema, effetto Ufo), e le produzioni hollywoodiane sono state senza dubbio usate per condurre una politica di “acculturazione” su questo tema. Pensiamo all’ultimo capitolo di Indiana Jones. O alle serie tv, che ti entrano in casa: Star Trek, X-Files… L’esistenza di queste “produzioni orientate” potrebbe essere molto più fondata di quanto non sembri. Il risultato, comunque, c’è. Ma si vede solo se si è attenti dal punto di vista delle dinamiche sociali.

 

E quando sarà considerato concluso l’allenamento?

Forse il training deve durare ancora un po’, ma ci sono voluti sessant’anni per “convincere” i tre quarti della popolazione, non ce ne vorranno altri sessanta per convincere gli altri. Io penso che in una decina d’anni nessuno negherà più. A gennaio, il Tg1 ha fatto un sondaggio dal quale è emerso che quasi il 75% degli italiani crede all’esistenza degli Ufo.

 

Ma gli avvistamenti, le esperienze di contatto, i racconti di rapimenti da parte di alieni, ecco, tutto questo non si può spiegare semplicemente adottando un punto di vista “psicologico”? Come proiezione, come manifestazione simbolica dell’Altro? O come bisogno quasi religioso, esigenza di credere in qualcosa?

Sì, è una teoria che ha esposto anche Carl Gustav Jung, in un suo bellissimo libro del 1957, Cose che si vedono nel cielo. Un testo in cui Jung tende a spiegare la maggior parte degli avvistamenti ufologici come espressione della necessità umana di proiettare al di fuori di sé, magari nel cielo, timori, speranze, aspettative; e di farlo magari attraverso raffigurazioni rotonde, come i mandala. Ma è grave che chiunque citi questo libro, psicologi compresi, non legga mai l’ultima parte. Si tratta di un capitolo intitolato Gli ufo sotto il profilo non psicologico, in cui l’autore dice che oltre a questi casi di “proiezione”, esistono indiscutibilmente episodi di avvistamenti concreti di mezzi volanti non terrestri. Un fatto che, da un punto di vista psicologico, pone un problema di “gravità inaudita”, secondo il grande psicanalista.

 

Ovvero?

Beh, se la nostra civiltà umana dovesse confrontarsi con qualcuno che arriva su questo pianeta e ci “scopre”, sarebbe un fatto senz’altro drammatico, per noi. Saremmo vittime di uno shock culturale paragonabile a quello vissuto dalle popolazioni precolombiane nel momento in cui gli europei sbarcarono in America: quelle popolazioni non sono antropologicamente implose perché gli spagnoli le hanno piegate militarmente, ma perché hanno ceduto psicologicamente agli invasori; perché hanno cercato di diventare “brutte copie” di quei nuovi venuti che consideravano, in taluni casi, degli dèi. Hanno perso, insomma, la loro identità culturale, credendo di poterne acquisire un’altra e solo adesso, dopo cinque secoli, cercando di recuperarla. Ecco allora il rischio di implosione. È un problema che viene affrontato anche in uno studio, firmato tra gli altri dall’antropologa Margaret Mead, realizzato nel 1959, in occasione dell’istituzione della Nasa. Si riteneva che la Nasa avrebbe potuto entrare in contatto con realtà intelligenti “altre”, e in questo studio vengono analizzati numerosi casi di civiltà che, in seguito all’incontro con civiltà superiori, collassano.

 

Collassano in che senso?

La prima cosa che salta è l’autorità. Mettiamo che domani arrivano gli alieni. La gente si renderebbe conto di avere a che fare con una civiltà molto più avanzata, e questo basterebbe a delegittimare le nostre autorità, automaticamente considerate de facto inferiori rispetto ai nuovi venuti, dai quali, tra l’altro, si pretenderebbero tutte le risposte. Obama, tanto per fare un esempio, sarebbe omologato ad Alberto di Monaco. Insomma, è ciò che viene chiamato “rischio anomia”. La crisi dei valori di riferimento, la crisi delle norme, delle leggi, dell’autorità. Il problema, in sostanza, è la tenuta dell’ordine pubblico.

 

E l’intento di queste civiltà superiori sarebbe quello di farci implodere, di farci soccombere?

Jung nel suo libro ha detto di augurarsi che una specie così avanzata, in grado di raggiungerci da chissà dove, si renda conto che, se non siamo ancora pronti, rischierebbe di disastrarci dal punto di vista psicologico: pertanto, cercherebbe di dilazionare il contatto finché non siamo pronti. E infatti questi mezzi non prendono contatto, ma si “disimpegnano”: ciò forse significa che sanno di dover attendere. Tra l’altro, tornando al training, la prima direttiva di Star Trek è che le civiltà superiori non devono interferire nello sviluppo di quelle inferiori…

 

Da un paio di anni alcuni governi stanno aprendo i loro archivi, rendendo disponibili dati che riguardano presunti avvistamenti e contatti. Lei che idea si è fatto? Perché lo fanno? Per prepararci (sempre training, dunque) o perché non c’è nulla da nascondere?

Effettivamente è un fatto che negli ultimi due, tre anni, molti governi stanno aprendo i loro archivi, stanno divulgando i file. E stanno dicendo, di fatto, che il fenomeno esiste: Inghilterra, Francia, Belgio, Spagna, i paesi scandinavi, Ecuador, Messico, Brasile, Uruguay.

 

E gli Stati Uniti?

Gli americani, che da questo punto di vista hanno sempre gestito tutta la situazione a livello planetario, fondamentalmente temono alterazioni all’American way of life. Direi che stanno cercando di vedere che effetto fanno altrove, queste “rivelazioni”. Anche perché se gli Stati Uniti avessero voluto ostacolare l’uscita di queste informazioni in paesi amici e alleati, l’avrebbero potuto fare senza problemi. Invece hanno lasciato fare. Stanno cercando di capire che direzione prendere, stanno prendendo le misure. E il risultato, in questi altri paesi, è che la gente metabolizza.

Allora queste progressive aperture sarebbero il preludio a qualche “rivelazione”?

Sì, sembra che, dopo tanto tempo, ci stiamo preparando a qualcosa di diverso, a un cambio di passo. Finalmente, direi. Io sono fra quelli che hanno denunciato la politica di top secret e di cover up, portata avanti soprattutto dalle autorità americane, ma devo ammettere che, almeno all’inizio, non si poteva fare altrimenti. Ma il gioco è durato troppo.

 

Gli Ufo e la religione. L’esistenza degli alieni sarebbe un problema per la dottrina della Chiesa?

La Chiesa già oggi sta assumendo delle posizioni incredibili. È un percorso iniziato dapprima timidamente con padre Connell, negli anni Cinquanta, sulla rivista La croix; proseguito poi attraverso padre Grasso, grande teologo ora scomparso e con monsignor Balducci, che si diceva convinto che se la Chiesa avesse ritenuto non teologicamente corrette le sue affermazioni, lo avrebbe certamente smentito (cosa che mai è avvenuta). E infine, concluso recentemente con la nomina a direttore della Specola Vaticana di padre José Funes, che ha subito detto, poco dopo essersi insediato all’Osservatorio pontificio: gli alieni esistono e dobbiamo considerarli nostri fratelli, anzi devono esistere perché altrimenti si verrebbe a contraddire il principio dell’onnipotenza creatrice di Dio. Ora, tutti questi concetti li aveva espressi quattrocento anni fa, nelle sue opere, il povero Giordano Bruno. Le stesse cose. Tutto questo mi fa pensare che la Chiesa stia mettendo le mani avanti.

 

E l’Italia? Come affronta la questione Ufo, se la affronta?

L’Italia apparentemente ha avuto una politica di basso profilo, quasi di disinteresse. Le nostre autorità hanno probabilmente passato tutto il materiale agli americani, ma non essere fra coloro che seguono certi avvenimenti, rischia di metterti fuori dai giochi. Noi del Centro ufologico nazionale abbiamo sempre cercato di avere un rapporto positivo con tutti i governi: siamo apolitici per statuto, ma riteniamo che il problema Ufo sia un tema profondamente politico: interessa tutti, investe la collettività. La Francia, per esempio, ha sviluppato una propria politica in questo campo, con la creazione del Geipan – e tra l’altro per istituirlo e farlo funzionare non hanno certo speso cifre esorbitanti. E così, ultimamente, si parla più della Francia che degli Usa, quando si parla di oggetti volanti non identificati. Insomma, una politica autonoma paga. Anche noi del Cun, quando ci fu il collasso dell’Urss, traducemmo e divulgammo nel 1993 dei file del Kgb. Senza sensazionalismi, la fornimmo agli enti di governo italiani e all’intelligence, e fummo anche ringraziati per questo. Ma è un campo in cui davvero bisogna procedere con prudenza e delicatezza.

 

Dunque auspica la creazione di qualcosa di simile al Geipan anche nel nostro paese?

Uno Stato “coscienzioso” dovrebbe capire che, in certi casi, prevenire è meglio che curare. E creare delle strutture per prepararsi a eventi straordinari. Il mio è un discorso che va al di là degli Ufo…

 

A cosa si riferisce?

La Repubblica ha ripreso pochi mesi fa quanto scritto da tecnici Nasa sul New Scientist: nei prossimi anni, probabilmente nel 2012, si potrebbe verificare un’inusitata attività solare. E se ciò fosse vero, a seconda della violenza di queste tempeste solari, le nostre strutture potrebbe andare in tilt. Niente satelliti, niente telefonini, niente internet. E se fosse più violenta, creerebbe problemi a tutti gli apparati elettrici: sarebbe davvero il blocco della civiltà contemporanea. Niente bancomat, niente aerei, niente frigoriferi. Non è per fare i catastrofici, ma se anche la minima parte di tutto questo dovesse verificarsi, noi quali decisioni prenderemmo? Senza allarmismi, forse qualcuno dovrebbe iniziare a farsi queste domande. Magari non succederà nulla, ma, ripeto, prevenire è meglio che curare.

 

Effettivamente girano molte profezie sul 2012…

Le profezie sono una costante nella storia dell’uomo. Sono paure che esistono da sempre. Ma nel 2012, anche se vogliamo credere alle profezie, non finisce nessun mondo. Ciò non significa, però, che non possano succedere cose “impegnative”, o spiacevoli. C’è anche chi sostiene che nel corso dei prossimi anni l’avvicinamento di un corpo celeste – una nana bruna con corpi planetari al seguito, proveniente dalla nube di Ort, potrebbe essere il “secondo compagno del Sole” che si interseca ogni 5000 anni con parte del nostro sistema solare – potrebbe causare strani effetti: sulle maree, sull’assetto geofisico in generale. E di questo si parla, su internet, all’interno di siti governativi americani. Sono scenari anche questi, come nel caso della tempesta solare, ma come comportarsi, nell’eventualità? Bisogna che qualcuno se ne occupi, magari anche dietro le quinte, da punto di vista strategico e organizzativo.

 

Non c’entrano niente gli alieni con il 2012, allora?

Beh, nel dicembre di quell’anno c’è, secondo il calendario Maya, la fine di un ciclo. È la fine di un vecchio mondo, dicono. E dicono anche che, allora, tornerannono gli déi. Resta da capire chi siano questi dèi. Li definiscono esseri celesti…

( Fonte: www.farefuturo.it)

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