La storia nascosta sotto l'A3

Nella Salerno-Reggio Calabria ad agosto. Tra traffico, cantieri e nuove colate di cemento. Dove le antiche Terina e Temesa diventano solo i nomi preferiti del calcestruzzo della speculazione.
Non ci sono soldi per riordinare reperti e rimettere in piedi antiquarium e musei. In Calabria l’archeologia di questi tempi la fanno le ruspe. Effetto secondario dell’edilizia, danno collaterale per le imprese di movimento-terra. Succede senza tanto riguardo, quando per fame di spazio, per errori di calcolo e per pura combinazione speculativa, le benne azzannano la terra sotto i cantieri. Le ruspe digeriscono tutto, rivoltano il passato e sbriciolano storie. Bisognerebbe approfittarne lo stesso. Anche a scavare alla rinfusa quella che rivolti è sempre terra concimata dalla storia e dalle spoglie moriture dei nostri tremila anni. Così scavando vicino la Statale 18 che corre accanto alla spiaggia e lo svincolo da cui risale l’autostrada verso Nord, vicino a Portavecchia di Nocera Terinese, è venuta alla luce una necropoli ellenica, grande almeno quanto un campo di calcio. La Magnagrecia era di casa in questi paraggi, oggi regno usurpato da grovigli di strade, colate di cemento e case abusive.

Una scoperta di valore mondiale, attesa da archeologi e studiosi. Un complesso grande e ben conservato, con molte tombe in vista, che dimostra la presenza nelle vicinanze di una città antica. Forse è Terina o l’omerica Temesa del mitico viaggio Odisseo, nomi leggendari sull’orizzonte che si apre davanti al pennacchio dello Stromboli e alle isole Eolie. Città antichissime addormentate da millenni sotto la crosta di terra riarsa dai fuochi che ogni estate divampano su questi promontori allineati davanti alla vastità del Tirreno, appena discosti dalla moderna palude di cemento e di traffico che si stende sulle marine, da Capo Suvero a Piano della Tirena di Falerna, a Piano Grande di Serra d’Aiello. Luoghi depositari di memorie che vanno dal XIV secolo a.C. fino al caos edilizio e agli scempi urbanistici di oggi. Un patrimonio scoperto per sbaglio sotto il solco di cemento e di asfalto del tracciato della A3, strapazzato periodicamente dalle frane.

Per ora il silenzio e l’indifferenza delle istituzioni hanno impedito la tutela e la valorizzazione dell’area archeologica di Terina, tanto più che i pesanti lavori di ammodernamento dell’autostrada A3 proseguono come nulla fosse tra nuovi sbancamenti e colate di cemento. è dunque un museo all’aperto, ben visibile, questa necropoli violata venuta alla luce ai margini dell’autostrada e dei casermoni per le vacanze. è alla mercè di chiunque. I reperti e le spoglie restano incustodite. Tombe aperte e tombe ancora chiuse che chissà cosa racchiudono e cosa potrebbero svelare. Ma quest’area è uno dei punti più caldi del traffico nord-sud, interessata dai uno dei “canteri permanenti” aperti nell’infelice tratto calabrese dell’A3. Qui l’autostrada ormai è diventata un golem intoccabile, a cui sacrificare tutto. Bisogna girare pagina e mandare avanti i cantieri. Figurarsi il fragile tesoretto della storia, i cocci vecchi, le lamine di bronzo e le ossa spolpate dell’archeologia. Nient’altro che avanzi.

Eppure in via ufficiale, in occasione dell’inizio dei lavori di ripristino eammodernamento di questo tratto dell’autostrada, proprio il ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio, congiuntamente al ministero per i Beni e le Attività Culturali, avevano diramato, il 23 gennaio 2003, un’ordinanza che stabiliva i limiti e le modalità di esecuzione dei lavori sull’A3 nei pressi di «un’area oggetto di tutela ai sensi della legge 1089/39 ubicata in prossimità di Timpa delle Vigne (Terina) che è ai margini del percorso attuale e di quello in progetto e non sarà interessata, neanche marginalmente, da alcun tipo di intervento».

“Nella magnagrecia gli dei non ci son più/ terra bruciata kolassi theos/ terra avvelenata choma kiegome/ nella magnagrecia megalos elada”, recita una strofa amara di Magnagrecia, la nuova provocatoria canzone de Il Parto delle nuvole pesanti. Parole al vento, come le ossa anonime e i teschi calcinati degli antenati greci d’occidente. I resti eroici di elmi e armature, lo scheletro di un guerriero decapitato, cocci di vasi e frammenti, tutto rovistato e messo sottosopra. Al sole, come stracci vecchi sul banco di un trovarobe dei marcatini, le anime di questi morti protestati dalla storia forse così, almeno spero, risorgeranno finalmente dalle tombe divelte e messe a nudo dai cantieri dell’A3. Forse cercheranno di nuovo la strada di casa, davanti alla spiaggia vasta e ghiaiosa del capo della Tirena, dove la leggenda vuole naufragò il corpo della sirena Ligeia. La tomba della fanciulla con i piedi d’uccello il cui canto ingannatore non riuscì a strappare lo scaltro odisseo dall’albero della sua nave, è lì dove ora è si spande il groviglio di strade, ombrelloni, condomini sgangherati e palazzi frudolenti entrati nella top five degli ecomostri italici censiti da Legambiente. Al mito di Ulisse è legata la fondazione del santuario di Polites, uno dei suoi compagni di viaggio affogati tra le insidie di questo mare.

Temesa, altra città-fantasma dell’antichità, che sta qui, sepolta da qualche parte sotto i condomini e i parcheggi. Temesa a cui oggi su questa stessa strada ostruita dal cemento selvaggio e percorsa ininterrottamente dal traffico caotico di pendolari e vacanzieri, sono intitolati ristoranti per banchetti, villaggi turistici e qualche albergone oscenamente modellato in forme neoclassiche. I cartelloni disseminati lungo la SS 18 parlano chiaro. Da queste parti Terina e Temesa, claim di lusso per alberghi e villaggi turistici, sono anche i nome preferiti dal calcestruzzo della speculazione. Una manna per studi tecnici, geometri e ingegneri, immobiliaristi, cementisti, depositi di laterizi, condomini di seconde case, agenzie di affitti e costruttori edili. Tutti in vena di citazioni classiche.

Ma quante Temesa avrà costruito quel palazzinaro di Ulisse? Guido assorto, esploro la strada. Mi guardo intorno. Come un radar vedo gli sfregi, anche quelli minuscoli, i segni dei nuovi depositi di cemento e mattoni, la terra smossa, i lavori in corso destinati a crescere. Il solito paesaggio bombardato, ogni giorno una buca in più. Le adiacenze terreno di coltura per altre strade e nuove semine di cemento. Sto cercando da ore di rimasticare una frase di cui provo a scandire il senso. Un tesoro di sapienza poetica che a ripeterlo a memoria in mezzo a quello che vedo intorno si degrada e risuona come un avviso malvagio.

Davanti a questa ottusa profanazione, al peccato arrogante della metamorfosi, tutto questo assurdo dispendio: «La bellezza tenta il ladro più dell’oro», da Shakespeare. La necropoli sotto la costola dell’A3 adesso si nota anche da lontano se alzo gli occhi dalla strada. Le benne e i grossi camion continuano il loro lavoro stolido e ritmato. Anche oggi smottano veloci la terra vicino alle tombe scoperchiate sul fianco dell’autostrada. Sulle crete squarciate dalle ruspe si alza una polvere rossastra e arida che scompiglia l’aria sciroccosa. Poco più in alto continua a scorrere rumoroso e spericolato il codazzo carico di fretta delle auto e dei tir. L’asfalto nuovo spinge a superarsi prima della salita verso le corsie strozzate dai cantieri di questo tratto eterno della Salerno Reggio-Calabria. ( Autore: Mauro Minervino/ Fonte: www.terranews.it)

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