" La scalata impossibile di Gary il “libertario” !" di Mariarosa Crociani

http://www.ilfuturista.it/images/resized/images/stories/esteri2/johnson1_200_200.jpgLa marijuana? Va liberalizzata: la repressione delle droghe leggere ha fallito. La Rete? È un diritto di tutti, un “campo libero”, e il governo non deve cedere alla tentazione di avvilupparla con regole, censure e controlli. La politica estera? Più “buon esempio” e meno forza militare. I diritti civili? Sono sacrosanti, e lo Stato non può dettare valori ma solo garantire le libertà di ciascuno. Non è il programma di un estremista di sinistra o di un pericoloso fiancheggiatore dei centri sociali, né il libro dei sogni di qualche “zapateriano” duro e puro, ma la piattaforma di Gary Johnson, già governatore del New Mexico dal 1994 al 2002 e tra i primi candidati a scendere in campo per le presidenziali americane del 2012. In campo repubblicano, però.

 

Sì, perchè il candidato Johnson, lanciatosi nella sfida impossibile di vincere le primarie nel Grand Old Party e in quella ancor più impossibile di battere – eventualmente – l'attuale inquilino della Casa Bianca, incarna quel filone liberale e soprattutto libertario che tanta fortuna ha riscosso tra i conservatori americani, prima della “virata” neoconservatrice a base di Bibbia e muscoli impressa da Bush figlio e della esplosione dei tea parties, guidati da Sarah “Barracuda” Palin e convinti assertori del pericolo stalinista incarnato dal presidente Obama. Conservatore lo è, Gary Johnson. Ma solo dal punto di vista (prettamente americano, peraltro) delle “politiche fiscali”: è il governatore che – e lo ricorda con orgoglio – ha tagliato quattordici volte le tasse statali e non le ha mai alzate, guadagnandosi il titolo “most conservative governor”. Ma la strada scelta da Johnson è diversa dalle intemperanze paliniane e dalle crociate bushiane.

 

È un percorso “oltre le ideologie” - come spiega lui stesso sul sito www.garyjohnson2012.com, inaugurato da poco in occasione del lancio ufficiale della sua candidatura – e incentrato esclusivamente sul pragmatismo “costi-benefici” e sul rispetto dei principi liberali dei padri fondatori. Profondamente americano, quando invoca un ritorno alla privacy che metta fine alle troppe erosioni compiuti in nome della lotta per la sicurezza. Profondamente americano quando chiede libertà religiosa, per tutte le fedi. Profondamente americano nel suo racconto di self-made man, appassionato sciatore ciclista e scalatore, che ha iniziato come venditore porta a porta per pagarsi il college e poi ha messo in piede un'impresa di costruzioni che gli ha permesso di pagarsi la campagna elettorale nel suo New Mexico (e di vincerla due volte). Eppure sembrano valori “fuori luogo” in un partito disorientato, incalzato dagli estremisti e incapace di trovare un progetto che sappia parlare all'America con un linguaggio sereno. “Repubblicano per sbaglio”, lo ha definito qualcuno, fraintendendo in un colpo solo la sua identità politica e la storia complessa del repubblicanesimo americano.

E invece l'orientamento politico-culturale di Johnson si incentra molto semplicemente sulla “libertà”, declinata e non solo declamata. Un'idea di società e di politica che il “libertario” Gary porta in giro per gli States da un anno, da quando ha scelto di tornare sulla scena pubblica con un'organizzazione no profit, Our America Initiative.

«Le libertà civili sono fondamentali per l'America», spiega Johnson nel suo programma. E allora sulla protezione dei diritti individuali non si scherza: via il Patriot Act e ripristino dell'habeas corpus, no alle torture e agli abusi visti a Guantanamo, perché «l'America deve guidare il mondo con l'esempio». Ritiro dall'Afghanistan, perché gli Usa devono difendere i propri interessi e i propri cittadini, non sconvolgere la storia altrui. Ma la grande differenza con la tradizione neocon è sul campo dei “valori”. «Siamo una nazione fatta di tanti popoli e di tante fedi: l'unico modo per rispettare tutti i cittadini è permettere a ciascuno di prendere da sé le proprie decisioni». Apertura alle unioni gay, dunque, perché «il governo non deve imporre i suoi valori in tema di matrimonio, ma dovrebbe proteggere il diritto delle coppie di stringere un'unione civile, se lo vogliono, e allo stesso tempo proteggere il diritto delle organizzazioni religiose di seguire i propri convincimenti». E in tema di aborto, la scelta spetta solo ed esclusivamente alla donna. Anche per la ricerca sulle cellule staminali nessuna restrizione, a patto che sia portata avanti da strutture che non godono di finanziamenti federali. Aperture – ed è forse il tema che più caratterizza la proposta politica di Johnson – anche nei confronti della liberalizzazione delle droghe leggere.

 

«La storia parla chiaro – si legge sul sito – e ci dice che la “guerra alla droga” ha solo reso più potenti le organizzazioni criminali». Per creare una società libera dalle droghe, dovremmo mettere in piedi un apparato di polizia intrusivo al punto da tenere sotto sorveglianza i cittadini americani ventiquattr'ore su ventiquattro, “per il loro bene”. Lo accetteremmo, noi cittadini della “terra dei liberi”?», chiede l'ex governatore. Inoltre, altro argomento: la legalizzazione della marijuana, primo “bene” esportato illegalmente dal Messico, migliorerebbe immediatamente le condizioni del confine meridionale, riducendo di molto il potere e le risorse dei “signori della droga”». Infine, l'immigrazione. Per sconfiggere quella illegale, bisogna facilitare quella legale. Ricetta semplice, cui i “leghisti” di ogni latitudine sono da sempre allergici. «Dovrebbe essere più semplice per un potenziale immigrato ottenere un visto di lavoro. Dopo un controllo, dovrebbero ricevere una Social Security card con cui pagare le tasse e i contributi».

Basta farsi un giro sui siti dei suoi possibili sfidanti per rendersi conto di quanto le posizioni di Johnson siano oggi minoritarie, in campo repubblicano (e per certi versi, anche in quello democratico). No all'aborto (“salvo in caso di stupro”, specifica addirittura qualcuno), difesa con le unghie e con i denti del matrimonio tradizionale, politica estera aggressiva, sicurezza nazionale prima di tutto, rifiuto di qualunque forma di ambientalismo (perché il riscaldamento globale è “una bufala”), incitamento a perforare le profondità dell'Oceano per succhiare petrolio (“drill, baby, drill” gridava d'altronde Sarah Barracuda in campagna elettorale): ecco i programmi dell'ultradestra a stelle e strisce che inizia a scendere in campo.

 

Perché non c'è solo l'ex governatrice dell'Alaska, a scaldare i cuori degli “arrabbiati” dei tea parties o dei conservatori della Bible Belt. C'è chi – come Michelle Bachmann, deputata del Minnesota e stella in ascesa presso i tea parties, tanto da essersi attirata le invidie di Sarah – agli omosessuali non promette diritti ma “compassione”. C' è chi – come Newt Gingrich, vecchio leone repubblicano e artefice, negli anni novanta, della storica vittoria alla Camera che segnò l'inizio della fine dell'era Clinton – accusa l'amministrazione Obama di difendere la sicurezza degli americani in modo “confusionario” e “incoerente” (e poco importa che il presidente abbia annunciato al mondo l'uccisione del nemico numero uno Osama bin Laden). C'è chi – è il caso di Rick Santorum, senatore della Pennsylvania e collaboratore della Fox news – si batte affinché ai piccoli americani sia insegnata la teoria del disegno intelligente, alla faccia di Darwin.

 

A sventolare la bandiera del libertarismo, però, c'è anche l'eterno Ron Paul, ormai giunto – a settantasei anni – alla sua terza corsa. E poi, certo, non mancano anche i possibili candidati più “istituzionali”, come il sempreverde Mitt Romney, mormone miliardario e già governatore dello Utah nonché organizzatore delle olimpiadi invernali di Salt Lake City e sfidante senza successo di John McCain quattro anni fa. O come Jon Huntsman Jr. (il candidato più “forte” perché più moderato, ma appena nominato da Obama ambasciatore in Cina, secondo i maligni proprio per levarlo dalla competizione) e Tim Pawlenty, governatore del Minnesota sulla cui discesa in campo si vociferava già dalle scorse elezioni.

La battaglia delle primarie incomincerà a gennaio. Gary il libertario ha poche speranze, questo è chiaro. Ma intanto ha iniziato la sua scalata. E se anche fosse solo una testimonianza, la sua corsa non potrà che far bene alla destra americana (e non solo). ( Fonte: www.ilfuturista.it)

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