La rivolta del popolo della scuola

Gli studenti di ogni ordine e grado, quelli che hanno già studiato e si sono laureati, addottorati, specializzati. I ricercatori, gli insegnanti. Perfino i presidi e i rettori. Tutti si sono mobilitati contro il decreto di legge del ministro Gelmini, molti si rifiutano di chiamarlo "riforma", dato che non riforma ma taglia (fondi e posti di lavoro), privatizza ed esclude, intervenendo con durezza implacabile sul già precario mondo dell'istruzione.
Si rivedono, dopo anni di comatoso silenzio e partecipazione virtuale, giovani corpi in corteo, nelle strade e nelle piazze. Davanti a Montecitorio, davanti alla sede della coalizione di governo ( Pdl), davanti al Palazzo dove il premier Silvio Berlusconi vive e organizza le sue seratine orgiastiche. È bello guardarli, gli studenti che invadono le città, da Torino a Pisa, da Roma a Messina.
E' bella la giovinezza ribelle, più bella della giovinezza rassegnata. Per chi, come me, ha trascorso fra cortei occupazioni riunioni e assemblee tutta l'adolescenza( il mai troppo chiosato sessantotto), c'è un senso di ripetizione eppure di sorpesa. La ripetizione è nei temi: noi lottavamo contro la scuola "di classe", per aprire le porte del sapere a tutti, anche ai figli degli operai. E di nuovo, oggi, i fratelli minori dei nostri figli, lottano perché l'istruzione superiore, a colpi di decreti di Gelmini, tornerebbe ad essere privilegio di pochi, di quelli che possono permettersela. La ripetizione è nei metodi: striscioni, slogan, cartelli, catene umane, cordoni, uova lanciate, manganellate ricevute. Lacrimogeni, passamontagna e limoni. Scappare. Tornare. Testardi, a prenderne altre, di botte. Col terrore che qualcuno si infiltri e faccia un danno apposta e mandi a ramengo tutta la civilissima protesta.
Tutto regolare, tutto come prima, ma c'è anche una variazione: salgono sui tetti, gli studenti in lotta, si arrampicano per scalette pericolanti, corteggiano il baratro, sfidano i cornicioni. Hanno imparato dagli operai, che, in Italia, sono stati, in questi mesi, costretti, per farsi notare, a salire sulle gru, a occupare carceri dismesse in isole deserte (l'Asinara,sede di un ex penitenziario duro, al largo della costa sarda), a digiunare, a occupare impalcature, a rischiare la vita. L'Italia, in 40 anni, è diventata più sorda, più distratta, più sciocca, più gaudente. I politici al potere sono sempre girati da un'altra parte.
Bisogna gridare, per farsi sentire. I giovani, finalmente,stanno gridando. È un buon segno. È soltanto così, che si può svecchiare la classe dirigente, in questo Paese giovanilista a parole e gerontocratico nei fatti. Prendere in mano il proprio destino, prendere coscienza. Unirsi, gli uni agli altri, in base alla propria miseria. 40 anni fa, si scandiva uno slogan: studenti/operai/ uniti nella lotta!. Era un pensiero gentile, nel nostro roseo comunismo, proporre, noi figli della borghesia torinese, un posto in piazza agli operai, un posto nelle nostre scuole occupate. I nostri destini erano diversi dai loro. Loro salariati, noi futura classe dirigente. Oggi non è più così.
Non c'è niente di volontaristico o ideologico, nell'unirsi degli studenti, dei ricercatori, dei borsisti senza borsa agli operai, agli immigrati, agli edili: precariato, disoccupazione, prospettive di povertà, stili di vita al risparmio sono un collante reale. Una condizione condivisa. E allora: tutti sui tetti. A rischiare per essere visti. Per salvarsi la vita. ( Fonte: www.caffe.ch)

Autore: Lidia Ravera

 

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