La parabola della discordia

Da un paio di giorni è ormai ufficiale: il network Sky arriverà a breve anche sulle frequenze digitali. Il colosso satellitare l’ha spuntata sul veto posto da Mediaset e, forte dell’approvazione della Commissione Europea, gareggerà per l’assegnazione delle frequenze nazionali sulla piattaforma - è bene ricordarlo, più che obsoleta - fortemente voluta da Berlusconi. Fino ad ora Sky era stata estromessa da ogni gara, in quanto semi-monopolista per quanto riguarda le quote del mercato pay.

 

Ma quella del gruppo capitanato da Murdoch non è però una vittoria su tutti i fronti: stando ai dettami della Commissione Ue, infatti, la programmazione dovrà essere trasmessa in chiaro per almeno 5 anni e al magnate australiano non potrà spettare più di una frequenza. La Commissione europea, ha aggiunto il portavoce Jonathan Todd, “continuerà a controllare che quanto viene fatto sia pienamente compatibile con le norme europee”.

 

Se a Sky accolgono la notizia con piacevole sorpresa, a Cologno Monzese invece sono già sulle barricate e minacciano una battaglia legale serratissima che ha già preso avvio con il ricorso ufficiale presentato martedì stesso alla Corte di Giustizia Europea. “È assolutamente sconcertante la decisione presa dalla Commissione Ue - spiegano in una nota - e riteniamo che le condizioni fissate nel 2003, che impedivano a Sky di entrare nella tv digitale terrestre sino al 2012, in virtù della sua posizione dominante sul mercato pay, siano ancora valide”.

 

L’antefatto risale appunto al 2003, anno in cui venne siglata la fusione di Stream e Telepiù in un unico network controllato dalla Newscorp di Murdoch: poiché il nuovo concorrente conquistava subito una posizione di monopolio per l’offerta satellitare e pay per view, la Commissione Europea subordinò l’accordo a una serie di limitazioni che di fatto obbligavano la Newscorp ad offrire la pay tv soltanto su satellite, mentre non poteva mantenere o acquisire frequenze in digitale terrestre.

 

Stando ai documenti, l’accordo e il conseguente limite al concentramento di Sky avrebbe cessato di essere valido il 31 dicembre 2011, ma nel novembre 2009 il network ha chiesto alla Commissione di essere sollevata dall'impegno relativo alla piattaforma digitale, in modo da poter partecipare alla futura gara per l'aggiudicazione di cinque nuovi multiplex, cioè le frequenze che singolarmente consentono la radiodiffusione di uno o due canali in alta definizione e dai quattro agli otto canali in definizione standard.

 

La motivazione addotta da Newscorp era che ormai, con l’approntamento di TivuSat, le condizioni del mercato televisivo italiano erano mutate in modo significativo e che perciò i paletti posti al concentramento di Sky non avevano più ragion d’essere. La Commissione, preso atto che, in effetti, lo scenario era decisamente cambiato, ha perciò deliberato in favore di Sky, ritenendo che allo stato attuale delle cose la discesa sul digitale del colosso satellitare non avrebbe poi creato grandi scompensi nel mercato.

 

Di segno opposto il parere del viceministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani, secondo cui “è bene tenere presente che per riservare 5 frequenze da destinare al digitale l’Italia ha sottratto risorse frequenziali a ciascuno dei principali operatori nazionali e ha rinunciato (nelle aree già digitalizzate) e dovrà rinunciare ad assegnarle (nelle aree ancora da digitalizzare) agli altri operatori e a oltre 500 piccole televisioni locali”.

 

 

Di certo uno dei soggetti più penalizzati sarà proprio Mediaset, la quale, adagiandosi sugli allori dell’esclusività, non si è assolutamente attrezzata a contrastare la rivale sulla piattaforma digitale.
In questa guerra televisiva, che è sicuramente una lotta ad armi pari tra titani, la parola fine è ancora lungi dall’essere apposta.

( Fonte: altrenotizie.org )

Autore: Mariavittoria Orsolato

 

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