La legalizzazione delle ecomafie

E' arrivato all'esame delle Commissioni Ambiente di Camera e Senato lo schema di Decreto Legislativo per l'attuazione della direttiva 2008/98/CE del Parlamento europeo relativa ai rifiuti, approvato dal Consiglio dei Ministri il 16 aprile scorso.

 

Trattandosi di un decreto legislativo, le Commissioni parlamentari potranno solo dare un "parere" al governo. In questo Schema ci sono nascosti qua e là diversi articoli che sono dei veri e propri "cavalli di Troia" per il futuro dell'ambiente in Italia; tutti cavilli nascosti nella modifica del Testo Unico Ambientale, in particolare della sua Quarta Parte, quella sulle norme in materia di gestione dei rifiuti e di bonifica dei siti inquinanti.

 

Tanto per cominciare, alla norma che definisce la nozione giuridica di "rifiuto" viene affiancata una nuova norma, che introduce un nuovo concetto giuridico: quello di "sottoprodotto". Viene così definito ogni oggetto o sostanza che presenta sia le caratteristiche di un rifiuto sia altre caratteristiche, senza però specificare quali. Anzi, i criteri da soddisfare per rientrare tra i sottoprodotti e non tra i rifiuti vengono esplicitamente delegati ad uno o più decreti, che dovranno essere fatti dal Ministero dell'Ambiente. Il rischio evidente è che sostanze pericolose non vengano più considerate rifiuti e che possano in qualche modo rientrare nel ciclo delle merci.

 

Poi ci sono altri punti pericolosi, anche fin troppo evidenti. Come l'articolo 188, quello che favorisce le esportazioni di scarti industriali e rende meno rigidi i controlli. Chi se ne avvantagerà? Le ecomafie, certo, ma anche diverse industrie del Nord e operatori del riciclo sparsi su tutto il territorio nazionale. Certamente otterrebbero un grosso vantaggio un centinaio di grandi imprese specializzate nel riciclo della plastica, quasi tutte con sedi nell’Italia settentrionale. Queste aziende avrebbero benefici che si propagherebbero economicamente su quella parte del mondo produttivo italiano, sempre più vasta in un momento di crisi, che da anni si disfa dei propri rifiuti affidandoli a intermediari con pochi scrupoli. Probabilmente questo articolo 188 è a tutti gli effetti un "regalo" fatto dalla Lega ai propri grandi elettori.

Basta pensare che, solo in Veneto, ci sono 142 imprese nel settore del riciclo della plastica e 233 si trovano in Lombardia. E forniscono numeri da capogiro, con recuperi di plastiche oltre l'80% del consumo. Cifre che sono molto oltre la media nazionale. Troppo oltre. E si sa anche il perché.

 

Gli operatori che dichiarano quantità di plastica riciclate così superiori alle media, in realtà non hanno alcun impianto di trasformazione e recupero della plastica, ma solo delle piattaforme fanno selezione e compattamento dei rifiuti. Solo delle schiacciaplastica, e niente altro. Il problema è che sia in Veneto, sia in Lombardia, sono dichiarate quantità di plastica riciclata che sono ben oltre la possibilità delle stesse piattaforme, se si sommano le singole capacità degli impianti. Vuol dire che questi impianti riciclano una quantità di rifiuti maggiore rispetto a quella di cui dispongono. Oppure che hanno ritirato dalle aziende molta più plastica di quella che poi hanno "trasformato".

 

Ancora una volta, il risultato è che i rifiuti spariscono. Per riapparire chissà dove. Spariscono perché passando nelle piattaforme smettono di essere rifiuti e diventano "materie prime seconde", mentre domani diventeranno "sottoprodotti". Sempre di rifiuti si tratta, sia chiaro, rifiuti schiacciati. Con il nuovo Codice Ambientale, diventerà facilissimo sia il farli viaggiare sul territorio nazionali, per essere abbandonati chissà dove, sia l'esportarli.

 

Dove? Come al solito, in Cina, in Nigeria, in tutto il terzo mondo. Come se non bastasse, lo Stato concede un credito d'IVA alle società che esportano; esse, pertanto, esportando "sottoprodotti" e non rifiuti, ricadranno nelle regole per ottenere questo credito e guadagneranno un mucchio di soldi.

Poi, come già la magistratura ha dimostrato nel corso di un decennio, gli scarti comprati dai cinesi verranno trasformati in prodotti commerciali, spesso tossici (come dimostrano i sequestri quasi quotidiani nelle dogane e nei magazzini occidentali) e ci torneranno indietro, e saremo ben lieti di acquistarli perché costeranno poco. Ci guadagneranno i grandi operatori che fingono di effettuare il riciclo, ma anche gli intermediari, i famosi "stakeholders" che permettono alle ecomafie di esistere - da ora legalizzati dal Decreto Legislativo - che piazzano i rifiuti italiani negli impianti cinesi.

Infatti, mandare i rifiuti all'estero sarà molto più semplice: basterà affidarsi a un intermediario. Nessuno dei due dovrà essere iscritto a un albo né avere un'autorizzazione specifica e non sarà nemmeno obbligato a spiegare in che tipo di impianto finirà e a che processo di smaltimento sarà sottoposta la materia ritirata. Bel cavallo di Troia, nascosto in Decreto Legislativo, che permetterà la nascita di tanti nuovi "imprenditori" in odore di ecomafia.

 

Per la prima volta in Europa, assumerà pieno riconoscimento legale proprio lo "stakeholder", il "piazzista" dei rifiuti speciali. Figura mafiosa fino a ieri, oggi diviene attore indicato dalla legge. Chiunque potrà così disfarsi dei propri rifiuti speciali e pericolosi mettendoli (pagando) nelle mani di uno di questi intermediari che fanno il “porta a porta” tra le grosse aziende italiane e propongono lo smaltimento a prezzi stracciati.

 

L'unico obbligo sarà l'iscrizione al Sistri, il nuovo sistema informatico di cui il ministro Prestigiacomo si vanta, ma in realtà introdotto dall'ultimo governo Prodi. Così, “l'Italia che produce” potrà procedere in modo ancor meno responsabile, inquinando come gli pare, in modo riconosciuto dalla legge. ( Fonte: altrenotizie.org)

Autore: Alessandro Iacuelli

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