http://img.ibtimes.com/it/data/images/full/2012/01/19/9416-naufragio-costa-concordia.jpgC’è un nome che da una settimana mi gira ossessivamente nella testa e non riesco a togliermelo dalla mente. È quello di Francesco Schettino. La trentatreesima vittima della tragedia della Costa Concordia, nonostante, a differenza delle altre, sia vivo. Ma sarebbe stato molto meglio per lui essere morto. Gli errori, la leggerezza, l’imprudenza del comandante Schettino appaiono evidenti. Ma l’errore, cioè una valutazione sbagliata, proprio perché tale va al di là della volontà di chi lo compie, anche se poi dovrà pagarne tutte le conseguenze penali. Ma non è necessariamente un’onta. Ci sono stati assi dell’automobilismo che, per un eccesso di audacia, hanno causato morti fra gli spettatori, ma non per questo sul loro nome è rimasta l’ombra della vergogna.
La colpa veramente imperdonabile del comandante Schettino è un’altra: aver abbandonato la nave prima che tutti i passeggeri - quelli almeno per i quali era ancora possibile - fossero messi in salvo. Perché questa decisione è dipesa solo dalla sua volontà, non da margini di errore. Ora, non solo la legge, ma il codice d’onore della marina, oltre che l’intera storia della navigazione, dice che il comandante deve essere l’ultimo ad abbandonare la nave che affonda e, se del caso, inabissarsi con essa (e a volte anche se non è il caso, è la storia del comandante del Titanic, Edward Smith, che rifiutò di essere tratto in salvo, ma erano altri tempi, altra gente, altra tempra; dopo il mayday, e non è leggenda, non è film, è storia, l’orchestra continuò a suonare e i passeggeri a ballare).
Con quel suo abbandono, addirittura col rifiuto di risalire a bordo come gli intimava la Capitaneria di porto di Livorno, Francesco Schettino non ha perso solo gli alamari del comandante, che quando è sulla nave "è secondo solo a Dio", ha perso la faccia, ha perso la dignità, ha perso l’onore. Lo spettacolo più orribile, più del naufragio, più degli stessi morti, è stata la conversazione tra il capitano, Gregorio De Falco, al comando della Capitaneria di Livorno e il comandante Francesco Schettino. Perché non c’è nulla di più osceno, di più pornografico, di un uomo che, per paura, si cala di colpo le braghe e si umilia e si fa umiliare in quel modo, davanti al mondo intero. L’onta indelebile di quell’abbandono lo seguirà per tutta la vita. Non solo non potrà più guardarsi allo specchio, ma non potrà più guardare in faccia nessuno, senza avvertirne il disprezzo.
Detto questo lo stesso totalitario accanimento dei media su Francesco Schettino - cui anch’io sto dando fiato - è sospetto. Sembra che la stampa abbia approfittato dell’occasione per sparare su un facilissimo capro espiatorio, senza nulla rischiare. Bisogna ricordare a noi stessi che l’intera storia della classe dirigente italiana, con la quale siamo stati tanto spesso indulgenti e prodighi di giustificazioni, è fatta di gente della pasta di Francesco Schettino. Dalla borghesia che, dopo che i fanti-contadini, che lei stessa aveva mandato alla guerra, ruppero le righe a Caporetto stufi di farsi ammazzare per lorsignori e in omaggio alla strategia omicida dell’attacco frontale del generale Cadorna, fugge nelle retrovie, in un indecoroso guazzabuglio di suppellettili. Al Re e Badoglio che, sempre con un cospicuo seguito di bauli, abbandonano Roma in balìa dei tedeschi; a Mussolini che, dopo tanta retorica sulla "bella morte" che aveva indotto i giovani fascisti a sacrificare la vita per Salò, scappa travestito da soldato tedesco, fino ai più recenti episodi, dalle lettere di Aldo Moro o della fuga di Craxi che, per paura della prigione, ripara in Tunisia da dove infanga il suo Paese, di cui pur era stato presidente del Consiglio, e con ciò anche se stesso. Se questi sono gli esempi della classe dirigente è difficile pensare che soprattutto nella società di oggi, ai livelli più bassi della catena di comando, ci siano soggetti diversi da Francesco Schettino.
Fonte: Massimo Fini [scheda fonte]

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