" La favola ambigua dell'operaio azionista" Di Diego Barsotti

Se prendiamo il mercato automobilistico Usa a parametro di riferimento, possiamo dire con certezza che prima del 2015 la crisi non sarà stata definitivamente superata. Soltanto allora e con una notevole dose di azzardo da parte degli esperti, in America si tornerà a immatricolare tante auto quanto si faceva nel 2007 (poco meno di 17 milioni di auto). Per il 2011 ci si dovrà accontentare invece di immatricolare più o meno 13 milioni di vetture e tale cifra rappresenta di per sé un enorme successo, visto che nel 2009 gli Usa si sono fermati a 10,7 milioni e per l'anno in corso non saranno molte di più.

Previsioni e stime molto spesso lasciano il tempo che trovano, ma in questo caso sono utili a capire come gli scenari tendenziali che quotidianamente ci vengono proposti a suoni di + qualcosa per cento, in realtà scontano una crisi ancora tutta da navigare.

E' per questo che il cuore dello scontro in atto tra sindacati e aziende automobilistiche sui contratti di lavoro deve preoccupare, in Italia come in Usa, dove si sa, molto spesso si anticipano di qualche anno le conquiste ma anche le grandi sconfitte che poi arrivano da noi: il fatto che oggi in America si discuta molto più che in  passato (anche grazie all'entrata in campo di Marchionne) della partecipazione dei lavoratori ai profitti in una misura molto più robusta che in passato, è un rischio da non sottovalutare, perché come sottolinea anche Giuseppe Berta sul Sole 24 Ore «ciò presuppone che la performance dell'impresa possa essere assidua nel tempo», mentre sappiamo bene che nessuna crescita sarà per sempre, soprattutto nel momento in cui un mercato ha raggiunto un livello di saturazione e quindi si è trasformato in un mercato di sostituzione (come appunto quello automobilistico, almeno nei paesi sviluppati).

Non siamo certo così ingenui da pensare che si possano avviare attività senza pensare che queste diano frutti, ma per rispondere agli impegni presi nei confronti degli azionisti, già oggi le imprese sono ‘costrette' a cercare prodotti finanziari sempre più arditi e sempre meno etici e questo ambientalmente e socialmente non è affatto sostenibile. Così come più i lavoratori saranno parte dell'impresa e maggiore sarà  la pressione nei confronti dello Stato (incentivi vari)  quando le cose non andranno bene, non solo per mantenere in vita fabbriche e impianti (e quindi i livelli occupazionali), ma anche per garantire un livello di stipendi adeguato (al lavoro prestato e non solo al profitto dell'impresa).  ( Fonte: www.greenreport.it)

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