La farsa nucleare italiana: un ritorno al passato senza previsioni di futuro

Il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legislativo che fissa le tappe per il ritorno del nucleare in Italia, i cui lavori di costruzione delle centrali cominceranno nel 2013 per cominciare a produrre energia nel 2020.

Il provvedimento comprende i criteri per la localizzazione dei siti, la realizzazione e la messa in esercizio degli stessi e la fabbricazione del combustibile nucleare; stando alle dichiarazioni del ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, tutti i passaggi saranno caratterizzati dalla trasparenza e dal rispetto assoluto della sicurezza delle persone e dell’ambiente. Verrebbe da rispondere di getto: e ci mancherebbe altro se non fosse così! Ma visti i tempi, l’autorità politica deve sottolineare ed enfatizzare come straordinario quello che dovrebbe essere ovvio.

Meno ovvio, e alquanto curioso, il sostegno del ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, la quale ribadisce «la scelta del Governo di operare sul nucleare puntando sulla massima sicurezza e sulle più attente tutele dell’ambiente». La curiosità della posizione è presto spiegata: non esistono ancora progetti sullo stoccaggio dei rifiuti radioattivi, forse la prima preoccupazione che dovrebbe avere la massima autorità in tema d’ambiente. Molto probabilmente il tutto sarà deciso nel 2013 con un decreto d’urgenza e sarà gestito da Bertolaso, forse in qualità di ministro "a qualcosa".

Per non essere da meno di Scajola, comunque, la Prestigiacomo ha espresso «soddisfazione per la decisione di confermare la previsione di sottoporre gli impianti ad Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) e a Valutazione di Impatto Ambientale (VIA)». Sarebbe un obbligo europeo, ma raccontare che è una decisione dà valore a un qualcosa che altrimenti non ne avrebbe.

Perché proprio di valore, economico e ambientale, si dovrebbe parlare quando si discute di nucleare, lasciando da parte qualsiasi ideologia. Anche perché l’unica posizione ideologica sul nucleare ultimamente sembra sia quella dell’Iran (Italia esclusa, ndr).
A parte il discorso dei rifiuti radioattivi che sono pericolosi non solo per l’ambiente e la salute, ma anche per la sicurezza (un centro di stoccaggio ha il potenziale distruttivo di svariate bombe atomiche), basterebbe ragionare sul fatto che una centrale nucleare utilizza una risorsa finita come l’uranio per funzionare. Secondo la AIEA (Agenzia Internazionale Energia Atomica) le riserve di uranio sono di 4,7 milioni di tonnellate: al ritmo attuale di consumo, l’uranio delle odierne miniere andrà in esaurimento nel 2055. Ovviamente, un aumento dell’attuale domanda avvicinerebbe questa data.

Fatti due conti veloci, che un paio di ministri insieme dovrebbero essere in grado di fare, partendo nel 2020 avremmo energia nucleare per circa 30 anni, dopodiché ci vorranno altri 40-60 anni e circa 100 milioni di euro per smantellare le centrali non più funzionanti (questi sono i tempi e i costi medi per le centrali di terza generazione che verranno costruite in Italia, le stesse che anche la Francia sta dismettendo ora perché troppo vecchie) e poi altri 300 anni per aspettare che vi sia un abbattimento dei livelli di radiazione dei materiali a più bassa intensità.
Non solo il saldo ambientale e di sicurezza dei cittadini (nessuna compagnia di assicurazioni vuole assicurare una centrale, proprio perché considerate comunque troppo pericolose), ma pure quello economico potrebbero non essere positivi alla fine di questo percorso di sviluppo (chi ci vuole leggere dell’ironia lo faccia pure, ndr).

Ragionare sull’aspetto economico è quanto mai importante anche perché nella nuova bozza del Conto Energia il Governo sembra intenzionato a tagliare gli incentivi alle energie rinnovabili del 26% entro il 2012, proprio l’anno in cui scadrà il Protocollo di Kyoto. La scelta è giustificata dalle troppe agevolazioni attualmente in essere, che risulterebbero superiori agli altri Paesi UE, il rischio dei rincari in bolletta proprio a causa dell'incentivazione sulle fonti rinnovabili, circa 2 euro al mese sulle bollette dei cittadini (pazienza le rinnovabili fanno risparmiare sui consumi nel medio periodo e riducono l’impatto ambientale del consumo di energia).
A questo punto, bisognerà chiedere conto ai fautori del nucleare quanto ci costeranno le centrali in bolletta, visto che pagherà lo Stato, cioè Noi: un solo centesimo oltre i 2 euro non giustificherebbe la scelta.

In ogni caso, Stefania Prestigiacomo rassicura tutti, affermando che si procederà «con chiarezza nelle scelte di fondo, inserendo nel decreto legislativo tutti gli strumenti di protezione del territorio in grado di assicurare trasparenza e completa informazione dell’opinione e delle popolazioni interessate». Bisognerà capire che tipo di informazione sarà data, perché solo questi due dati potrebbero far sorgere dei dubbi e dei pareri contrari sulla costruzione di centrali nucleari vicino al proprio giardino. E bisognerà capire se una popolazione informata potrà decidere di opporsi alle centrali, perché vista la posizione assunta dal Governo negli ultimi giorni, che ha denunciato alla Corte Costituzionale le leggi regionali di Puglia, Campania e Basilicata che escludono la possibilità di centrali sul loro territorio, perché ritenute lesive della competenza esclusiva attribuita allo Stato in materia di tutela ambientale e dell’ecosistema.
Proprio Scajola ha giustificato il ricorso alla Corte Costituzionale, sostenendo come «non impugnare le tre leggi avrebbe costituito un precedente pericoloso (sic!) perché si potrebbe indurre le Regioni ad adottare altre decisioni negative sulla localizzazione di infrastrutture necessarie per il Paese».

Insomma, sembra che il cittadino sarà informato e obbligato a farsi nuclearizzare il territorio senza poter esprimere pareri, se non positivi.
Un concetto di democrazia dell’obbedienza molto pericoloso. ( Fonte: www.voceditalia.it)

Autore: Mario Pasquali

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