" La donna che canta". La recensione

Il regista e sceneggiatore Denis Villeneuve è al suo quarto lungometraggio con “La donna che canta”, che arriva nelle sale italiane con alla spalle la conquista di riconoscimenti internazionali, tra cui il premio come Miglior Film Canadese vinto al Toronto International Film Festival.
Inoltre è stato scelto per rappresentare il Canada agli Oscar 2011 nella categoria Miglior Film in Lingua Straniera.

Denis Villeneuve è uno degli autori più talentuosi della nuova generazione di cineasti canadesi, i suoi film precedenti sono stati presentati a numerosi Festival, facendo incetta di premi.
Il film racconta il viaggio di due gemelli, Jeanne e Simon Marwan, nell’affannosa ricerca delle proprie origini. Dopo la morte della madre, Nawal Marwan, Jeanne e Simon vengono convocati dal notaio Lebel per la lettura del testamento. La madre ha lasciato due lettere, indirizzate una al loro padre, che credevano morto, e una a un fratello che non credevano di avere. Viene chiesto loro di ritrovarli, solo allora riceveranno la lettera a essi destinata e sarà tutto chiarito. Simon prende subito le distanze da questa ricerca, invece Jeanne si mette in viaggio, con l’intento primario di conoscere il passato della madre, sul quale si è sempre taciuto.

Il film è l’adattamento dell’opera teatrale del drammaturgo canadese Wajdi Mouawad, rappresentata per la prima volta in Francia nel marzo del 2003 e in Quebec un mese dopo. L’opera è stata rappresentata con successo in vari Paesi, Italia compresa. Il film è una co-produzione Canada-Francia ed è stato girato in Quebec e in Giordania.
La prima figura che lo spettatore vede, all’inizio del film, è quella di un ragazzo, che ha lo sguardo fisso in macchina, mentre questa fa un primo piano che va a stringere sui suoi occhi, sempre più stretto.
La sua sembra essere un’espressione di sfida: sfida il pubblico a guardare ciò che seguirà e se avrà il coraggio di entrare nel suo orrore, di guardarlo da vicino e non rimanerne distaccato.

La musica che accompagna questa prima scena è perfetta e dà subito la percezione che la storia che si svilupperà di lì a poco, non è una storia semplice, né come tutte le altre. Con poche inquadrature il regista riesce a dare alcuni indizi, che serviranno in seguito, per venire a capo di un puzzle che lentamente si costruisce, portando alla luce non solo gli orrori della guerra sul singolo, ma anche le ripercussioni sul proprio futuro e su quello dei propri cari. Villeneuve costruisce una narrazione alternata: mostra ciò che accade a Nawal, lungo tutta la sua esistenza, e il viaggio di Jeanne alla riscoperta di sua madre e delle lacerazioni subite.
Il cineasta mette in evidenza il coraggio e la resistenza delle donne, il loro non fuggire davanti a nulla, la loro tenacia e determinazione, il loro infinito amore e il saper perdonare. I visi dei militari e dei combattenti (che raffigurano la guerra) non sono mai inquadrati, in quanto sono esseri indistinti e senza identità.
Gli unici uomini inquadrati sono quelli che hanno un contatto diretto e incisivo con Nawal e i due gemelli.

Un aspetto che Denis Villeneuve sottolinea è la reticenza dell’uomo rispetto alla donna di agire. È Jeanne che decide di trovare padre e fratello e che spinge, in un secondo tempo, Simon a non tirarsi indietro, a fare anche lui la sua parte. Le donne, come sempre, sono quelle che non chiudono gli occhi davanti a nessuna situazione, mai.
“La donna che canta” è uno di quei film che squarciano il velo sulla condizione di sottomissione della donna, diffusa ancora in molti Paesi. È un film che commuove e fa riflettere e che racconta gli orrori della guerra in modo incisivo e diretto, ma mostra anche l’infinito amore di una madre e il senso del perdono, perché solo col perdono si può sgretolare l’odio che risiede nei cuori. ( Fonte: www.cinemalia.it)

Autore: Francesca Caruso

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