La corrente di destra di Eataly - di Fabrizio Bottini

http://www.millenniourbano.it/wp-content/uploads/2013/10/exposition-internationale1-259x300.pngCosa è progressista e cosa non lo è? Una bella domanda, a cui corrispondono una valanga di risposte, tante quante sono le possibili direzioni in cui “progredire”. Proprio oggi intervistata sui giornali una anziana femminista storica francese stigmatizzava come la sinistra europea, col suo solidarismo un po’ troppo abbagliato dal disorientamento culturale postmoderno, finisca per avallare di fatto pratiche di regressione sociale, come la segregazione delle donne immigrate nel chiuso del contesto familiare. Mentre al contrario, osserva la medesima signora, nei paesi da cui proviene la stessa migrazione globale, i modelli di liberazione magari ideologici europei-illuministi la fanno da padroni in tutte le varie primavere spuntate qui e là.

Pare sul medesimo tono, anche se a livelli di qualche anno luce più bassi, la nuova puntata della polemica su Expo 2015, che sul Corriere della Sera mette l’un contro l’altro armati un paio di classici della tuttologia profetica contemporanea come Umberto Veronesi e Oscar Farinetti. Oggetto del contendere, e del banalizzare ben oltre i limiti di tolleranza media, nientepopodimeno che gli OGM. La posizione del professor Veronesi pare assolutamente identica a quella che ha già manifestato su altri grandi temi, ad esempio l’energia nucleare quando pontificava col solito sorriso smagliante di essere preparatissimo sull’argomento, e di fidarsi a dormire in camera con le scorie radioattive delle centrali. Anche con i baccelloni geneticamente modificati la solfa non cambia: la scienza salverà il pianeta, l’uomo, la natura, l’universo, basta fidarsi e andare avanti così, magari meglio se aprendo le porte agli stessi grandi investitori che sostengono qualche ricerca o progetto dello stesso professore, o di suoi amici e sodali. Per fortuna, al momento, Salvatore Ligresti sembra fuori gioco.

Ma l’oscar della cazzata stavolta spetta senza ombra di dubbio al king maker del postcomunismo gastronomico Farinetti, che sostiene una rivoluzionaria tesi a millimetro zero. Expo 2015 dovrà essere No OGM, secondo il megaesercente dell’angolo, perché solo mantenendo le radici nel territorio il rapporto della società e dell’economia con l’ambiente può risultare equilibrato e vincente. Fin qui siamo ancora su terreno solido, ma ecco la sparata davvero galattica: l’ideale sarebbe che tutto il mondo adottasse strategie di sviluppo OGM (sic), in modo tale da far convergere sul sistema Italia OGM-free la gigantesca clientela rappresentata dai consumatori orientati alla tradizione. In pratica, che si fotta il pianeta se questo gonfia il mio fatturato e rafforza il territorio che controllo e mi identifica.

Davanti a questa, ehm, contrapposizione dialettica (verrebbe da dire dialettale) fra giganti del pensiero contemporaneo, non è solo impossibile schierarsi, ma anche provare a interpretare la linea del Corriere della Sera che li mette fianco a fianco. Di Veronesi in fondo già si conosce, da un lato l’approccio liberale e positivista a qualunque argomento, dall’altro le sue prospettive avulse, per biografia e propensione, da quelle che considera cose di bassa cucina, ma che rappresentano invece spesso proprio l’oggetto del contendere. Perché parlare di scienza in una logica da laboratorio, quando invece ci sono in ballo esperimenti dispersi e incontrollati sulla società e il territorio, vuol dire davvero chiudersi in una torre di fette di salame. Il giornale dei capitalisti italiani vuole contrapporre argomentazioni note e condivise, quelle di Veronesi, alle palesi sciocchezze del neomilionario ruspante Farinetti?

Probabilmente no. L’immagine che emerge davvero leggendo le due interviste sui destini di Expo e del pianeta che vuole nutrire, risulta assai più chiara pensandoci un istante. E fa un po’ impressione nella nostra povera Italia in cui pare tutti i ragazzini vogliano studiare da cuoco cordon bleu. Il grande evento padano-nazionale, per essere davvero un momento di rilancio del tema agricolo, ambientale, nutrizionale, dovrà (secondo la tesi del Corriere che ipotizzo io), far convivere in modo equilibrato due aspetti. Da un lato i grandi investimenti in ricerca e produzione legati alle strategie delle multinazionali classiche, ovvero organismi geneticamente modificati, industrializzazione delle pratiche, ovvero sistemi estensivi, ovvero land grabbing, ovvero tutto ciò che denunciano migliaia di organizzazioni non governative da lustri. Dall’altro coprire tutto col velo pietoso dell’ideologia localista e particolare, che “progredisce” nella direzione opposta fingendo di cercare radici naturali.

Che altro sono, quei paesucoli dei campanelli per spennare il turista delineati dall’Oscar Farinetti nazionale? Attorno il mondo OGM che produce contraddizioni enormi, magari sta condannando migliaia di specie all’estinzione, magari sta giocando d’azzardo col pianeta che dice di voler nutrire, ma chi se ne frega? Qui da noi, nella nostra bottega, nella nostra gated community, dentro le sacre mura del protezionismo ideologico, facciamo affari d’oro col vino a denominazione supergarantita, con le tecniche di allevamento dei polli a noccioline locali, la lattuga che cresce fuori dalla finestra del ristorante dove la servono, nell’orto piantato dal trisavolo dell’oste … C’è tutta la vulgata Slow Food distorta dall’interpretazione mercatista, e insieme quella visione vernacolare ma disinvoltamente globalizzata che ha fatto la fortuna del marchio Eataly, versione contemporanea dell’eterno sapore perduto degli gnocchi della nonna. Che si assaggiano giusto a Natale, ma poi tutti fuori nel mondo vero a fare a cazzotti.

Ecco, più o meno, cosa vorrebbero rifilarci davvero con questa Smart Expo, che tradotta in italiano vuol dire esposizione internazionale furbetta, un po’ sull’antica traccia degli stilisti trasformati in ideologhi nelle assemblee postmoderne del socialismo craxiano: i contenuti decisi da apprendisti stregoni in private stanze, e per il popolo bue patinate manfrine e un po’ di appello all’egoismo, al localismo, al particolarismo. Che tristezza, la Chanson Egocentrique come inno nazionale, anzi come inno strapaesano, come virtuale dito medio alzato contro il pianeta: vuoi nutrirti? prima paga, poi taci, e fottiti!

Nell’impossibilità di riportare un link diretto agli articoli del Corriere della Sera, accessibili solo agli abbonati, gli articoli citati sono a pagina 22, sezione Cronache dell’edizione nazionale. La pagina è interamente dedicata al tema, con un pezzo introduttivo, “Aprire alle biotecnologie? La sfida sui contenuti di Expo”, di Maurizio Giannattasio. Seguono fianco a fianco un’intervista di Angela Frenda: “Farinetti: no a manipolazioni. La tradizione vince e la nostra forza è la biodiversità”; e una intervista di Paola D’Amico, “Veronesi: lotte antistoriche. L’OGM è il futuro. Le paure si battono con la conoscenza”.


Fonte: millenniourbano

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