La città che vogliamo - di Carla Majorano

http://ts2.mm.bing.net/th?id=H.4666607721580637&pid=15.1Premessa

Il Rapporto globale sugli insediamenti umani 2011 dell’ONU rileva che abbiamo superato la soglia del 50% della popolazione mondiale che vive in aree urbane. Non ci sono mai state sulla terra così tante persone per le quali alimentazione, riscaldamento e altri bisogni primari dipendano da luoghi altri e così distanti. Gli essi elementi che hanno reso possibile questa vertiginosa urbanizzazione, quali il consumo massiccio di petrolio e di gas naturale, sono responsabili del picco del petrolio e dei cambiamenti climatici, questioni che minacciano di destabilizzare il mondo contemporaneo, urbano e globalizzato.

Da sempre il destino delle città è strettamente legato all’evoluzione dei gruppi sociali dominanti e ai modelli economici e sociali da essi imposti, ma con l’affermarsi del pensiero unico e della globalizzazione, esso è sempre più legato alle varie metamorfosi del capitalismo e le città moderne sono l’espressione fisica del modello economico dominante: la crescita materiale e quantitativa.

Gli attuali modelli insediativi comportano un alto consumo di risorse naturali non rinnovabili –materie prime, combustibili fossili, acqua, suolo- e l’emissione di sostanze inquinanti in atmosfera, nel suolo e nelle acque. Tutte le città sono cresciute inglobando il territorio agricolo circostante per cui gli antichi modelli economici e sociali basati sull’interdipendenza fra insediamenti urbani e campagna, sono entrati progressivamente in crisi fino al collasso attuale.

“Appare evidente come tutte le attività umane, e quindi anche la vivibilità degli ambienti urbani, dipendano strettamente dalla salute e dalla stabilità degli ecosistemi: il loro sovra-sfruttamento, che un’illusoria crescita illimitata ed esponenziale della produzione e dei consumi impone a una velocità che ne oltrepassa le intrinseche capacità di rigenerazione, non è in grado di garantire all’umanità una prosperità di lungo periodo e l’equa gestione e ripartizione di risorse planetarie limitate.”1)

Le città nell’era della globalizzazione.

Dal punto di vista economico il periodo attuale è caratterizzato dall’esistenza di un’economia di mercato globalizzata, da un capitalismo globale che Luttwak chiama “turbo-capitalismo” o terzo capitalismo, successivo quindi al primo della rivoluzione industriale e al secondo del Welfare State. 2)

Le conseguenze del turbo-capitalismo, aggravate dalla crisi finanziaria, sono ormai manifeste a livello globale: concentrazione della ricchezza nelle mani di una minoranza che possiede metà della ricchezza mondiale, disoccupazione, precarizzazione e dequalificazione del lavoro, degrado sociale, esaurimento delle risorse vitali, incremento esponenziale delle varie forme d’inquinamento, devastazione di ambienti naturali e storicamente antropizzati, cambiamenti climatici, guerre.

Nell’era del turbo-capitalismo il destino delle città muta a una velocità mai conosciuta nella storia e la loro interdipendenza con l’economia globale è fonte intrinseca di vulnerabilità.

Le città sono sempre più i luoghi in cui si svolgono i processi globali, “la combinazione di due fenomeni: la dispersione globale di fabbriche, uffici, mercati e servizi e l’integrazione globale dell’informazione hanno contribuito a creare il ruolo strategico di certe grandi città, definite globali” 3)

Nelle città globali si concentrano i centri di comando dell’economia mondiale, la finanza e i servizi specializzati alle imprese, i centri d’innovazione. La nuova geografia a rete del potere globale si snoda fra New York, Londra, Tokio, Parigi, Francoforte, Zurigo, Amsterdam, Hong Kong, Singapore, Munbai, San Paolo, Sydney.

Ma la globalizzazione attraversa e caratterizza trasversalmente anche i territori che non rappresentano i nodi della rete e produce fenomeni da un lato di declino, marginalizzazione e in taluni casi di abbandono di città consolidate e dall’altro, di urbanizzazione e crescita di nuove conurbazioni produttive intorno a città che fino a pochi anni fa erano assolutamente marginali.

Assistiamo a casi di città che, a causa del progressivo spostamento delle geografie economiche globali, le quali hanno portato la produzione a de-localizzarsi in altre aree, sono investite da estesi fenomeni di de-industrializzazione e in pochi anni perdono buona parte del loro tessuto produttivo e insieme con esso una parte della loro stessa identità.

E’ il caso delle città legate principalmente a un unico settore produttivo, come ad esempio Detroit che ha visto, a causa del declino dell’industria automobilistica, dagli anni ’60 a oggi il dimezzamento della popolazione, un aumento vertiginoso del tasso di criminalità e recentemente la dichiarazione di bancarotta dell’Amministrazione della Città.

Città dove si realizzano transitori ed effimeri investimenti stranieri derivanti da fenomeni di de-localizzazione in altre nazioni, ma che vanno incontro a un rapido declino quando le condizioni del mercato del lavoro cambiano e diventano meno favorevoli per gli investitori.

E’ caso di Timisoara, dove negli ultimi anni si sono insediate 1.200 aziende a capitale italiano, aziende che hanno smantellato fabbriche nel nord-est del nostro paese per ottenere in Romania manodopera a basso costo (salario medio operaio 150 €/mese). In Romania però la legislazione sul lavoro sta cambiando e si stanno introducendo maggiori garanzie per i lavoratori e questo sta portando i capitali italiani verso nuove mete, come la Bulgaria, in una continua ricerca di condizioni a ribasso del costo del lavoro.

Città che non hanno conosciuto fino a ieri alcuno sviluppo industriale, immutate nei secoli, che vedono realizzarsi in pochi anni fenomeni di massiccio inurbamento con conseguente esplosione demografica, dovuti all’arrivo delle multinazionali straniere interessate ad accaparrarsi le risorse locali.

Vedi il caso di Ulan Bator colonizzata dalle corporation minerarie, dove negli ultimi anni si sono assiepati il 50% dei Mongoli; i nuovi abitanti, principalmente pastori nomadi trasformati in operai, vivono in insediamenti urbani periferici costituiti dalle classiche yurte, le tende tradizionali.

Le ricadute del capitalismo globalizzato si sono manifestate con forza anche nelle città europee. Secondo il recente studio dell’Unione Europea-Politica Regionale “Città del futuro” dell’ottobre 2011, più di due terzi della popolazione europea vive nelle aree urbane, ma si registrano notevoli cambiamenti demografici che variano ovviamente da una città all’altra, invecchiamento della popolazione, riduzione del numero degli abitanti e intensi fenomeni di sub-urbanizzazione.

Molte città, in particolare quelle che non sono capitali, vivono un declino economico e una quota crescente di popolazione è esclusa dal mercato del lavoro o costretta a ripiegare su lavori poco qualificati e mal retribuiti. Le disparità di reddito aumentano e i poveri lo diventano sempre di più. La polarizzazione sociale e la segregazione sociale e territoriale sono in aumento. Le risorse naturali sono sottoposte a uno sfruttamento eccessivo a causa dell’espansione urbana incontrollata, minacciando la biodiversità e aumentando il rischio d’inondazioni e di carenza idrica. 4)

Gli effetti del liberismo economico e della globalizzazione si sentono con particolare virulenza nel nostro paese dove, secondo il rapporto di Legambiente edizione 2013 “L’Italia oltre la crisi”, il declino negli ultimi dieci anni è evidente in alcuni settori come l’industria, dove dai grandi poli siderurgici, chimici e manufatturieri del passato si è passati ad avere solo grandi aree inquinate da bonificare, zone depresse dal punto di vista occupazionale e nessuna prospettiva.

Gli effetti sono ora sotto gli occhi di tutti, da Taranto a Brindisi, da Genova a Napoli, da Porto Vesme in Sardegna a Piombino fino alla Ferriera di Servola a Trieste, dai poli chimici o petroliferi di Gela, Augusta-Priolo-Melilli fino a Porto Torres e Terni senza dimenticare la raffineria Api di Falconara e il petrolchimico di Porto Marghera. Tutti poli industriali realizzati anche in luoghi pregiati che hanno sversato per anni grandi quantitativi di inquinanti nell’ambiente, colpendo duramente il territorio e le comunità, e che pur essendo inseriti sin dal 1998 nel Programma di Bonifica del Ministero dell’Ambiente, risultano ancora ben lontani dal risanamento. 5)

Le nostre città post-industriali, monumenti decadenti al mito della crescita illimitata, sono i luoghi dell’incertezza e dell’inquietudine esistenziale e sembrano rispecchiarsi nelle parole di Serge Latouche: “Noi viviamo ancora nella città produttivista, pensata e strutturata in funzione dell’automobile, sotto forme che pretendono di essere razionali [basta pensare alla città radiosa di Le Corbusier], con la sua segregazione degli spazi, le sue zone industriali, i suoi quartieri residenziali senza vita. (…) Si è potuto parlare giustamente della distruzione delle città in tempo di pace, con l’esplodere dei vecchi centri storici, la speculazione immobiliare sfrenata che caccia i ceti inferiori e medi verso le periferie, il proliferare dei centri commerciali, l’estensione delle zone residenziali, l’emergere dei grattacieli, la lacerazione dello spazio causata dalle autostrade e la proliferazione dei non-luoghi [stazioni, aeroporti, ipermercati, ecc.]. L’asfissia del traffico automobilistico è uno dei sintomi di una crisi più ampia generata dalla «super» o «iper» modernità.” 6)

Le città nella prospettiva della decrescita.

Da questa “distruzione” della città, di cui parla Latouche, è possibile partire per tracciare la prospettiva di una profonda trasformazione proprio a partire dall’idea di decrescita.

La decrescita rappresenta una vera e propria rivoluzione poiché non solo preconizza un modello economico e sociale alternativo al capitalismo e all’economia di mercato, ma prefigura una società fondata su valori e stili di vita completamente diversi, dove l’economia è rimessa al suo posto come semplice mezzo della vita umana e non come fine ultimo.

Serge Latouche definisce i nuovi paradigmi della società della decrescita felice nel Manifesto del dopo sviluppo “La decrescita dovrebbe essere organizzata non soltanto per preservare l’ambiente ma anche per ripristinare il minimo di giustizia sociale senza la quale il pianeta è condannato all’esplosione. Sopravvivenza sociale e sopravvivenza biologica sembrano dunque strettamente legate. I limiti del patrimonio naturale non pongono soltanto un problema di equità intergenerazionale nel condividere le disponibilità, ma anche un problema di giusta ripartizione tra gli esseri ora viventi dell’umanità. La decrescita non significa un immobilismo conservatore. La saggezza tradizionale considerava che la felicità si realizzasse nel soddisfare un numero ragionevolmente limitato di bisogni. L’evoluzione e la crescita lenta delle società antiche si integravano in una riproduzione allargata ben temperata, sempre adattata ai vincoli naturali. Organizzare la decrescita significa, in altre parole, rinunciare all’immaginario economico, vale a dire alla credenza che di più è uguale a meglio. Il bene e la felicità possono realizzarsi con costi minori. Riscoprire la vera ricchezza nel fiorire di rapporti sociali conviviali in un mondo sano può ottenersi con serenità nella frugalità, nella sobrietà e addirittura con una certa austerità nel consumo materiale”. 7)

Nelle città, dunque, il progetto della decrescita mette in discussione il modello di sviluppo capitalistico nel suo complesso e, quindi, passa attraverso una rifondazione del politico, ma ridefinisce anche il concetto di polis, di città e del suo rapporto con la natura.

Nella società della decrescita il rapporto fra territorio, ambiente e insediamenti umani vive una profonda trasformazione, si fa strada un nuovo modo di abitare e vivere, vicino al modello comunitario pre-industriale.

Nella società della decrescita il concetto di lavoro è diverso da quello di occupazione, perché le attività umane non sono finalizzate alla produzione di merci -troppo spesso inutili, a obsolescenza programmata o immediatamente superate da modelli sempre più nuovi che divengono quindi ben presto rifiuti- ma al ben vivere e alla capacità di futuro, che possono essere soddisfatti da forme di lavoro inedite e contemporaneamente molto antiche.

Nell’idea di una società della decrescita, il lavoro è concepito “come attività che consenta di essere utili a se stessi e agli altri anche indipendentemente da un impiego retribuito. Pensiamo solo al lavoro domestico e di cura, all’agricoltura contadina, all’economia di sussistenza dei villaggi, all’autoproduzione, al muto aiuto, all’artigianato di prossimità, al volontariato, all’economia informale…Se vogliamo liberarci dalle gabbie del sistema produttivo e sociale esistente, dobbiamo quindi riuscire a ri/concepire la possibilità di svolgere un tipo di lavoro libero e cooperante, vitale e conviviale, orientato alla creazione di valori d’uso.” 8)

Nella prospettiva della decrescita, quindi, la priorità nelle città non è attrarre capitali d’investimento, magari esteri di società multinazionali, per creare nuovi poli industriali che diventeranno in un futuro molto prossimo nuove aree di dismissioni, ma favorire settori produttivi diversificati, che a parità di produzione, riducono l’inquinamento e il consumo di risorse, in particolare quelle energetiche, e le imprese locali, legate al territorio in una logica di scambio bio-regionale.

La priorità è dunque “ promuovere una politica economica finalizzata a creare occupazione nelle tecnologie che consentono di attenuare la crisi ambientale: l’inversione della tendenza alla globalizzazione e la rivalutazione delle economie locali.” 9)

Favorire, ad esempio, le imprese impegnate nella ristrutturazione del patrimonio edilizio esistente in una prospettiva di riduzione dei consumi energetici da combustibili fossili. “La ristrutturazione del patrimonio edilizio comporterebbe sia una forte riduzione nei consumi da fonti fossili che incidono molto pesantemente sulla bilancia commerciale, e di conseguenza una riduzione significativa del PIL, sia una forte crescita occupazionale nei settori tecnologici che accrescono l’efficienza energetica dell’edilizia. Questa decrescita farebbe crescere l’occupazione in quantità altrimenti non ottenibili e tanto maggiori quanto è maggiore. In pratica si attiverebbe un gigantesco trasferimento di denaro dall’acquisto di fonti fossili al pagamento di redditi in lavori che diminuiscono le emissioni climalteranti e migliorano la qualità dell’aria” 10)

Prospettive analoghe possono essere aperte da imprese impegnate nelle innovazioni tecnologiche finalizzate a ridurre il consumo di risorse, l’inquinamento e i rifiuti a parità di produzione; da imprese impegnate nelle energie rinnovabili per l’autoproduzione locale di energia, quindi che realizzano piccoli impianti fotovoltaici da installare sui tetti degli edifici per autoconsumo collegati in rete per scambiare le eccedenze o micro-cogeneratori in sostituzione delle caldaie. Tutte queste attività produttive creerebbero lavoro ma contemporaneamente una riduzione dei consumi attraverso il recupero degli sprechi e l’autoproduzione di energia per autoconsumo. 11)

Nella prospettiva culturale della decrescita assume particolare importanza promuovere, a livello urbano, le economie auto-centrate, quelle cioè fondate sull’uso di risorse locali e sulla commercializzazione in ambito locale e bio-regionale, dei prodotti fondamentali per la vita.

Ciò a causa del declino dei combustibili fossili che comporterà in un futuro non molto lontano ripercussioni negative nei settori dell’agricoltura, dell’energia, delle costruzioni, dei trasporti. Da studi recenti (2010) del Pentagono e del Ministero della Difesa tedesco, risulta che il picco di Hubbert della produzione petrolifera sia stato già raggiunto. 12)

Che cosa accadrà nelle nostre città il giorno che la produzione di petrolio scenderà anche solo di qualche punto percentuale, e la possibilità di mobilità indiscriminata comincerà a venir meno? Ma una città non è solo mobilità. Per il suo funzionamento si utilizzano mille tecnologie: acquedotti, reti fognarie, gasdotti, reti elettriche, ascensori, impianti di riscaldamento, di refrigerazione, ecc. Cosa accadrà quando queste protesi miracolose non avranno sufficiente energia per funzionare?

Non andiamo incontro, però, solo al declino dei combustibili fossili: secondo le valutazioni dell’Ipcc, se entro il 2020 si riusciranno a ridurre le emissioni di CO2 del 20% in questo secolo, la temperatura media della terra aumenterà di 2° C, il triplo del secolo scorso. In caso contrario l’aumento della temperatura porterà a uno sconvolgimento climatico senza possibilità di ritorno.

E’ sotto gli occhi di tutti che i cambiamenti climatici sono già in atto, eventi atmosferici estremi e frequenti sono la realtà del presente. Ma cosa accadrà quando si presenteranno in tutta la loro evidenza gli effetti più catastrofici: innalzamento dei mari, aumento delle temperature e forti ondate di calore, fenomeni atmosferici estremi, concentrazione delle precipitazioni in pochi giorni alternata a prolungati periodi di siccità, emergenza idrica?

Le comunità umane dovranno prepararsi ad affrontare la doppia sfida costituita dal sommarsi del riscaldamento globale e del picco del petrolio e quindi le città dovranno trasformarsi e ricercare stratagemmi per ridurre l’utilizzo di energia e incrementare la propria autonomia a tutti i livelli (energetica, idrica, alimentare, ecc).

Quali città potranno affrontare meglio queste sfide epocali?

Le città che hanno investito in un sistema di trasporti diversificato con un maggior numero di persone che si sposta in bicicletta, a piedi e con i mezzi pubblici. Gli insediamenti urbani dove è facile trovare prodotti locali abbondanti e a basso prezzo grazie alla presenza di mercati di quartiere, fiere contadine, fattorie urbane. I comuni che hanno incoraggiato pratiche sostenibili come la bioedilizia e le reti di economie locali.

Le città in cui la società civile è protagonista dei cambiamenti attraverso un atteggiamento pro-attivo e creativo, città nelle quali i cittadini prendono parte alla vita della comunità locale su base volontaria, fondando associazioni, comitati di quartiere, dando avvio a iniziative che riguardano un modello sociale ed economico alternativo.

Affinché le città possano avviarsi alla transizione verso una nuova era post-picco le comunità locali dovranno saper ripensare, ridisegnare, ristrutturare l’ambiente urbano e l’economia locale in base alle nuove esigenze e per aumentarne la resilienza.

“Auto-produrre cibo ed energia è l’elemento più importante dell’aumento di resilienza di cui ha bisogno la nostra società: senza questo paracadute, il nostro paese collasserà non appena i vincoli internazionali posti dall’incipiente era delle vacche magre diventeranno più stringenti. La resilienza è una proprietà che si prepara, come una rete di sicurezza, deformabile quanto basta per attutire il colpo” 13)

Gli insediamenti umani devono evolversi verso l’autosufficienza alimentare ed energetica sperimentando discipline di frontiera e pioneristiche finora poco utilizzate come la permacultura e la biologia quale modello per la progettazione, idea sviluppata dal New Alchemy Institute già negli anni ’60. 14)

La validità di queste discipline è ampiamente dimostrata. La permacultura, ad esempio, ha avuto un ruolo fondamentale nel superamento della gravissima crisi alimentare che si è avuta a Cuba durante il cosiddetto Periodo Especial. Nel 1991, in seguito al crollo dell’ex Unione Sovietica, Cuba si ritrovò dall’oggi al domani con forniture di petrolio ridotte al minimo, questo comportò un tracollo devastante per l’economia cubana, la paralisi colpì il settore agroindustriale, l’industria ed i trasporti.

L’apporto calorico nella dieta dei cubani passò da 2908 a 1863, quello proteico diminuì nella misura del 40%, tutti i cubani soffrirono di denutrizione. Cuba è stato il primo paese al mondo a vivere la sfida che ogni paese dovrà affrontare: la crisi del picco petrolifero. Il governo si è rivolto immediatamente a scienziati, esperti e ad agricoltori che praticavano la permacultura.

I cittadini furono aiutati nel dare vita ad orti urbani. Gli anziani insegnarono come arare la terra con i buoi, mentre gli esperti di permacultura venuti apposta dall’Australia insegnarono la rotazione delle colture, i sovesci e forme naturali di controllo dei parassiti. Attraverso queste pratiche si mise in atto un recupero dell’organicità dei terreni, demineralizzati da decenni di agricoltura intensiva. Nel giro di 4-5 anni i cubani hanno recuperato quasi interamente il peso corporeo.

Andranno poi sviluppati nuovi approcci alla progettazione come il post oil design, il carbon neutral design e il design dei servizi, nuove tecniche come l’acquacultura e la bio-depurazione sull’esempio delle macchine viventi di John Todd, nuove tipologie edilizie come bioricoveri, serre e shadehouse.

Per quanto riguarda l’autosufficienza alimentare, molte sono le iniziative che possono realizzarsi in ambito urbano. In primo luogo la difesa di tutte le aree inedificate del territorio comunale attraverso strumenti urbanistici di tutela a tempo indeterminato (vedi Variante di Salvaguardia del Comune di Napoli).

La creazione di Parchi metropolitani a difesa della biodiversità locale e delle aree agricole produttive ancora esistenti e per la valorizzazione dei prodotti agro-alimentari tipici . Un esempio che vorrei citare è il Parco Metropolitano delle Colline di Napoli che si estende per 2.215 ettari nella parte nord-occidentale della città, coprendo circa un quinto dell’intero territorio comunale.

Esso include il sistema collinare situato al centro dell’estesa area metropolitana partenopea caratterizzato dalla presenza di valloni, di ampie conche e cavità naturali che si alternano a larghe strisce coltivate con sistemazione a terrazzamenti. Vi si coltivano specie autoctone molto pregiate come le mele annurche e le ciliegie di Chiaiano.

La destinazione di aree dismesse o inedificate a orti comuni e city farms, la riconversione di edifici dismessi a fattorie integrate solari sul modello del New Alchemy Institute, dove si pratichi l’allevamento di piccoli animali da cortile, l’allevamento di pesci e crostacei, la produzione di compost e la coltivazione di funghi, verdura e frutta.

La riforestazione urbana diffusa seguendo l’approccio multidimensionale della permacultura, la creazione di orti pensili condominiali, la conversione dei giardini pubblici e privati in orti-giardino con funzioni produttive, il riciclaggio comunitario e la trasformazione dei rifiuti organici in compost per aumentare la fertilità dei suoli, l’intercettazione e raccolta delle acque meteoriche con la creazione di vasche e di canali urbani con sistemi di fitodepurazione, il riuso e riciclaggio delle acque di scarico depurate.

Ai fini dell’autosufficienza energetica in ambito urbano andrà incoraggiato l’uso di fonti energetiche rinnovabili, il risparmio energetico in edilizia, il riscaldamento e raffrescamento passivo attraverso un approccio progettuale che segue i principi dell’architettura bio-climatica e che fa tesoro delle antiche tecniche costruttive spesso dimenticate.

Di fondamentale importanza saranno poi gli interventi nel campo della mobilità e dei trasporti seguendo i principi dettati già negli anni ’90 dalla Ricerca per una città senza auto, promossa dalla Commissione delle Comunità Europee, uno studio teso a dimostrare che può essere tecnicamente possibile ed economicamente praticabile un modello di città in cui la mobilità sia assicurata con altri mezzi, anche tra loro combinati, che non siano l’auto e in cui la forma urbana non sia condizionata dalla necessità di assicurare crescenti spazi alla circolazione dei veicoli. 15)

La ri-localizzazione, cioè l’azione di consumare soltanto prodotti locali ovvero frutto dell’economia del proprio territorio, assumerà un ruolo fondamentale. Grazie alla ri-localizzazione ogni decisione economica andrà presa tenendo conto essenzialmente dei fabbisogni locali e riducendo alla minima parte la movimentazione delle merci, così da diminuire il consumo di combustibili fossili e l’inquinamento.

Nell’ottica della ri-localizzazione le città dovranno evolversi verso un “un insieme complesso di sistemi territoriali e locali dotati di una forte capacità di auto sostenibilità, mirata a ridurre il consumo di energia e le diseconomie esterne.(…) Città di città, città di municipi, municipio di municipi o forse una città di villaggi, in breve una rete policentrica o multipolare.(…) Si potrebbe considerare un’area metropolitana come una articolazione di quartieri autonomi che funzionano come dei comuni giustapposti. Si ricercherà anche l’autonomia energetica locale: le energie rinnovabili sono adatte alle società decentralizzate, senza grandi concentrazioni umane. Questa dispersione ha il vantaggio che ogni regione del mondo possiede un potenziale naturale per sviluppare una o più filiera di energia rinnovabile. Vivere nelle città in cui abitiamo, ma organizzarci con minori spostamenti e vivere all’interno del nostro villaggio urbano, isolato dagli altri villaggi urbani, non più frequentati da noi perché lontani».16)

Nella società della decrescita si da vita a nuove forme di convivenza tali da rispondere all’attuale disgregazione dell’organizzazione familiare, culturale e sociale della condizione postmoderna e globalizzata.

Si rivalutano i legami comunitari nelle famiglie, si rompono i limiti mononucleari in cui la famiglia è stata ristretta, si riscopre l’importanza dei rapporti di vicinato, si ricostruiscono forme di solidarietà comunitaria per libera scelta tra persone con sensibilità comune: banche del tempo, gruppi d’acquisto solidale (GAS), gruppi di acquisto della terra (GAT), co-housing, eco-villaggi.

Tuttavia il paradigma culturale della decrescita non può realizzarsi nel solo ambito urbano, perché è necessaria un’inversione dei movimenti migratori tra le città e le campagne, deve cioè tramontare definitivamente l’era dell’urbanizzazione.

Una soluzione ai problemi delle società occidentali è costituita probabilmente da una neo-ruralità come dice Maurizio Pallante 17) o, come dice Bill Mollison padre della permacultura, dalla formazione di piccole comunità responsabili 18) , impegnate nell’applicazione di tecnologie appropriate e discipline di frontiera, come appunto la permacultura.

Dobbiamo passare dalla condizione di consumatori a quella di produttori di cibo, anche se su piccola scala, nei nostri orti. Dobbiamo comprendere il modo in cui funzionano i sistemi naturali, attraverso l’attenzione alla riforestazione e alla coltivazione in generale e attraverso la contemplazione e la cura della terra.

L’esperienza del Periodo Especial di Cuba ci insegna che i problemi derivanti dalla scarsità di combustibili fossili si risolvono attraverso la comunità, cioè attraverso economie locali e interdipendenza sociale. La maggior parte degli esperti e dei politici asserviti alle logiche del capitalismo dichiara che la soluzione è nel ritrovamento di nuovi giacimenti o nella scoperta di nuove tecnologie, ma il problema principale è mettere in discussione questo sistema economico e sociale, ricostruire i rapporti umani, avere un’altra visione del nostro posto nel mondo, affinché tutti possano usufruire degli immensi beni che la terra ci regala.

Vorrei concludere con le parole di Mollison “Per noi non c’è altro sentiero che quello della produttività cooperativa e della responsabilità comunitaria. Imboccate quel sentiero e la vostra vita cambierà in un modo che ancora non potete immaginare” 19)

Fonte: http://www.decrescita.com/news/la-citta-che-vogliamo/

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