La buona economia non esiste - di Serge Latouche

 

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“Non è possibile proporre un modello chiavi in mano di una società della decrescita – scrive Serge Latouche -, ma soltanto le grandi linee dei fondamentali di qualsiasi società non produttivista sostenibile. È la stessa conclusione a cui arriva anche Mauro Bonaiuti nel libro ‘La grande transizione’”. Il progetto radicale della decrescita non consiste nel sostituire una «buona economia» a una «cattiva economia», una buona crescita o un buon sviluppo a una crescita o a uno sviluppo cattivi, applicandovi una verniciatura di verde, di sociale o di equo, con una dose più o meno forte di regolazione statale o di ibridazione con la logica del dono e della solidarietà. Si tratta invece, né più e né meno, di uscire dall’economia. Questa formula, che Bonaiuti esita a usare, in genere non viene compresa dai nostri concittadini, per i quali è difficile rendersi conto del fatto che l’economia è diventata una religione. Eppure sta proprio qui la differenza tra il progetto di costruzione di una società di abbondanza frugale e le idee di sviluppo sostenibile”
Di seguito, la prefazione scritta da Serge Latouche del libro di “La grande transizione. Dal declino alla società della decrescita” (Bollati Boringhieri) di Mauro Bonaiuti. Il libro sarà presentato giovedì 14 novembre, ore 21, a Torino, in un incontro promosso dall’associazione Fabio News e altri (l’evento facebook è qui). Ringraziamo Latouche e Bonaiuti, due compagni di strada di Comune-info.

di Serge Latouche*

L’espressione «decrescita» fa la sua comparsa come slogan provocatorio nel febbraio del 2002, per denunciare la mistificazione dell’ideologia dello sviluppo sostenibile. Questa «parola proiettile», questa «bomba semantica» (Paul Aries dixit) vuole rompere il consenso rassegnato all’ordine produttivista dominante. Per tentare di salvare la religione della crescita di fronte alla crisi ecologica, l’Unep (il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) aveva lanciato la parola d’ordine dello sviluppo sostenibile , ossimoro geniale in termini semantici, ma che non è riuscito a risolvere il problema, perché lo sviluppo, per sua essenza, non è sostenibile.

Lanciata dunque, quasi per caso, per rompere con l’ipocrisia dello sviluppo durevole, la decrescita, almeno all’inizio non è un concetto, e in ogni caso non è il corrispondente simmetrico della crescita. La decrescita non è né la recessione né la crescita negativa. Diventata rapidamente la parola d’ordine e la bandiera di tutti quelli che aspirano alla costruzione di una vera alternativa ad una società dei consumi ecologicamente e socialmente insostenibile, la decrescita costituisce ormai una finzione performativa che indica la necessità di una rottura con la società della crescita. Più rigorosamente, si dovrebbe parlare di a-crescita, così come si parla di a-teismo. Perché si tratta per l’appunto dell’abbandono di una fede e di una religione: quelle del progresso e dello sviluppo. Si tratta di diventare degli atei della crescita e dell’economia. La rottura operata dalla decrescita implica di conseguenza una decolonizzazione dell’immaginario e la realizzazione di un altro mondo possibile. Si tratta di uscire da una società della crescita, cioè da una società fagocitata da un’economia che ha come solo obiettivo la crescita per la crescita, e la cui logica non è di far crescere la produzione per soddisfare dei bisogni, ma di farla crescere all’infinito con il pretesto dell’illimitatezza dei consumi e con la conseguenza dell’aumento insensato dei rifiuti e dell’inquinamento. Insomma, la distruzione del pianeta.

Mauro Bonaiuti, che dal grande economista e studioso Nicholas Georgescu-Roegen ha ripreso l’idea fondamentale che una crescita infinita è incompatibile con un pianeta finito, è stato un «obiettore di crescita» ante litteram. Ma, in un mondo in cui la scena politica e intellettuale è fagocitata dai media, il ricercatore impegnato occupa un posto tanto essenziale quanto ingrato. Indifferente alle mode, traccia il proprio solco lontano dai proiettori dell’attualità effimera. Si spiega così il posto che Mauro Bonaiuti occupa nella galassia della decrescita e l’importanza del suo percorso. Bonaiuti tenta in primo luogo di approfondire il tema della bio-economia, il progetto improbabile sostenuto da Georgescu-Roegen, e poi, trasformando lo slogan della decrescita in un vero e proprio concetto, ne deriva una teoria organica.

I. Il posto di Mauro Bonaiuti nella galassia della decrescita

d1Ho incontrato per la prima volta Mauro Bonaiuti, se la memoria non mi inganna, all’inizio degli anni 2000 a Lecce, in occasione di un convegno organizzato dall’Associazione italiana di storia del pensiero economico. L’Associazione quell’anno aveva scelto come tema del convegno Lo sviluppo, ed io ero stato invitato per presentare un punto di vista critico. Invece di diffondermi sulla storia del concetto, cosa che avevo fatto altrove, e che sarebbe stato nello spirito dei dibattiti accademici tra economisti, avevo scelto provocatoriamente di presentare una relazione che riprendeva il titolo e l’argomentazione di un articolo che avevo appena pubblicato: Abbasso lo sviluppo sostenibile! Viva la decrescita conviviale! Era una delle prime volte che utilizzavo in Italia il termine «decrescita» in pubblico, e l’accoglienza dei vecchi colleghi fu alquanto tiepida. All’entusiasmo di alcuni giovani ricercatori corrispose la contrarietà di certi «baroni»… Durante la pausa che seguì il mio intervento il giovane Bonaiuti mi si presentò. Era affascinato dal mio intervento, su cui era perfettamente d’accordo, ma si meravigliava che non avessi fatto riferimento a Nicholas Georgescu-Roegen, di cui era uno specialista, e che non avessi basato la mia analisi sulle sue idee. Gli spiegai che conoscevo bene l’opera di quell’autore e che apprezzavo soprattutto la sua critica epistemologica nei confronti dell’abuso della matematica in economia, mediante l’uso di concetti aritmomorfici, critica che avevo ripreso in una mia vecchia opera. Ma, quando nel 1995 Jacques Grinevald aveva tradotto e pubblicato in francese una raccolta di saggi sull’entropia, l’ecologia e l’economia di Georgescu-Roegen con il titolo La décroissance, che avevo anche recensito, non ero rimasto del tutto convinto, come non ero convinto neppure delle idee del mio collega René Passet. In quel momento l’approccio critico all’economia attraverso l’ecologia non rientrava nel mio schema di pensiero. La questione della bioeconomia non mi sembrava rilevante e non era per quel percorso che ero arrivato alla decrescita. Ne discutemmo e decidemmo di rimanere in contatto. Poco tempo dopo Bonaiuti mi fece avere il suo libro La teoria bioeconomica. La “nuova economia” di Nicholas Georgescu-Roegen (Carocci, 2001), che lessi con il massimo interesse, e a cui in seguito mi sono spesso rifatto. Feci pubblicare un suo articolo, À la conquête des biens relationnels, nel numero del febbraio 2002 della rivista «Silence», la prima pubblicazione dedicata alla decrescita, e lo feci invitare al primo convegno sulla decrescita a Lione nell’ottobre dello stesso anno. Bonaiuti fece coraggiosamente un intervento in francese sul tema del suo articolo, malgrado la febbre alta che lo divorava da quando era arrivato. Una versione riveduta di questo contributo è stata poi ripresa nell’opera collettiva Objectif décroissance, pubblicata nella collezione «L’Après-développement» che io dirigo, testo di cui Bonaiuti in seguito ha curato la versione italiana (M. Bonaiuti (a cura di) Obiettivo decrescita, Emi, 2004).

Nel suo articolo Bonaiuti sostiene l’idea che la limitazione drastica delle minacce all’ambiente e dunque della produzione di valori di scambio incorporati in supporti materiali fisici, non implica necessariamente una limitazione della produzione di prodotti immateriali, e in particolare dei beni relazionali, ovverosia dei servizi che rispondono ad una «domanda di attenzione, di cura, di conoscenze, di partecipazione, di nuovi spazi di libertà, di spiritualità». Questi beni, almeno in parte, potrebbero anche conservare o assumere una forma mercantile. Avendo avuto come professore di economia Stefano Zamagni, il padre della scuola italiana di economia civile (rappresentata da Luigino Bruni, Benedetto Gui, Stefano Bartolini, Leonardo Becchetti, ecc.), Bonaiuti concepisce, come Zamagni, una riforma possibile e indolore del sistema a partire da uno sviluppo dei beni relazionali, in particolare all’interno di una economia solidale, ma non nel quadro dello sviluppo sostenibile bensì in quello di una certa decrescita. Il suo intervento si concludeva con la vibrante affermazione: «La decrescita materiale sarà una crescita relazionale, conviviale e spirituale o non sarà». In questo modo si schierava con le posizioni di quelli che, come Patrick Viveret in Francia, propongono di «riconsiderare la ricchezza», o di Jean Gadrey, che si pone il problema della possibilità di trovare un’alternativa nel quadro di un capitalismo riformato. Questi autori peraltro arrivano onestamente alla stessa conclusione: se ci si concentra unicamente su un esame minuzioso delle condizioni materiali, non è possibile trovare una risposta alla questione della possibilità o dell’impossibilità di un capitalismo ecocompatibile. Nel migliore dei casi si possono formulare seri dubbi.

Cominciò così tra me e Bonaiuti un’amichevole complicità. I nostri scambi continuarono con il lancio del Mauss (Movimento Anti-Utilitarista nelle Scienze Sociali) italiano, che sotto l’impulso di Mauro è diventato in Italia il principale gruppo di riflessione sulla decrescita e ha portato poi alla nascita di una delle reti di obiettori di crescita italiani (si tratta dell’Associazione per la Decrescita, www.decrescita.it. n.d.t.), che si affianca, più complementare che concorrente, al Movimento della decrescita felice di Maurizio Pallante.

Per capire la posizione rispettiva del due «eroi» della decrescita italiana è necessario fare un piccolo excursus storico. Per me, che non avevo mai utilizzato il termine decrescita prima del numero speciale della rivista «Silence» dedicato a questo tema, le analisi sviluppate all’insegna del termine risalgono per l’appunto al febbraio 2002 e il movimento eponimo ha il suo atto di nascita con il convegno «Défaire le développement, refaire le monde» tenuto presso l’Unesco nel marzo 2002 (Atti pubblicati con il titolo Disfare lo Sviluppo per Rifare il Mondo, Jaca Book, Milano 2005). Invece, mentre il termine è entrato nel dibattito economico, politico e sociale solo molto di recente, le idee che rappresenta hanno una storia più antica, legata alla critica culturalista dell’economia da una parte e alla critica ecologista dall’altra. Come ricordo nel mio Breve trattato sulla decrescita serena (Bollati Boringheiri, Torino 2008), il progetto di una società autonoma ed economa a cui si fa riferimento attraverso lo slogan della decrescita è stato formulato già alla fine degli anni 1960, in una forma vicina alla nostra, da André Gorz, François Partant, Jacques Ellul, Bernard Charbonneau e soprattutto da Cornelius Castoriadis e Ivan Illich. Il fallimento dello sviluppo al Sud e la perdita di valori al Nord portavano questi pensatori a rimettere in discussione la società dei consumi e le sue basi immaginarie, il progresso, la scienza e la tecnica. Questa critica non alzava esplicitamente la bandiera della decrescita, ma sfociava nella ricerca di un «dopo-sviluppo» nel quale la dimensione ecologica era sicuramente presente ma occupava in generale un posto limitato, tranne che nell’utopia deindustrialista di André Gorz.

Contemporaneamente, la presa di coscienza della crisi ambientale portava un messaggio differente e supplementare: la società della crescita e lo sviluppo non solo non sono desiderabili, ma non sono nemmeno sostenibili! A differenza del modello teorico, il processo economico reale non è un processo puramente meccanico e reversibile; in quanto processo entropico, si svolge all’interno della biosfera ed è soggetto ad un tempo direzionale. Da ciò deriva, secondo Nicholas Georgescu-Roegen, l’impossibilità di una crescita infinita in un mondo finito e la necessità di sostituire la scienza economica tradizionale con una bioeconomia, di ripensare, cioè, l’economia all’interno della biosfera.

Alcuni dunque sono arrivati alla decrescita attraverso la critica culturalista del paradigma della crescita e dello sviluppo (il doposviluppo/postsviluppo), mentre altri ci sono arrivati attraverso la critica ecologica e la prospettiva del “post-petrolio”. All’inizio esistevano dunque almeno due rami nella piccola famiglia della decrescita. Il primo, più fondato sulla bioeconomia, l’economia ecologica, la termodinamica, ecc., proviene dal pensiero di Nicholas Georgescu-Roegen, ben rappresentato dal suo discepolo diretto Jacque Grinevald, e a cui si rifà anche Mauro Bonaiuti. È un filone di economisti che mettono in discussione l’economia, ma attraverso l’ecologia. C’è poi un secondo ramo, quello dell’«anti-sviluppo», composto per lo più di esperti di sviluppo che hanno vissuto a lungo nel terzo mondo e che hanno radicalmente messo in discussione la crescita attraverso lo sviluppo. Questi ultimi, ai quali io mi rifaccio, non sono passati da Marx a Nicholas Georgescu-Roegen, ma piuttosto da Marx a Ivan Illich. In effetti nelle opere di Illich, e in particolare nella Convivialità, si trova già tutta la visione della decrescita, anche se non tanto come un progetto necessario quanto come un progetto desiderabile.

Dal mio punto di vista, già prima del 2001/2002 esisteva una «obiezione di crescita», addirittura in due visioni differenti, ma non esisteva veramente la decrescita, il cui atto di nascita è stato decretato dalla fusione delle due visioni. E per quanto il caso abbia svolto un ruolo decisivo nello svolgersi degli avvenimenti, la comparsa di un movimento radicale che proponeva un’alternativa alla società dei consumi e della crescita rispondeva ad una necessità che non è abusivo definire storica. Di fronte al trionfo dell’ultra-liberalismo e alla proclamazione arrogante di TINA (there is no alternative) da parte di Margaret Thatcher, la piccola «libera massoneria» anti-sviluppista di cui facevo parte non poteva più accontentarsi di una critica teorica semi-clandestina ad uso dei terzomondisti. L’altra faccia del trionfo dell’ideologia del pensiero unico era lo slogan, accolto dal consenso generale, dello «sviluppo sostenibile», in cui il movimento altermondialista sembrava perfettamente accomodarsi. Diventava dunque urgente contrapporre un altro modello, o più esattamente dare visibilità ad un progetto in gestazione da tempo, ma che avanzava in modo sotterraneo. Dalla confluenza delle due tendenze nasceva, nel 2003, una prima rete, in teoria internazionale ma di fatto franco-italiana, degli obiettori di crescita per il dopo-sviluppo (Rocad), il cui manifesto fu tradotto in italiano su sollecitazione di Paolo Cacciari e che probabilmente diede a Maurizio Pallante l’idea di lanciare il suo manifesto per la decrescita felice.

Dunque personalmente sono arrivato alla decrescita attraverso il dopo-sviluppo e la critica culturalista, mentre Maurizio e Mauro vi sono approdati il primo attraverso la critica ecologica e la prospettiva del dopo-petrolio e il secondo attraverso il concetto di entropia. Ma non è questa differenza che separa veramente i due filoni, tanto più che Mauro Bonaiuti successivamente ha ampiamente integrato nella sua visione la dimensione anti e post-sviluppista. A parte le inevitabili differenze di sensibilità, sono piuttosto il rapporto con il politico e il ruolo della ricerca teorica che segnano la differenza tra le due impostazioni. Maurizio Pallante si è da tempo specializzato nei problemi della riduzione dello spreco energetico e delle possibili alternative di fronte alla prospettiva della fine del petrolio. Il suo approccio si avvicina molto a quello dell’associazione Negawatt, che elabora piani di risparmio energetico (riduzione a fattore quattro, o addirittura dieci), o del Wuppertal Institut. Questo spiega perché, pur avendo come riferimento lo stesso concetto, quello di decrescita, il progetto risulti alquanto diverso. Per il fondatore della corrente italiana della decrescita felice, non si tratta tanto di uno slogan provocatorio che vuole indicare la rottura con la società della crescita, quanto di un obiettivo già applicabile ad un contenuto concreto. La decrescita secondo Pallante è un concetto positivo che può essere tradotto come riduzione del Pil, cioè come abbassamento del consumo e della produzione di beni e servizi mercantili (merci), ma è anche felice, perché al tempo stesso corrisponde ad un aumento di beni e servizi non mercantili (beni) che procurano vere soddisfazioni. Ne deriva che la decrescita si traduce immediatamente in iniziative concrete: decrescita dei valori di scambio e crescita dei valori d’uso.

Docente universitario con un dottorato sulla bioeconomia di Nicholas Georgescu-Roegen, Mauro Bonaiuti, come dimostra questo libro, è invece più orientato verso la teoria astratta, dalla quale fa discendere però conclusioni più radicali rispetto al progetto politico.

II. Dalla bioeconomia alla decrescita

In quanto slogan, l’espressione decrescita è un’invenzione retorica piuttosto felice in quanto il suo significato non è del tutto negativo, in particolare in francese. Ad esempio, il deflusso di un fiume in piena che ha provocato un’alluvione è una buona cosa. E dato che il fiume dell’economia ha rotto gli argini, è assolutamente desiderabile che ci rientri. Il termine funziona abbastanza bene anche nelle altre lingue latine: decrescita (italiano), decrecimiento (spagnolo), decreiscment (catalano), decrescimento (portoghese). La denotazione è la stessa, e le connotazioni sono abbastanza vicine. Per decrescere in effetti bisogna «decredere», e la prossimità semantica tra credenza e crescita si ritrova in tutte queste lingue. L’impossibilità di tradurre «decrescita» in inglese, simmetrica in qualche modo a quella di tradurre crescita o sviluppo nelle lingue africane (come pure ovviamente decrescita…), è estremamente rivelatrice dell’immaginario culturale, e in particolare del dominio mentale dell’economismo. Il termine utilizzato da Nicholas Gerorgescu-Roegen è declining, parola che non corrisponde veramente al significato di decrescita, come pure decrease, proposto da alcuni. I neologismi ungrowth, degrowth, dedevelopment sono altrettanto poco soddisfacenti, anche se alla fine è stato prescelto degrowth.

Comunque sia, se una traduzione letterale perfetta è impossibile, non è neppure auspicabile, in quanto il dopo-sviluppo è per natura plurale. Ogni società, ogni cultura, deve uscire a suo modo dal totalitarismo produttivista e crearsi una nuova identità fondata sulla diversità delle radici e delle tradizioni. La decrescita dunque non è l’alternativa, e soprattutto non l’alternativa economica, ma una matrice di alternative che riapre l’avventura umana alla pluralità di destini e lo spazio della creatività, sollevando la cappa di piombo del totalitarismo economico. Poiché si tratta di uscire dal paradigma dell’homo œconomicus unidimensionale, principale fonte dell’omologazione planetaria e del suicidio delle culture, la società della a-crescita non si realizzerà allo stesso modo in Europa, nell’Africa subsahariana o in America latina, nel Texas e nel Chiapas, in Senegal e in Portogallo. È necessario favorire e ritrovare la diversità e il pluralismo. Dunque non è possibile proporre un modello chiavi in mano di una società della decrescita, ma soltanto le grandi linee dei fondamentali di qualsiasi società non produttivista sostenibile, nonché esempi concreti di programmi di transizione. È la stessa conclusione a cui arriva anche Mauro Bonaiuti in questo libro. In un certo modo dunque l’a-crescita presuppone che si diventi anche degli atei dell’economia.

Su quest’ultimo punto, l’approccio di Mauro Bonaiuti è più complesso e originale. Bonaiuti ha una solida formazione di economista e ha avuto come professore Stefano Zamagni, il padre della scuola italiana dell’economia civile e corrispondente di Nicholas Georgescu-Roegen. A partire da questo bagaglio teorico, Bonaiuti elabora una critica radicale dell’utopia della crescita avendo come punti di riferimento l’economia civile del primo e la bioeconomia del secondo. Una sintesi che appare tanto più legittima in quanto lo stesso Nicholas Georgescu-Roegen osservava che «il prodotto reale del processo economico (o anche, da questo punto di vista, di qualsiasi processo vivente) non è il flusso materiale di rifiuti, ma il flusso immateriale sempre misterioso della gioia di vivere». Di conseguenza, l’introduzione dei beni relazionali in un’economia sottomessa alle leggi della termodinamica appare del tutto naturale. Tuttavia, questa introduzione ha sul dispositivo tradizionale effetti ben più sovversivi di quello che pensava Georgescu-Roegen e di quello che auspicava Stefano Zamagni. Molto rapidamente in effetti Mauro Bonaiuti si viene a scontrare con i limiti dell’approccio del suo vecchio maestro, finito peraltro a servir messa a Papa Ratzinger, tenendogli la mano nella stesura dell’enciclica Caritas in veritate, e ad assolvere l’economia di mercato da tutti i suoi crimini aspergendola d’acqua santa.

«Numerosi servizi forniti generalmente da strutture pubbliche o private – scriveva ancora nel 2003 Bonaiuti, ispirandosi a Zamagni – in futuro potranno svilupparsi nel quadro dell’economia solidale: basta pensare al settore della conoscenza/informazione (scuole, centri di formazione universitaria e professionale, cinema, televisione, radio, libri, editoria). A certe condizioni possono rientrarvi anche i servizi turistici, alberghieri e di ristorazione. In questo contesto, il legame tra l’ecologicamente sostenibile e il socialmente sostenibile dovrebbe essere chiaro. L’espansione dell’economia solidale attraverso la produzione di beni relazionali crea non soltanto un valore economico laddove può ridurre al minimo il degrado della materia/energia, ma costituisce anche una via potente verso la realizzazione di un’economia giusta…». Ma, in realtà, niente è meno scontato, né la riduzione significativa dell’impronta ecologica, né quella della ingiustizie. In effetti i beni relazionali sono vittime di un sofisma. Perché, se questi beni relazionali non sono mercificati, non rientrano nell’economia capitalistica e dunque la loro moltiplicazione non tocca in alcun modo il meccanismo della crescita. È quello che avviene in Costarica o nel Vanatu, paesi classificati tra i primi in termini di felicità nel 2009 e nel 2006, ma tra gli ultimi in fatto di prodotto interno lordo pro capite. E d’altra parte, se questi «beni» sono mercificati, non sono più veramente relazionali ma si trasformano in servizi. Vendere dei beni alla persona, sia pur battezzandoli con il nobile nome di economia solidale (ancora un ossimoro!) significa né più e né meno passare dall’amore romantico alla prestazione sessuale a tariffa. Cioè a quella che tradizionalmente va sotto il nome di prostituzione… Lo sfruttamento allora può diventare feroce e l’impatto materiale non indifferente.

Dunque la bioeconomia, così come l’economia ecologica, pongono dei problemi. Spingendosi al di là dell’«economia riformata» di Zamagni e dei seguaci dell’economia della felicità, Bonaiuti ha cercato di sviluppare fino in fondo la critica ecologica dell’economia. Così facendo, in questo libro arriva a qualcosa che si avvicina ad una teoria economica della fuoriuscita dall’economia, una sorta di approdo definitivo alla decostruzione del paradigma che struttura la società occidentale e sfocia nell’apertura alla decrescita.

L’analisi di quella che alcuni hanno chiamato la «scuola» del dopo-sviluppo, da cui sono usciti i «partigiani» della decrescita o «obiettori di crescita», si distingue dalle analisi e dalla posizioni degli altri critici contemporanei dell’economia globalizzata (movimento altermondialista, movimento anti-utilitarista o dell’economia solidale) e dalle proposte di cambiamento individuale sostenute dal movimento della semplicità volontaria. Questo perché non individua il cuore del problema nell’ultra-liberalismo, o in quello che il grande antropologo ungherese Karl Polanyi chiamava l’economia formale, ovverosia l’universo del mercato, ma nella logica di crescita considerata come l’essenza dell’economicità (Karl Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino, 2000). Il progetto radicale della decrescita non consiste nel sostituire una «buona economia» ad una «cattiva economia», una buona crescita o un buon sviluppo ad una crescita o a uno sviluppo cattivi, applicandovi una verniciatura di verde, di sociale o di equo, con una dose più o meno forte di regolazione statale o di ibridazione con la logica del dono e della solidarietà. Si tratta invece, né più e né meno, di uscire dall’economia. Questa formula, che Mauro Bonaiuti esita ad usare, in genere non viene compresa dai nostri concittadini, per i quali è difficile rendersi conto del fatto che l’economia è diventata una religione. Eppure sta proprio qui la differenza tra il progetto di costruzione di una società di abbondanza frugale e le idee di stato stazionario e di sviluppo sostenibile, a lungo sostenute da Herman Daly e che aprono la porta ad ogni sorta di imposture.

Nata con i Lumi, l’economia politica è la figlia naturale dell’ideologia del progresso. La scienza economica e gli economisti si sono lanciati nella breccia aperta dalla modernità e hanno sistematizzato la logica dell’illimitatezza, ignorando bellamente la finitezza dell’ecosistema. Hanno giustificato il sistema produttivista, l’hanno incoraggiato e accompagnato, e continuano su questa strada. Così facendo, danno prova di uno straordinario accecamento che confina alle volte con la malafede criminale, e hanno una pesante responsabilità nella catastrofe oggi in corso.

Fin dall’inizio della costruzione dell’economia politica, la natura viene estromessa dall’economia: «Le ricchezze naturali -scrive Jean-Baptiste Say- sono inesauribili, in quanto se non fosse così non le otterremmo gratuitamente. Non potendo essere né moltiplicate né esaurite, non rientrano nella scienza economica». E agli studenti di economia della mia generazione si insegnava che l’aria e l’acqua sono risorse illimitate e dunque non sono beni economici. Questa presentazione delle risorse naturali come illimitate e gratuite ha resistito nei manuali di economia almeno fino al 1980, quando il Club di Roma aveva già tirato il segnale d’allarme del loro esaurimento. «La terra -si legge in un manuale di quegli anni- sta ad indicare tutte le risorse naturali, tutti i doni gratuiti della natura che possono essere utilizzati nel processo di produzione (…) La terra non ha un costo di produzione; è un dono gratuito e non riproducibile della natura». Affermazioni simili ci vengono anche dalla penna di grandi economisti come Robert Solow. «L’antica preoccupazione circa l’esaurimento delle risorse naturali – scrive Solow – non è più fondata su alcuna solida base teorica».

Avendo costruito la loro macchina sul modello della meccanica di Newton, gli economisti hanno rinunciato al principio di realtà a favore dell’astrazione matematica. In particolare, hanno totalmente ignorato la seconda legge della termodinamica, scoperta nel 1824 da Sadi Carnot. I primi classici avevano comunque conservato un minimo di buon senso assegnando alla terra un ruolo importante nella produzione, e avevano anche avuto l’intuizione dei limiti della crescita economica attraverso l’idea dello “stato stazionario” (Malthus, Smith, Ricardo e soprattutto Stuart Mill), consapevoli del fatto che le rendite (in particolare della terra) non possono essere indefinitamente crescenti. Uno dei primi economisti marginalisti, William Stanley Jevons, arriva addirittura a lanciare l’allarme della minaccia di esaurimento delle miniere di carbone. Ma decretando, intorno al 1880, sotto l’influenza di Philip Wicksteed, Knut Wicksell e John Bates Clark, che il fattore di produzione delle risorse naturali (e in particolare la terra) era riducibile agli altri due fattori (capitale e lavoro), gli economisti neoclassici sopprimevano l’ultimo legame con la natura. «È molto facile -non esita ad affermare Robert Solow- sostituire altri fattori alle risorse naturali». Ne consegue, conclude, che «in linea di principio non c’è alcun problema. In effetti il mondo può continuare senza risorse naturali: il loro esaurimento è soltanto un vicissitudine, non una catastrofe». L’ipotesi della totale sostituibilità della natura con capitale e lavoro, porta economisti come Solow e Stiglitz, nella loro polemica con Nicholas Georgescu-Roegen, a formulare delle enormità, come dimostra l’apologo delle pizze, brillantemente inventato da Mauro Bonaiuti. È veramente pensabile, domanda Bonaiuti, che si possa ottenere la stessa quantità di pizze diminuendo continuamente la quantità di farina e aumentando il numero dei forni e dei cuochi? E anche se si può sperare di accedere a nuove fonti di energia, sarebbe ragionevole, aggiunge Nicholas Georgescu-Roegen, costruire «grattacieli senza scale e senza ascensori nella sola speranza che un giorno riusciremo a trionfare sulla legge di gravità?» E tuttavia è quello che facciamo con il nucleare, accumulando scorie potenzialmente pericolose per secoli senza soluzioni di smaltimento, e lo stesso vale per le emissioni di gas ad effetto serra. Bisogna avere tutta la (mala)fede degli economisti ortodossi per pensare che la scienza del futuro risolverà tutti i problemi e che la sostituibilità della natura con l’artefatto possa essere illimitata.

L’economia, ha fatto notare il grande studioso ed economista rumeno, esclude la freccia del tempo. E dunque ignora l’entropia, cioè l’irreversibilità delle trasformazioni dell’energia e della materia. Ma, se le trasformazioni dell’energia nelle sue diverse forme (calore, movimento, ecc.) non sono totalmente reversibili, la cosa non può non avere conseguenze sull’economia, che si basa su queste trasformazioni. Invece, agli occhi degli economisti i rifiuti e l’inquinamento, sebbene prodotti dall’attività economica, non rientrano, come non vi rientrano le risorse naturali, nella tradizionale funzione di produzione. Una volta scomparso ogni riferimento ad un qualsiasi substrato biofisico, la produzione economica -così come concepita dalla maggioranza dei teorici neoclassici o keynesiani- non è sottoposta ad alcun limite ecologico. La conseguenza è uno spreco irresponsabile delle risorse rare disponibili e una sotto-utilizzazione del flusso abbondante di energia solare. «La teoria economia neoclassica contemporanea -osserva Yves Cochet- maschera sotto un’eleganza matematica la sua indifferenza rispetto alle leggi fondamentali della biologia, della chimica e della fisica, in particolare quelle della termodinamica». Si può dire dunque che è un nonsenso ecologico. È vero che la prima legge della termodinamica ci insegna che niente si crea e niente si distrugge. Ma lo straordinario processo di rigenerazione della biosfera, anche assistito dall’uomo, non può procedere ad un ritmo forsennato. E comunque non permette di ricostituire la totalità dei prodotti degradati dall’attività industriale («Non possiamo -scrive ancora Nicholas Georgescu-Roegen- produrre frigoriferi, automobili o aerei a reazione « migliori e più grandi » senza produrre anche rifiuti “migliori e più grandi”». In Bioeconomia, Verso un’altra economia ecologicamente e socialmente sostenibile, Bollati Boringhieri, 2003). Non soltanto i processi di trasformazione dell’energia non sono reversibili (seconda legge della termodinamica), ma lo stesso vale anche per la materia: a differenza dell’energia questa è potenzialmente riciclabile, ma mai integralmente. «Possiamo riciclare le monete metalliche usate -scrive Nicholas Georgescu-Roegen- ma non le molecole di rame disperse con l’uso». Questo fenomeno, che Georgescu-Roegen ha battezzato «quarta legge della termodinamica» è forse discutibile al livello della teoria pura, ma non dal punto di vista dell’economia concreta. Non è possibile concentrare il flusso di atomi dispersi nel cosmo per ricostituire dei giacimenti minerari sfruttabili, opera che è stata compiuta dalla natura nel corso di miliardi di anni di evoluzione. In sostanza, a differenza di quanto pretende il modello teorico, il processo economico reale non è un processo puramente meccanico e reversibile.

d2Chiaramente posta a partire dagli anni 1970, la questione ecologica non è mai stata integrata in modo soddisfacente nell’economia. Ne è testimonianza l’incredibile sconfessione del primo rapporto al Club di Roma da parte di Friedrich Hayek, l’11 dicembre 1974, al momento di ricevere il Premio Nobel per l’economia. In quell’occasione Hayek fece un’affermazione stupefacente: «L’immensa pubblicità data recentemente dai media ad un rapporto che si pronuncia in nome della scienza sui limiti della crescita, e il silenzio degli stessi media sulle critiche implacabili che quel rapporto ha ricevuto da parte di esperti autorevoli, non possono non ispirare una certa apprensione circa la strumentalizzazione di cui il prestigio della scienza può essere oggetto». Queste le parole di Hayek, ma anche Wilfried Beckerman, Robert Solow, Joseph Stigliz, Lawrence Sommers e molti altri dichiararono lo straordinario lavoro di Denis Meadows e della sua équipe del MIT del tutto inconsistente e ignorarono bellamente il secondo e il terzo rapporto. E dunque George W. Bush poteva dichiarare il 14 febbraio 2002 a Silver Spring, davanti ai responsabili americani della meteorologia: « poiché è la chiave del progresso ambientale, poiché fornisce le risorse che permettono di investire nelle tecnologie pulite, la crescita è la soluzione, non il problema». Ripetendo come un incantatore «Crescita! Crescita! Crescita!» nel suo messaggio di auguri per il 2005, il presidente Chirac non è stato da meno, ed oggi, con la crisi, il coro di tutte le potenze del mondo intona lo stesso ritornello. Bisogna comunque riconoscere che questa posizione è coerente con la più rigorosa ortodossia economica. Per gli economisti lo sviluppo è quasi naturalmente sostenibile. Basta ricordare che W. V. Rostow definisce lo sviluppo come self sustaining growth (crescita auto-sostenibile). Alcuni, con un pizzico di provocazione, arrivano a sostenere che sono loro i veri partigiani dello sviluppo sostenibile, come peraltro dimostra l’introduzione del «diritto all’inquinamento» e la mercificazione dell’ambiente… E in effetti uno di costoro, John Richard Hicks, ha definito il reddito nazionale come il prodotto annuo che il capitale (compreso quello naturale…) permette di ottenere senza esserne danneggiato. Stéphan Schmidheiny, animatore di un’associazione di industriali favorevoli allo sviluppo sostenibile (il World Business Council for Sustainable Development, WBCSD), e consigliere di Maurice Strong, presidente del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (PNUA), in occasione di Rio 92 ha scritto: «Il funzionamento di un sistema di mercati liberi e concorrenziali, in cui i prezzi dei diversi beni comprendono i costi ambientali, costituisce il fondamento dello sviluppo sostenibile». Questa integrazione avverrebbe quasi naturalmente, grazie al gioco dei prezzi relativi, alla completa sostituibilità tra capitale e natura e all’ecoefficienza. I documenti del WBCSD sull’argomento sono edificanti: «Lo sviluppo sostenibile viene realizzato nel migliore dei modi grazie ad una diffusa concorrenza all’interno di mercati correttamente organizzati che rispettano i vantaggi comparativi legittimi. Simili mercati incoraggiano l’efficienza e l’innovazione necessarie ad un progresso umano durevole». L’idea dell’economia verde che ha trionfato alla conferenza di Rio nel 2012 si colloca in perfetta continuità con questa posizione.

Ancora una volta, il laisser-faire è d’obbligo e bisogna avere fiducia nel mercato, che col tempo risolverà tutti i problemi. «È evidente -ci dice l’economista Wilfried Beckerman- che anche se la crescita economica di solito in un primo tempo porta a un deterioramento ambientale, nel lungo periodo per la maggioranza dei paesi è la via migliore, e probabilmente l’unica, per avere un ambiente decente e per arricchirsi». È l’impostura della curva di Kuznets applicata all’ambiente.

Insomma, tutto ciò ripropone la fede adamantina nella religione del mercato e dell’economia. E lo stesso mostrano le critiche rivolte al rapporto di Nicolas Stern per il governo britannico. Le valutazioni estremamente prudenti dell’economista della Banca Mondiale (e dunque appartenente al caravanserraglio) circa il costo estremamente elevato della deregulation, se non si agisce rapidamente, sono state considerate allarmiste dagli economisti negazionisti, i quali, optando per un tasso di deprezzamento del futuro più realistico, arrivano alla conclusione che la crescita permetterà di pagare il conto senza troppe sofferenze. In soldoni, la svalorizzazione del futuro significa concretamente il sacrificio delle giovani generazioni sull’altare della crescita. Trasformando la realtà in astrazioni matematiche e manipolando abilmente le cifre, è abbastanza facile per un esperto di econometria prevedere miracoli. Se si riducono a semplici costi economici i danni provocati sugli ecosistemi dalla crescita e se si presuppone un tasso di crescita sufficiente, l’aumento del PIL compenserà ampiamente le diseconomie esterne e permetterà agevolmente di liberare gli investimenti necessari alla loro riparazione. Con un tasso di crescita abbastanza elevato (ad esempio del 5%), il valore attuale dei danni all’ambiente diventa trascurabile, a dunque se ne può lasciare a cuor leggero l’eredità ai nostri figli arricchiti dalla crescita. È questo l’approccio degli esperti nelle simulazioni che valutano progetti per il futuro, con il risultato che vengono giustificati gli investimenti più demenziali. Il dramma è che la realtà non è un’astrazione. Il pianeta non negozia.

Così, i successivi governi statunitensi hanno deciso di non far nulla per limitare l’effetto serra. «L’assenza di rapporti causa/effetto chiari tra danni ambientali e degrado delle condizioni di produzione ha contribuito -secondo John Bellamy Foster- attraverso l’analisi standard costi/benefici, a giustificare una politica di adattamento al riscaldamento climatico piuttosto che all’attuazione di una politica di misure destinate a rallentarne la progressione (cosa che avrebbe aumentato i costi di produzione)».

Mauro Bonaiuti da più di un quindicennio si cimenta con questa sfida posta all’economia. Più o meno consapevole che la prima risposta fornita, quella di una decrescita materiale combinata con una crescita dell’immateriale, grazie nella forma soprattutto all’offerta di beni relazionali nel quadro di un’economia solidale, portava ad una impasse, in questo nuova opera si orienta verso una ripresa in una nuova versione aggiornata della vecchia tesi dei rendimenti decrescenti. In effetti, rispetto all’approccio economico tradizionale (limitato alla teoria della produttività marginale decrescente) egli amplia notevolmente l’orizzonte di riferimento, rifacendosi piuttosto alla teoria delle soglie di mutazione e della controproduttività di Ivan Illich. In questa prospettiva egli riprende l’importante analisi di Joseph Tainter sul collasso delle società complesse, più interessante, anche se meno conosciuta, di quella di Jared Diamond. Per quest’ultimo una civiltà scompare perché ha depauperato il proprio ambiente senza sviluppare una sufficiente la capacità di adattamento alla nuova situazione. Gli esempi che vengono riportati più spesso sono quelli delle scomparse, a causa di un disboscamento eccessivo combinato alla rigidità delle strutture delle culture in questione, della società dell’isola di Pasqua, della civiltà Maya, di quelle delle valli dell’Indo (Mohenjo-Dahro, Harappâ) o dei vichinghi della Groenlandia. Per Tainter, invece, le società complesse tendono a crollare in quanto il complessificarsi delle strutture sociali da luogo a benefici decrescenti (e a costi crescenti), come ad esempio nelle strategie di utilizzo dell’energia. Ma mentre Tainter fa di questo una legge trans-storica, Mauro ne dimostra la validità specifica nel contesto delle società capitalistiche avanzate. Il crollo che ci riguarda, in effetti, è quello dell’antropocene, ovverosia di un’era nella quale l’azione umana interferisce significativamente nel funzionamento della biosfera. Le catastrofi che ci minacciano sono prodotte dalla dinamica di sistema complesso della biosfera in coevoluzione con l’attività umana e alterata da questa. Sposando la ragione geometrica, l’uomo inscrive le conseguenze materiali del suo modo di vita nelle curve esponenziali del degrado del proprio ecosistema (gas a effetto serra, scomparsa delle fonti di energia fossili, accumulazione di veleni, distruzione delle specie…). Di fronte alla minaccia ineluttabile di un crollo materiale della civiltà occidentale, una semplice toletta, tipo la terza rivoluzione industriale proposta da Jeremy Rifkin, non può bastare. È indispensabile un cambiamento di paradigma.

Nell’ultimo capitolo del libro, Mauro Bonaiuti esplora gli esiti possibili, quelli che ci minacciano se non faremo nulla o non abbastanza, gli scenari catastrofici, e quelli più ottimistici, che corrispondono più o meno alle nostre «vie della decrescita». Dando prova di un’erudizione impressionante, Bonaiuti ci offre un quadro interpretativo generale della dinamica della nostra società articolando le dimensioni biofisica, economica e culturale.

In una situazione di decrescita così concepita ci troveremo ancora all’interno dell’economia? Ovviamente, come ogni società umana, la società della decrescita dovrà organizzare la produzione della propria vita, cioè utilizzare ragionevolmente le risorse del proprio ambente e consumarle nella forma di beni materiali e servizi, ma, e la differenza è fondamentale, non lo farà stretta nella camicia di forza della rarità, dei bisogni, del calcolo economico e dell’homo œconomicus. Queste basi immaginarie dell’istituzione dell’economia devono essere rimesse in discussione, e lo saranno con la rottura necessaria per uscire dalla società della crescita. La ridefinizione della felicità come «abbondanza frugale in una società solidale», conseguenza di questa rottura operata dal progetto della decrescita, presuppone la fuoriuscita dal circolo infernale della creazione illimitata di bisogni e di prodotti e della frustrazione crescente che genera. Come aveva ben visto a suo tempo il sociologo Jean Baudrillard, il consumismo produce «una pauperizzazione psicologica», uno stato di insoddisfazione generalizzata «che definisce la società della crescita come il contrario di una società dell’abbondanza» (Jean Baudrillard, La società dei consumi, Il Mulino, Bologna, 2008). La frugalità ritrovata permette di ricostruire una società dell’abbondanza sulla base di quella che Ivan Illich chiamava la «sussistenza moderna». Cioè «il modo di vita in un’economia post-industriale nella quale le persone sono riuscite a ridurre la loro dipendenza dal mercato e ci sono riuscite difendendo -con mezzi politici- una infrastruttura nella quale tecniche e utensili servono in primo luogo a creare valori d’uso non quantificati e non quantificabili dai fabbricanti professionali di bisogni» (Ivan Illich, La disoccupazione creativa, Boroli Edizioni, 2005). L’autolimitazione è la condizione per realizzare la prosperità senza crescita ed evitare il crollo della civiltà umana.

 Fonte: comune-info

* Professore emerito all’Università Paris Sud e obiettore di crescita.

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