L’uscita dall’euro è una soluzione? - di Alain de Benoist

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La decisione dei dirigenti della Commissione europea e della Bce di aiutare i Paesi in difficoltà – aggiungendo però all’aiuto delle condizioni, che in realtà ne aggraveranno la situazione – consiste nello «stabilizzare il sistema pur mantenendo intatti i suoi catastrofici funzionamenti interni», come scrive Frédéric Lordon, il quale aggiunge:

«Eccoci dunque entrati in quello che potremmo chiamare un regime di austerità sub-atroce. […]

Le popolazioni, che avevano ormai solo le speranze paradossali del peggio, cioè la prospettiva di farla finita con le loro sofferenze, grazie al crollo endogeno della costruzione europea, […] ripiomberanno in pieno nell’aggiustamento strutturale senza nemmeno il soccorso delle contraddizioni europee, temporaneamente contenute dalla Bce, e la cui divergenza costituiva il solo modo per mettere un termine alle loro prove. […]

Per finire, la chiusura di fortuna della breccia da parte della Bce lascia l’austerità come unico orizzonte»

La crisi attuale, innanzi tutto, è una crisi del debito o una crisi dell’euro?

A nostro avviso, è in primo luogo una crisi del debito, ma è evidente che le condizioni in cui l’euro è stato creato l’hanno notevolmente aggravata, volendo ignorare le disparità economiche tra i Paesi chiamati ad applicarlo; tuttavia, nelle sue radici più profonde, essa non è stata fondamentalmente provocata dall’indebitamento pubblico, che ne è stato solo la conseguenza.

Come ha di recente fatto notare un collettivo di circa centoventi economisti, l’aggravamento dei deficit pubblici è in realtà il risultato:

«della caduta delle entrate fiscali dovuta in parte ai regali fiscali fatti ai più agiati, dell’aiuto pubblico concesso alle banche commerciali e del ricorso ai mercati finanziari per trattenere quel debito a tassi d’interesse elevati. La crisi è inoltre spiegabile con la totale assenza di regolamentazione del credito e dei flussi di capitali a spese dell’impiego, dei servizi pubblici e delle attività produttive»

Infine, come ha innumerevoli volte sottolineato Jacques Sapir, è una crisi di competitività, aggravata dagli effetti perversi dell’euro, che si è tradotta nell’aggravamento dei deficit commerciali, nella scomparsa di interi settori dell’attività industriale, nella moltiplicazione dei “piani sociali” e delle distruzioni di posti di lavoro.

Uscire dall’euro è la soluzione?

Questa è ormai l’opinione di Emmanuel Todd e, da più tempo, quella di Jacques Sapir, per il quale l’unico scopo del TSCG è quello di «rendere credibile la politica di salvataggio dell’euro».

Noi ci andremo un po’ più piano.

L’uscita dall’euro permetterebbe certamente una svalutazione, che a sua volta renderebbe possibile un calo “senza dolore” dei costi salariali, ma un siffatto modo di agire ha senso solo se lo si assume in modo concertato, al fine di consentire un ritorno alle monete nazionali, che vada di pari passo con il mantenimento di una moneta comune riservata agli scambi internazionali.

Orbene, è chiaro che nessuno, oggi, desidera una simile soluzione. Tutto dimostra che i dirigenti dell’Unione europea sono anzi pronti a qualunque cosa, anche al peggio, pur di non toccare l’euro.

La stessa Grecia, che pure forse alla fine sarà costretta a uscirne, sta facendo di tutto per evitare un ritorno alla dracma. La Germania, dal canto suo, vuole impedire ai Paesi mediterranei di uscire dall’euro, perché sa che ciò le costerebbe più di quanto le farebbe guadagnare, ma logicamente non vuole neanche essere la mucca da mungere dei Paesi del Sud; per questo, è la prima a battersi a favore di un controllo rigoroso della spesa pubblica all’interno della zona euro.

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