L'Italia ammazza i sogni... nel silenzio imbarazzante

Pensate al sogno della vostra vita, quello che custodite dentro di voi sin da bambini. Immaginate il lavoro che avete speso per realizzare quel sogno, immaginate di aver trascorso tutto il vostro tempo cercando di trovare il modo per materializzarlo, per dargli il "respiro", come un mastro Geppetto che anima il suo Pinocchio. E immaginate che gli eventi, ad un certo punto, vi portino ad un palmo da quel sogno, che vi regalino quell’opportunità che vi siete costruiti con il sudore di anni di sacrifici e studi. Ed è proprio lì, in quel momento, che, dopo aver affrontato di "tutto", vi tirate indietro... perchè?

E’ accaduto al direttore francese Jean-Cristophe Spinosi, scelto dal Teatro alla Scala per dirigere il "Barbiere di Siviglia". Durante le prove qualcosa gli ha fatto rinunciare al suo debutto sul palco più famoso del mondo: perché la situazione era insostenibile, perché a 'La Scala' l’atmosfera è irrespirabile, perché "la prima" sarebbe sicuramente "saltata" e la tensione è nell’aria. Le motivazioni di questo stato di agitazione, a meno di non essere degli appassionati del settore, non è dato conoscerle attraverso le quotidiane informazioni che i 'tg' decidono di trasmettere.

A quanto pare le pellicce della prima del 7 Dicembre sembrano essere degne addirittura di servizi speciali, ma non così le (scostanti ed ineleganti) proteste dei musicisti del famoso teatro milanese e di tutti i teatri d’Italia. Insomma, a meno di non andarle a cercare le notizie, a meno di non essere decisi nel seguirne gli sviluppi, non si conoscono le vicende che hanno fatto perdere a 'La Scala' già 1 milione e 500 mila di euro, né le motivazioni per cui Lissner ha candidamente ammesso che il teatro milanese a Ottobre chiuderà, se le cose non cambieranno.

Ma la quiete domestica degli italiani non può essere disturbata da notizie simili: e così si finisce per credere che i musicisti che fanno saltare le 'prime' (e non solo) di opere e balletti siano degli "sconsiderati", finiremo per sentire le loro (legittime) proteste come echi lontani di un generico malcontento, non meglio precisato: eppure loro stanno combattendo la battaglia di tutti, contro un decreto, che poi è diventato legge, quello di Bondi per le fondazioni liriche, che "riforma" un settore senza “rispettarlo”, senza prima averlo davvero "capito".

E dunque l’Italia musicale è in subbuglio, ma quasi sembra si tratti di una questione privata, di un'assemblea di condominio un po’ movimentata. Peccato che i condomìni in questione siano quelli in cui risuonano le "cose migliori" che gli italiani abbiano saputo fare nella storia e peccato che chi “abita” questi condomini sia un pubblico sempre più numeroso, nonostante la crisi, sempre più affezionato, nonostante la mancanza di programmi educativi e di un sistema scolastico carente come pochi, nella civiltà occidentale, nei confronti della musica.

E invece non è una questione che riguarda pochi né molti, ma che riguarderebbe 'tutti': custodire gli enti che fanno cultura vuol dire senz’altro custodire la nostra storia e la nostra identità, ma vuol dire soprattutto essere coscienti della propria storia e identità, essere consapevoli del mondo che si vive. Costruire una società con "al centro" la ricerca, la cultura e l’arte vuol dire costruire un mondo più civile, farne un posto "migliore", renderne gli abitanti capaci di un 'sentire' meno superficiale, più profondo. Mi fu chiaro quando il mio “temibilissimo” professore di italiano del liceo fece alla classe una domanda "fuori programma": "Ma voi sapete perché studiate? Ma voi avete un’idea, sapete a che cosa serva la cultura?”, tuonò. A quel silenzio imbarazzante seguì la lezione migliore che ci abbia mai dato quel professore tanto severo: “La cultura serve a rendervi liberi”.

Ed è forse arrivato il momento di spiegarlo ai giovani, agli anziani, ai deputati, agli imprenditori, ai giornalisti, alle casalinghe: spieghiamolo anche a "chi crede di saperlo", non diamo nulla per scontato perché questo mondo è capace di far "crollare" ogni certezza semplicemente offrendoci una logica apparentemente "innocua", quella televisiva, che però non prevede che la cultura (e quindi l’uomo) sia "al centro", non prevede che ognuno di noi sappia ciò che c’è da sapere, non prevede l’uso di un pensiero critico che aiuti a rimanere non omologati.

E se la tv "ragiona" con i suoi parametri e “oscura” parte del mondo, allora è anche arrivato il momento di andarle a cercare le notizie, di non smettere di provare a capire, è il momento di non "sottostare" a questo stato paradossale di disinformazione attuato tramite un "bombardamento" costante di informazioni non inutili, ma senz’altro parziali. Ed è giunto il momento di indignarsi, perché quello che sta succedendo in questo Paese non ha a che fare solo con la musica, non ci sta a cuore solo perché si parla de 'La Scala' o del Maggio fiorentino.

Qui in Italia sta succedendo che si ammazzano i sogni delle persone e nessuno ha parole né di compianto né di indignazione per le morti atroci dei nostri compagni di vita migliori.

Un Paese che non sogna è un Paese finito; un Paese che, invece, dei sogni ce li ha, ma dove questi vengono sistematicamente "offesi", "maltrattati", "uccisi" è un Paese difficile da vivere. E allora che fare? Siamo convinti che al grigio si possa opporre solo il colore, che al tentativo di lasciarci fuori solo la voglia di entrare, che al piattume intellettuale che ci viene offerto si possa rispondere con la capacità di indignarci, e alla volontà di farci demordere la testardaggine del continuare a volere le "cose", a non rinunciare al nostro sogno di libertà. Solo in questo modo, con una serena ma inesorabile protesta civile, fatta di parole e idee, possiamo pensare di cambiare lo 'status quo'.

E così, in attesa di scoprire se il giorno che 'La Scala' malauguratamente chiuderà, la tv si degnerà di dedicarle un servizio, noi continuiamo a fare quello che riteniamo "giusto": parlarne e, laddove sia possibile, dare voce a chi ha qualcosa di "serio" da dire, lasciando agli altri il timore di perdere scoop, veri o falsi, di poter "sbattere" questo o quello in prima pagina, forse per fare della comoda "cassetta" prima ancora che della dimostrabile "giustizia". E così, in certi casi, il silenzio assordante pare, a chi "supera" la copertina, solo un silenzio imbarazzante. ( Fonte: www.milanoweb.com)

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