L'ipocrisia sulla libera circolazione delle persone

http://img.tio.ch/tio_common/multimedia/78/085/20min/__TFMF_cn02xw4553ljry55ndmdnc2q_ca522f5f-cdbe-475e-9cd0-3df1705ca421_0_interna.jpgSembrava tutto facile e troppo bello per la Svizzera. Con gli accordi bilaterali si avrebbero avuti tutti i vantaggi dell'Europa: personale qualificato a prezzi vantaggiosi, medici e personale infiermeristico già formato all'estero a costo zero, accesso al grande mercato europeo. Poi ci si è accorti che gli svizzeri, con 80mila immigrati all'anno e l'esplosione del numero di frontalieri in Ticino, hanno cominciato a manifestare qualche dubbio. E se i vantaggi di questi accordi sono limitati soltanto a una categoria di persone? E allora si è cominciato a dibattere sui problemi della libera circolazione delle persone. In Svizzera tedesca il Tages-Anzeiger oggi li riassume così: "treni pieni, capi tedeschi, affitti più cari". In Ticino poi, come ha dichiarato recentemente il Consigliere di Stato Norman Gobbi, il PIL negli ultimi anni è aumentato, mentre è diminuito il reddito pro-capite. Facile pensare che chi ne abbia approfittato di questa situazione siano stati soltanto gli ambienti economici.

Per capire come stanno vivendo gli svizzeri all'estero la votazione del 9 febbraio abbiamo sentito Andreas Urs Sommer, professore svizzero di filosofia all'Università di Friburgo in Brisgovia. Classe 1972, nato a Zofingen, nel Canton Argovia, studi accademici a Basilea, servizio militare in Ticino nelle truppe di fortezza, dal 2011 è professore di filosofia all'Università di Friburgo in Brisgovia, città della Germania Meridionale.

Uno svizzero all'estero che in questi giorni sembra più che altro impegnato a spiegare ai suoi amici e colleghi tedeschi i motivi del "Sì" all'iniziativa UDC contro la immigrazione di massa.

Professore, come va? Cosa dicono i suoi colleghi tedeschi di quello che è successo domenica?
"E' ormai da giorni che colleghi e amici tedeschi vogliono sapere i motivi del "Sì". Ed io mi ritrovo in una situazione alquanto particolare perché il risultato di questa votazione non corrisponde a ciò che mi ero augurato. E mi tocca dover continuamente giustificare la decisione del popolo svizzero, spiegando loro che la democrazia diretta funziona in questo modo e che capita, a volte, che vi sono dei risultati che possono non piacere".

Un risultato che non è affatto piaciuto all'Europa...
"L'atteggiamento ostile dei media europei, e di molti personaggi di spicco della politica tedesca nei confronti della Svizzera ha dato modo, in tutti i casi, di aprire una riflessione sul tema della democrazia diretta. Democrazia diretta di cui io sono un sostenitore entusiasta, nonostante io abbia votato contro l'iniziativa".

Quindi, secondo Lei, il popolo ha sempre ragione?
"No, il popolo non ha sempre ragione. E gli svizzeri si accorgeranno delle conseguenze di questa decisione. Sono tuttavia convinto che la diplomazia svizzera troverà alla fine una soluzione di compromesso ideale. Non è nell'interesse dell'Unione Europea isolare la Svizzera, che si ritrova in una posizione molto scomoda e difficile e rischia di uscire dai programmi di ricerca. In tutti i casi il sistema svizzero di democrazia diretta presenta più vantaggi che svantaggi, nonostante le decisioni prese dal popolo non siano sempre giuste. I difetti di questo sistema non sono maggiori rispetto alle forme di democrazia rappresentativa di tipo tedesco o francese. I parlamenti non sempre prendono decisioni più ragionevoli rispetto a quelle del popolo".

Quale il suo giudizio sul concetto di libera circolazione delle persone?
"Oggi in Europa il principio della libera circolazione delle persone è considerato un diritto fondamentale dell'uomo e non negoziabile. Peccato, però, che esso vale soltanto per i cittadini comunitari, non per gli algerini, i marocchini o per i rifugiati della Siria. Quindi elevare, come fa l'Europa, la libera circolazione delle persone a diritto fondamentale è ipocrita perché è la stessa Unione Europea che cerca di isolarsi dal resto del mondo. E i profughi sui barconi non sono soltanto che un esempio di quello che succede".

E sul piano filosofico la libera circolazione come possiamo definirla? In Ticino molti hanno votato "Sì" perché ritengono che questa libera circolazione delle persone abbia portato vantaggi soltanto ai datori di lavoro e non ai lavoratori...
"A livello filosofico la libera circolazione delle persone non rappresenta un concetto sensato. Lo sarebbe se fosse un valore universale, valido per tutti. In Germania sono arrivato nel 1999, prima dell'entrata in vigore dei contratti bilaterali e ci sarei potuto restare soltanto se avessi trovato un'occupazione. Allora non mi ritenevo leso nei miei diritti fondamentali, al contrario. Ho l'impressione che il concetto di libera circolazione delle persone venga, per così dire, nobilitato a diritto umano per rispondere a un interesse: quello dell'economia e delle aziende. Questa obiezione è comprensibile, soprattutto se guardiamo al Ticino, dove il problema è molto sentito, in quanto il fenomeno dumping salariale, dovuto all'assunzione di un gran numero di frontalieri, è molto presente. Ed è importante che il popolo possa esprimersi e discutere su questi temi. Anche in Germania ci sono problemi analoghi, ma il popolo non può dire la sua".

In Germania in molti pensano che, esprimendosi in questo modo, gli Svizzeri vogliano soltanto avere i vantaggi dell'Unione Europea e nessun svantaggio...
"Ogni Stato guarda ai propri interessi. In Svizzera la domanda che ci si pone da tempo è se l'adesione all'Unione Europea sia vantaggiosa o meno. Per ora la popolazione svizzera pensa che non ne valga la pena. Nel 1992 la Svizzera ha rifiutato lo Spazio Economico Europeo e nonostante ciò l'economia è andata bene. Da una parte comprendo le critiche nei confronti della Svizzera, dall'altra non dobbiamo dimenticare che ogni Stato agisce nell'interesse dei propri cittadini. Guardiamo alla Germania. Il presidente Gauck è volato in India settimana scorsa e ha parlato della necessità di un maggiore impegno militare tedesco nei paesi dell'emisfero sud del mondo. Questo l'ha detto perché la Germania mira ad avere un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Anche la Germania è criticata in Europa per la sua politica economica che molti paesi ritengono non nell'interesse dell'intera Europa".

Si potrebbe pensare che la Svizzera si ritrovi confrontata con questa situazione perché il processo di apertura delle frontiere, dopo 700 anni di splendido isolamento, sarebbe avvenuto troppo in fretta. Apertura repentina che porrebbe ora un problema identitario in ampi strati della popolazione...
"Il problema identitario non è una prerogativa unicamente svizzera. Anche in Germania esso è molto sentito. In tutti i casi non si può definire la Svizzera un paese isolato da 700 anni. Essa è sempre stata legata profondamente alla storia europea. L'isolamento appartiene a una sorta di concetto ideologico degli ultimi 100 anni. Isolamento giustificato dagli eventi della storia, per tenersi fuori dai conflitti bellici mondiali, che avrebbero potuto avere conseguenze imprevedibili per la sua sopravvivenza. Per quanto riguarda la velocità con la quale questo processo di apertura si è manifestato io penso che non sia un problema unicamente svizzero, ma europeo. L'unica differenza è che in Svizzera il popolo può votare, mentre i tedeschi, i francesi o gli italiani no".

C'è chi dice che il "Sì" svizzero-tedesco sia in funzione antitedesca...
"Per gli svizzeri tedeschi la diffidenza nei confronti dei tedeschi è sorta negli ultimi 100 anni, fenomeno non riscontrato in Svizzera Romanda. Mentre i Romandi si sentono parte integrante del mondo culturale francese, in Svizzera tedesca, a parte un paio di scrittori, non ci si sente più parte dello spazio culturale tedesco".

Come mai è avvenuto ciò? Forse si sente e percepisce ancora la cesura storica tra le due rive del Reno avvenuta nel 1500 con le guerre tra Svevi e Confederati?
"Non tornerei così indietro nella storia. Anche perché la Svizzera, nonostante l'uscita dal Sacro Romano Impero della Nazione Germanica, avvenuto nel 1648 alla fine della Guerra dei 30 anni con la Pace di Vestfalia, ha sempre mantenuto un legame culturale molto forte con il mondo tedesco. In Svizzera tedesca, fino alla Prima Guerra Mondiale, vi era un sentimento diffuso di simpatia e amicizia nei confronti dell'Impero Tedesco proprio a partire dal Generale e comandante in capo dell'esercito svizzero Ulrich Wille. Poi le cose sono cambiate".

Forse questa diffidenza nasce da una sorta di complesso di inferiorità nei confronti dei tedeschi?
"Diciamo che se si segue un seminario accademico a Zurigo o Basilea e vi è soltanto uno studente tedesco che prende la parola e interviene, tutti gli altri restano in silenzio. Ciò avviene perché gli svizzeri tedeschi, nonostante possano essere brillanti tanto quanto il loro compagno tedesco, temono di non essere in grado di parlare l'Hochdeutsch. Sembra che gli svizzeri tedeschi abbiano deciso di isolarsi volontariamente comunque per motivi politici concreti  che risalgono al secondo conflitto bellico mondiale e al disegno della Grande Germania. Oggi, nonostante i rapporti siano ottimi tra i due stati, basta che arrivi il politico tedesco che minaccia di mandare la cavalleria in Svizzera, per suscitare lo sdegno degli svizzeri tedeschi".     
 
E lei svizzero all'estero, come si trova in Germania?
"Mi sento a casa in Germania, come in Svizzera. Mi trovo nella regione del Baden e le analogie con la Svizzera settentrionale sono parecchie. Gli abitanti del Baden sono alemanni esattamente come gli svizzeri tedeschi e i legami culturali e linguistici sono molto stretti. Nonostante ciò gli svizzeri tedeschi sono più timorosi e schivi rispetto agli abitanti del Baden nel manifestare questa comune appartenenza".

Fonte: http://www.tio.ch/News/Svizzera/778085/L-ipocrisia-sulla-libera-circolazione-delle-persone/

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