" L'evoluzione della tecnologia e l'involuzione dell'economia" di Diego Barsotti

 La domanda un po' inquietante con cui il giornalista scientifico Pietro Greco chiude l'editoriale di oggi (vedi link a fondo pagina) dedicato all'evoluzione della specie umana, ovvero che «se il concetto di specie è così sfuggente, cosa dobbiamo intendere per biodiversità? E cosa dobbiamo intendere per conservazione della biodiversità?» fa riflettere. E non solo sul significato della biodiversità, ma anche su quello dell'evoluzione e delle teorie evoluzionistiche in modo particolare. Teorie che intellettualmente possono essere adattate anche su fronti apparentemente molto distanti, come ha fatto l'economista Brian Arthur intervistato oggi sul Manifesto in occasione della pubblicazione del suo ultimo lavoro "La natura della tecnologia" (Codice edizione), in cui prova a spiegare  gli effetti delle macchine e dell'evoluzione scientifica proprio attraverso la teoria darwiniana.

Partendo da una differenza sostanziale: «la comparsa di nuove specie tecnologiche - spiega Arthur - avviene per la combinazione di specie preesistenti e tuttavia distinte tra loro». L'esempio è il telefono cellulare  composto da circuiti stampati, schermo, microprocessori... tutte tecnologie esistenti e combinate per creare un nuovo prodotto (ufficialmente per rispondere a dei bisogni, formalmente per vendere).

«La tecnologia è un mezzo per risolvere i problemi - dice ancora Brian Arthur - Ed è questo comune scopo  a spiegare con l'incontro con l'economia, che svolge la funzione di gatekeeper selezionando nella fase di ingresso quali tecnologie possono andar bene (...) L'affermazione di una tecnologia determina un vero e proprio cambio di paradigma  nella soluzione di un problema specifico e il nuovo paradigma porta progressivamente  ad abbandonare altre soluzioni nonostante la loro qualità».

Al di là del fatto che più che per risolvere problemi, la tecnologia è oggi utilizzata per creare bisogni (e se non orientata socialmente e ambientalmente il risultato sono per esempio nuovi rifiuti, come i Dvd usa e getta per i film a noleggio, che 01 distribution riprova a lanciare sul mercato italiano forse come ultimo tentativo di salvare un prodotto ormai superato da tv a pagamento e satelliti, come dimostrato anche dall'uscita dal paniere Istat dopo appena due anni dal loro ingresso), la vera questione centrale è un'altra: finché l'economia intesa come strumento a servizio del governo della polis favoriva (e guidava) lo sviluppo tecnologico tutto andava bene, quando però è stata la velocità della tecnologia a dar vita a un nuovo tipo di economia, quella finanziaria, i ruoli si sono invertiti  e l'economia da strumento è diventata sempre più  oggetto di spartizione di una elite nascosta sotto decine di strati di società finanziarie.

Ecco allora perché ha ragione Raghuram Rajan dell'università di Chicago quando ammettendo il fallimento collettivo da parte degli economisti (in relazione alla mancata previsione della crisi del 2008) indica come principale fattore di questo errore l'allontanamento dal mondo reale da parte degli economisti e il rinchiudersi nelle accademie, mentre - aggiungiamo noi - la finanza aveva campo libero (e tempi infinitesimali rispetto a quelli della politica) per piegare la realtà e plasmare un mondo infinito e fittizio come un parassita depauperava le risorse fino ai loro limiti fisici. ( Fonte: www.greenreport.it)

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