" L’Europa è scolpita nella pietra" di Jonathan Jones

Secondo gli euroscettici la crisi dell'Ue è la prova che il progetto europeo non poggia su basi solide. Al contrario, la tradizione artistica del continente mostra i segni di una comunità millenaria.  Di Jonathan Jones

Se volete capire perché gli europei appartengono a un’unica comunità, visitate una qualsiasi cattedrale medievale britannica. Camminate nei conventi di Gloucester o rendete omaggio a William di Sens, l’architetto normanno di Canterbury. Oppure sfiorate con le dita le pietre di quel capolavoro: arrivano da Caen, in Francia.

Il sogno moderno dell’unione politica europea è entrato in un periodo nerissimo. Gli euroscettici la considerano una rivincita del loro realismo, ma niente è meno reale dell’illusione che una qualsiasi nazione europea – e tanto meno la nostra – possa rivendicare una storia isolazionista e individuale al di fuori del contesto più ampio della storia dell’intero continente. Per almeno mille anni l’Europa ha costituito una cultura comunitaria.

La prima unione europea si chiamò “cristianità”, e nell’XI secolo diede vita a uno stile artistico, architettonico e filosofico comune, in grado di trascendere i confini degli stati allora nascenti. L’architettura gotica si irradiò dalla sua culla parigina come la luce che filtra da un rosone e si diffuse in tutta Europa. Cos'è più reale, le gesta dei re medievali britannici o l’eleganza dei contrafforti della Cattedrale di York? Le irrilevanti vicende nazionali che gli euroscettici considerano la nostra storia sono del tutto insignificanti rispetto alla magnificenza della nostra comune storia culturale europea.

La successiva rivoluzione culturale, il Rinascimento, fu ancor più metropolitana. Nel XV e XVI secolo gli intellettuali europei riscoprirono la comune eredità classica greco-romana. Il Rinascimento si espanse a macchia d’olio nell’intera regione. Nell’abbazia di Westminster Pietro Torrigiano, scultore fiorentino, collocava statue dorate di bambini sulla tomba di Enrico VII, mentre il re ungherese Mattia Corvino riceveva in regalo da Firenze un busto di Alessandro il Grande. Un grande viaggiatore come Erasmo poteva recarsi a cavallo da Roma a Basilea e a Londra e incontrare ovunque amici in grado di capirne le battute. Il dipinto che meglio riassume tutto ciò è il capolavoro rinascimentale di Tiziano, “Il Ratto d’Europa”, la sua interpretazione del mito che diede nome al continente europeo, dipinto a Venezia per il re di Spagna.

L’UE non sa attingere alla ricchezza della sua storia culturale, patrimonio comune. Il sito web dell’Ue, per esempio, si chiama Europa, ma invece di raffigurare il  dipinto di Tiziano, la schermata iniziale è una banale pagina vuota di colore azzurro. Perché non sfruttare meglio l’unità culturale europea? Forse perché il vino di Bacco, che potrebbe galvanizzare la nostra comune, potrebbe anche rivelarsi pericoloso. Tra le glorie estetiche europee dovremmo considerare anche l’apporto musulmano, che interagì con le fonti cristiane e classiche sin dall’inizio dell’epoca medievale. Le volte a ventaglio delle cattedrali gotiche inglesi, per esempio, furono influenzate dalla matematica araba, come lo fu anche la scoperta rinascimentale della prospettiva.

Pluralità nell’unità

Può sembrare incredibile che sotto la violenza sanguinaria e quotidiana della storia europea, al di là delle divisioni provocate dalla Riforma e dall’ascesa del nazionalismo, il continente non abbia mai smesso di costruire una comunità segreta della cultura. Una rosa segreta che – miracolo  dei miracoli! – abbraccia anche tutte le altre culture. Ma è la realtà storica. Per ogni forza politica che creava suddivisioni, nella storia europea è sempre esistita una forza culturale unificante.

I movimenti artistici europei, dei quali vivono i nostri musei e i nostri conservatori, non sono altro che questo: movimenti europei. Stili come il barocco e il rococò, le rivolte neoclassiche e del Romanticismo, il Realismo del XIX secolo, il Modernismo agli inizi del XX secolo hanno sempre legato e collegato artisti, intellettuali e pubblico, dalla Polonia alla Danimarca. La comunità culturale europea non fu rotta neppure dall'avvento nel XIX secolo dell’idea di nazione, in quanto il nazionalismo fu esso stesso un’idea comune  europea, e il suo desiderio romantico di arte paesaggistica e poesia bucolica – ripresa incessantemente da una capitale all’altra quanto i miti classici – si tradusse nel Rinascimento europeo.

Oggi questa cultura comunitaria pare vicina a conseguire il suo miglior risultato dai tempi di Copernico (che visse in Europa centrale, e le cui osservazioni furono verificate da Tycho Brahe a Copenaghen, difese da Galileo a Roma e comprovate dalla britannica Royal Society), ora che  al Cern di Ginevra l’LHC, il grande collisore di adroni, ha effettuato una sensazionale scoperta.

Prima o poi, ma molto presto, gli europei che credono in un’identità comune dovranno levarsi e proclamare a gran voce la ricchezza e l’apertura unica della nostra cultura, quella pluralità nell’unità in virtù della quale una chiesa barocca in Sicilia non è identica a una in Baviera. Perché? Perché questo è il nostro patrimonio culturale. Perché noi siamo europei.  

Se l’euroscetticismo dovesse iniziare a liberarsi di tutte le tele di  Bruegel e di Tiziano, riducendo la National Gallery a un’unica sala di ritratti inglesi del XVIII secolo, dimostrerebbe tutta la sua ottusità. Credere nell’Europa non è idealismo. Ancor meno è considerarla un’astrazione burocratica. Se si guarda alla storia e ai suoi vivaci colori, non si può non constatare quanto profondamente siamo europei, e quanto profonde siano le radici della nostra comune identità. ( Fonte: The Guardian Londra/ www.internazionale.it/ Traduzione di Anna Bissanti)

 

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