L'Alta Finanza mette l'Italia sotto osservazione, e' una 'minaccia elettorale' contro gli italiani?

http://italian.irib.ir/media/k2/items/cache/b9016f296604e1e17300fcfaa5455026_L.jpgLo spread tra i Btp decennali e Bund tedeschi è tornato a salire toccando quasi quota 280 punti per poi scendere a 275. I mercati finanziari, e gli speculatori, aspettano il risultato delle elezioni politiche e nel frattempo si divertono un po’ con quelle che vengono chiamate “operazioni di stile”. Si tiene sulla corda l’Italia tanto per mettere in chiaro ai prossimi governi che siamo sotto osservazione e che se non faremo quello che dobbiamo fare, finiremo sotto attacco e il rendimento dei nostri titoli andrà alle stelle e i piani finanziari dello Stato dovranno essere rivisti.
Quello che dobbiamo fare, secondo le banche di Wall Street e della City che ci hanno commissariato, è noto. Attuare le riforme “strutturali” varate da Monti come quella che ha reso più facili i licenziamenti e accentuato la precarietà dei rapporti di lavoro e quella che ha alzato l’età pensionabile. La prima serve ad assicurare gli investitori esteri che le imprese diverranno più redditizie potendo licenziare a proprio piacimento. La seconda, insieme ad altre misure, garantirà gli investitori in titoli di Stato che i governi continueranno a tagliare la spesa pubblica e a rimandare, laddove è possibile, gli impegni di spesa.
Il debito pubblico e il disavanzo, con la necessità di ridurli, rappresentano il grande tema che ritorna costantemente nei discorsi degli esperti e dei politici. Ma che sia soltanto una scusa per cercare di ottenere altro è dimostrato da un fatto di per sé evidente. Quando cadde Berlusconi nel novembre 2011 lo spread era a 570 punti e il debito al 120,1% sul Prodotto interno lordo. Ora con Monti lo spread si è ridotto a 270-280 punti, un mese fa era a 260, mentre il debito è salito a 126,2%. Due pesi, due misure, si potrebbe commentare. E non vale la pena di obiettare che con Berlusconi il disavanzo era al 4,2% sul Pil ed ora è al 3,1% visto che questa riduzione non è stata ottenuta con un taglio o un contenimento della spesa pubblica improduttiva ma molto più semplicemente con l’aumento delle tasse, dall’Iva all’introduzione dell’Imu, che hanno costituito un autentico bagno di sangue per i cittadini.
Certo, l’entità del debito pubblico italiano sarà pure preoccupante per gli altri Paesi dell’euro che verrebbero travolti da una eventuale bancarotta italiana. Il primo è ovviamente la Germania di Angela Merkel che, dovendo affrontare le elezioni politiche in autunno, non può dare l’idea ai cittadini tedeschi di non essere abbastanza dura con uno dei tanti Paesi mediterranei caratterizzati dalla spesa facile. Ma la vera posta in gioco è il come questo livello di debito pubblico dovrebbe essere ridotto. La finanza anglo-americana spinge, sfruttando anche le ultime vicende giudiziarie a base di tangenti, per la vendita delle quote pubbliche delle nostre principali aziende, Eni e Finmeccanica. Alle quali dovrebbe aggiungersi poi l’Enel. Guarda caso le aziende che permettono all’Italia di avere una parvenza di politica estera autonoma che è poi il fattore che dà più fastidio agli atlantici. Le pressioni per la s-vendita da un lato vengono giustificate con la necessità di utilizzare il ricavato per ridurre il debito pubblico e dall’altro con la necessità di rendere più concorrenziale il mercato interno. Gli scandali a base di mazzette che hanno coinvolto Agusta Westland (Finmeccanica) e Saipem (Eni) sono esplosi al momento giusto dopo che i vari politici (tipo Fini e Casini) avevano manifestato da tempo la loro disponibilità a vendere Eni, Enel e Finmeccanica appunto per ridurre il debito pubblico. Mentre più recentemente Monti, il 7 febbraio scorso, ha espresso la sua intenzione di vendere il patrimonio immobiliare (case e palazzi) dello Stato e quello mobiliare, ossia le azioni delle società ancora sotto controllo pubblico. Anche se in quel caso si è riferito più che altro a Bancoposta.
Vi è poi un altro elemento che potrebbe favorire la s-vendita delle aziende pubbliche ed è il risultato elettorale che dovrebbe partorire un Parlamento ingovernabile con una maggioranza risicata e condizionata da una forte opposizione e con la prospettiva di essere obbligati a tornare alle urne dopo pochi mesi. A quel punto, e con il ritorno della speculazione e lo spread tornato sopra quota 400, qualunque governo, trovandosi con l’acqua alla gola, sarebbe tentato di vendere le aziende pubbliche con la prospettiva di ramazzare un bel po’ di  miliardi con i quali cercare di tamponare i buchi di bilancio. La Seconda Repubblica, non dimentichiamolo mai, è iniziata con Mani Pulite, con il crollo giudiziario e politico del PSI e della DC, con la Crociera del Britannia del 2 giugno 1992 e con la successiva speculazione contro la lira lanciata dalla finanza anglofona che si concluse con una svalutazione del 30% della nostra moneta. Da quel momento vennero avviate le privatizzazioni, prima le società piccole, tanto per sondare il terreno. Poi, dal 1996 al 2001, con i governi Prodi e D’Alema arrivarono i pezzi importanti e venne messa in vendita la Telecom e il 70% dell’Eni con un 20% circa che venne riservato a non meglio identificati “investitori istituzionali” esteri. E da lì che si deve partire per comprendere quanto sta succedendo e quanto potrà succedere. E con Monti, ex consulente di Goldman Sachs, una delle banche che all’epoca parteciparono al collocamento delle azioni Eni sui mercati internazionali, tutto potrà succedere. Specie se il Professore sarà presente in un governo guidato da Bersani, molto ben disposto a manifestare la sua fede liberista. ( Autore: Filippo Ghira)

Fonte: Rinascita

Link: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=19175

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