L’acqua, un bene di tutti che deve restare pubblico

La conferenza internazionale sull’acqua, a Roma, è stata l’occasione per fare il punto sulla penuria del bene primario per eccellenza e sulle prospettive della sua gestione. Attualmente un miliardo di persone non ha accesso ad acque potabili sicure. Inoltre, a causa dei cambiamenti climatici, entro il 2050 se ne potrebbero aggiungere altri 2 miliardi e 800 milioni che saranno gravati da una cronica scarsità. Già nel 2025 circa la metà della popolazione mondiale dovrà affrontare tale problema. Diventa inevitabile prevedere che entro 10-15 anni il controllo delle risorse idriche si trasformerà in una questione di mera sopravvivenza per le popolazioni e che questa deriva possa provocare sanguinosi conflitti.
In questa fase, la progressiva penuria di acqua è poi aggravata nei singoli Paesi dall’incapacità dei governi di gestire adeguatamente le risorse idriche e di ridurre gli sprechi che inevitabilmente si verificano. Per quanto riguarda l’Italia e l’intera area del Mediterraneo, taluni esperti prevedono che entro il 2050, le precipitazioni nell’intero bacino potrebbero diminuire del 20%.
Se questi sono i dati reali, previsti o paventati, sui quali gli esperti si dividono, altro è il discorso sulle soluzioni prospettate e su quelle già adottate, che risentono di una visione ultraliberista, che per un bene di interesse pubblico come l’acqua non dovrebbero essere prese nemmeno in considerazione. La giustificazione addotta, e che si cerca di rivendere agli sprovveduti o ai cialtroni pronti a sostenerla, è che il privato sia in grado di gestire meglio la conservazione dei bacini idrici, il trasporto e la distribuzione ai cittadini. Una tesi che, nel caso di una città come Roma, ha portato alla parziale privatizzazione dell’Acea, all’ingresso come soci dei francesi di Suez, ora al 10%, e del costruttore Caltagirone (al 13%) che è pronto ad allungare le mani sull’intera torta.
Ma basta andare all’estero per rendersi conto che la soluzione presa al problema idrico è esattamente l’opposta e si è concretizzata in un ritorno della mano pubblica voluta dagli stessi cittadini. A Berlino, il il 98,2% degli abitanti, attraverso un referendum, ha stabilito che la Berliner Wasserbetriebe venga gestita soltanto dal Comune, senza privati tra i piedi (che attualmente ne controllano il 49,9%) che pensano solo a realizzare profitti attraverso le tariffe di vendita e se ne fregano altamente di ammodernare la rete di distribuzione. Anni fa, peraltro, la città di Parigi si era espressa in maniera analoga.
Come italiani dovremmo votare, tra aprile e giugno, in un referendum abrogativo del decreto Ronchi che stabiliva al 40% il tetto massimo di presenza pubblica nelle società che gestiscono il servizio idrico. Tale referendum, tanto per cambiare, con l’obiettivo di fare mancare il quorum ed annullarlo, e poter alzare quindi inni alla maturità “liberista” degli italiani, è verosimile che non venga accorpato alle amministrative.
Se queste sono le derive italiane, ci si deve aspettare qualcosa di ancora peggiore a livello internazionale. Se ci sono o ci saranno problemi tra Paesi per il controllo dell’acqua, hanno suggerito alcuni dei partecipanti al convegno, per risolverli e per ridurre gli sprechi, sarà necessario creare una autorità sovranazionale, o più autorità, per “indurre”, ossia costringere, i Paesi a consumi più “virtuosi”. Il tutto, inevitabilmente, avverrà attraverso l’uso della forza militare. E’ facile comprendere dove può portare questo discorso e soprattutto, come in altre “missioni”, su chi (gli Usa) sarà a gestire tale autorità e ad indirizzarne gli interventi. ( Fonte: www.ariannaeditrice.it)

Autore: Filippo Ghira

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