Jeremy Rifkin:« Un mondo nuovo, sotto il segno dell'empatia»

http://www.ilfuturista.it/images/resized/images/stories/intervista/immagineintervista2_200_200.jpgPossiamo aprire le porte di un mondo nuovo, possiamo compiere un nuovo, grande balzo in avanti sulla strada della civiltà. Possiamo, perché – ci spiega Jeremy Rifkin, saggista, economista, consulente dei governi di mezzo mondo, pacifista e vegetariano per “empatia” – siamo alle soglie della terza rivoluzione industriale, costruita su internet e sulla green economy, sulla condivisione e sulla solidarietà. Non è una vaga utopia, sia chiaro: si parla di produzione energetica e di infrastrutture, di investimenti e di innovazione tecnologica.

 

Ma il tempo è poco. Per questo – consiglia l’autore de La civiltà dell’empatia – sarebbe meglio non cedere alle sirene identitarie e alla paura del futuro. Altrimenti il rischio – senza tanti giri di parole – è l’estinzione della nostra specie…

La civiltà dell’empatia è un libro ottimista. Per qualcuno forse troppo ottimista. Lei come si sente oggi, a più di un anno di distanza? La sua fiducia nella “rivoluzione globale” è rimasta la stessa?

Ma io non mi sono mai ritenuto un ottimista. Certo, nemmeno un pessimista. Diciamo che mi piace essere considerato uno “speranzoso”. Prudentemente speranzoso. Non c’è dubbio che in questa fase storica noi ci troviamo a cavallo di due civiltà. E quando ci si trova in momenti di questo tipo, quando si sta sugli spartiacque della storia, diciamo così, bisogna essere prudenti per davvero. Perché sono momenti pericolosi, in cui si formano nuove identità e altre si dissolvono, in cui nascono nuove idee e altre vengono abbandonate. E le vecchie idee e le vecchie identità non lascian mai il campo volentieri…

 

E quali “nuove idee” stanno nascendo, in questa fase storica?

Adesso abbiamo bisogno, su tutte, di una grande nuova idea: una diversa visione dell’economia, una nuova mappa globale. Empatica, appunto. Un’idea che si concretizza nelle nuove fonti di energie e nelle nuove forme di comunicazione, che sono la struttura di questa rivoluzione che stiamo vivendo. La dinamica è nota: quando una nuova forma di energia si combina con un nuovo mezzo di comunicazione, a cambiare non è solo l’economia, ma tutto il complesso della civiltà. Cambia l’orientamento spazio-temporale dell’umanità, cambiano le forme di organizzazione mentale. Insomma, cambia la coscienza globale.

 

Però ammetterà che si tratta di una visione molto ottimista della storia…

Quando ci guardiamo indietro e sfogliamo la nostra storia passata, ci accorgiamo che per gli storici i momenti “topici” della storia sembrano essere tutti negativi, così ci scorrono davanti agli occhi guerre, distruzioni, conflitti, genocidi, disagi sociali. Tanto che viene da chiedersi: ma come abbiamo fatto a sopravvivere, dopo tutto questo orrore? Però se ci voltiamo indietro con sguardo “speranzoso”, allora troveremo le grandi narrazioni, vedremo il percorso della civiltà umana, scorreremo la nostra evoluzione dall’epica di Gilgamesh al racconto della Rete. Hegel una volta disse che «la felicità sono le pagine bianche della storia»… Forse aveva ragione.

 

Torniamo a questa rivoluzione in cui ci troviamo coinvolti. Innanzitutto, cos’è l’empatia? E perché sarebbe destinata ad aumentare?

Se osserviamo il percorso della coscienza umana, possiamo notare che la coscienza globale si è progressivamente espansa e che l’empatia è aumentata di pari passo (con momenti di “ritorno negativo”, certamente). Pensiamo alle comunità nomadi, che “costituiscono” il 97% della storia dell’uomo: l’unica forma di energia è il corpo, l’unico metodo di produzione è la caccia, l’unico mezzo di comunicazione è la voce e l’empatia si estende solo lungo i legami di sangue. Una tribù occupa un luogo, e quelli che vivono a qualche miglia di distanza sono “esseri demoniaci”… Poi arrivano le grandi civiltà stanziali: i Sumeri, gli Egizi, i Cinesi, i Maya. Così, l’empatia fa un passo avanti. Perché nascono le strutture centralizzate necessarie per creare le infrastrutture e per distribuire le nuove forme di energia (l’acqua, il grano…). A quel punto osserviamo che tutte queste civiltà, a prescindere dalle loro coordinate geografiche, “inventano” un nuovo mezzo di comunicazione: la scrittura. E osserviamo anche che l’empatia trascende i legami di sangue per innestarsi su un diverso tipo di “racconto collettivo”, su una mitologia condivisa: l’epica classica, per esempio. Ma anche e soprattutto le grandi religioni monoteiste (i cristiani, non a caso, si chiamavano “fratelli” tra loro). Poi c’è un passo successivo, che è la rivoluzione industriale. Nuove forme di energia (il carbone, l’elettricità), nuove strutture di produzione (il capitalismo), nuove organizzazioni (lo Stato), nuovi mezzi di comunicazione (si diffonde la stampa). Nel frattempo, la scuola crea una nuova coscienza collettiva “ideologica”, non più tribale o religiosa, ma questa volta “nazionale”. Fittizia, a suo modo, come le precedenti. Eppure ugualmente radicata. Ecco che si tratta, ancora una volta, di un balzo dell’empatia, accompagnato sempre da un balzo nell’approvvigionamento energetico e da un balzo nella comunicazione…

 

Dunque siamo alle soglie di un nuovo balzo, è co­sì? L’empatia è destinata a crescere ancora?

Io penso di sì. Io penso che la terza rivoluzione industriale, di cui stiamo vivendo le prime fasi, possa portarci proprio a questo. D’altronde nuove forme di energia (l’energia “verde”) si stanno saldando con nuove forme di comunicazione (la Rete), e le nostre coscienze si stanno espandendo dal livello “nazionale” – quello nato dall’ultima rivoluzione industriale – a livello globale. Ecco perché sono “speranzoso”: nonostante tutto, penso che ce la faremo. Penso che la nostra empatia riuscirà ad abbracciare l’intera umanità. E oltre: saremo empatici con l’intera biosfera. È difficile, è una sfida. Ma ce la possiamo fare. Se pensiamo a quanto è stata veloce la rivoluzione del web…

 

Ma come si fa ad accompagnarla, questa rivoluzione? Come si aumenta il tasso di empatia?

I bambini nascono “empatici”, questo è dimostrato dalla scienza. Poi con gli anni il “tasso di empatia” diminuisce. Allora dovremmo chiederci: è possibile ripensare il nostro sistema scolastico in modo da nutrire l’empatia? È possibile immaginare un nuovo sistema economico in cui l’empatia non sia un handicap ma un valore aggiunto?

 

Lei nel suo libro descrive un’empatia che si estende a tutta la biosfera, animali inclusi. Un balzo ancora più difficile…

È vero, la sfida è questa: è possibile compiere un passo in più, verso una consapevolezza davvero globale? Ci sono le condizioni? È possibile estendere l’empatia all’intero pianeta? È possibile diffondere l’idea che siamo tutti responsabili di dividere lo stesso ambiente, e di doverlo consegnare a chi ci sarà dopo di noi? Ma è per davvero l’unico modo per salvare il mondo, non è un’esagerazione. Noi oggi “occupiamo” il pianeta in maniera invasiva, ne sfruttiamo dissennatamente le fonti di energia, le materie prime, l’ossigeno. Se non ci fermiamo, disseccheremo la Terra. Se non estendiamo l’empatia all’intera biosfera, allora non lasceremo nulla a chi viene dopo di noi e ci dirigeremo a passi spediti verso l’estinzione.

 

Ha citato la “rivoluzione del web”. Lei ha più volte ribadito che la filosofia alla base della Rete deve contaminare anche i rapporti economici e produttivi, per aprire le porte a questa terza rivoluzione industriale. Cosa vuol dire, in concreto?

La rivoluzione di internet è estremamente significativa perché a differenza di quella elettrica e di quella del telefono è “distribuita” e non centralizzata. Pensiamo a Wikipedia, pensiamo agli open source, pensiamo ai blog, ai social network. Allo stesso modo, le nuove forme di sfruttamento energetico e ancora più in generale di produzione economica non potranno che essere “distribuite” anch’esse. Partiamo dall’energia: questa terza rivoluzione non potrà che reggersi sull’energia verde. Il nucleare, tanto per fare un esempio, è energia “vecchia”.

 

E perché?

Perché è centralizzato, scorre dall’alto in basso. Insomma, appartiene al ’900, all’epoca del carbone…

 

Ma scendendo ancora più nel concreto, come possono agire gli Stati per realizzare questa rivoluzione? Con quali politiche?

Collaboro con molti governi, senza distinzioni di colore politico, proprio per proporre “soluzioni concrete”. Faccio un esempio. L’Unione europea si è impegnata di recente a portare avanti un ambizioso piano in cinque punti. Primo punto: entro il 2020, produrre il 20% della propria energia da fonti rinnovabili (è una grossa sfida ma è un obiettivo che non si può mancare, perché la dipendenza dai combustibili fossili è la causa principale del riscaldamento globale). Secondo: creare edifici che siano vere e proprie centrali energetiche (ci sono 91 milioni di edifici in Europa che possono raccogliere energia tutto attorno a loro, dal sole al vento alla geotermia, diventando così vere e proprie centrali di produzione energetica sostenibili e non speculative). Terzo: utilizzare l’idrogeno per “stoccare” l’energia. Quarto: creare una rete di milioni di persone ognuna delle quali produca la propria energia verde, la immagazzini con il proprio idrogeno, usi ciò che gli serve e condivida le eccedenze. Infine, quinto pilastro: progettare e diffondere nuovi mezzi di trasporto a energia verde. I primi veicoli elettrici sono comparsi quest’anno, i primi veicoli a idrogeno usciranno nei prossimi due anni; così le persone connetteranno le proprie auto alla rete di distribuzione del paese per raccogliere l’energia necessaria a metterli in moto. Ecco, sicuramente si può fare molto di più, ma questo piano riassume bene cosa si dovrebbe intendere concretamente per “terza rivoluzione industriale”.

 

Adesso i governi devono affrontare la crisi globale, però…

È vero, la crisi può compromettere questo sforzo: può sembrare rischioso investire nell’energia pulita, adesso. E invece io dico che questo è più che mai il momento di guardare avanti e non indietro. I vecchi combustibili fossili, il petrolio, il gas, sono energie al tramonto. Il fatto che tutte le tecnologie partorite dal secolo scorso si reggano proprio su queste forme di energia “in declino”, non fa che renderle ancora più antiquate. Sono esaurite. Tutto questo non fa che rendere sempre più urgente l’avvio della terza rivoluzione. Altrimenti, a chi dice «non ce lo possiamo permettere», io chiedo: qual è il piano B? Non c’è. Semplicemente, non c’è. Questa è l’unica strada. Alla paura dobbiamo rispondere con la fiducia.

 

In effetti pare diffondersi la paura, più che l’empatia. Nelle relazioni internazionali e nelle politiche interne (pensiamo all’Europa e al tema dell’immigrazione). Come si spiega? Non dovremmo essere in una fase di espansione dell’empatia?

Ogni fase di espansione dell’empatia ha visto forze negative “di ritorno”. E adesso assistiamo, mentre si plasma questa nuova consapevolezza più “estesa”, a rigurgiti di paura, di populismo, di xenofobia. Le identità nazionali e religiose si stanno ribellando alla nuova identità globale. E uno dei più grandi “test” di empatia è proprio l’approccio all’immigrazione. Il futuro è multirazziale: dobbiamo capire che siamo diversi ma siamo un’unica specie, condividiamo lo stesso pianeta! Vogliamo chiuderci in casa, quando internet non ha confini? Vogliamo fare come le tribù che definivano “demoni” gli estranei? La storia va avanti, e le nuove generazioni sono sempre più aperte, mescolate, pluriculturali... Ecco perché ci vuole un colpo di reni, uno sforzo in più. Senza cedere alla comoda tentazione della “paura dell’altro”. Collaborare, distribuire, conoscere, espandere: da qui parte il mondo nuovo. ( Fonte: www.ilfuturista.it)

 

Autore: Federico Brusadelli

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