Jacques Attali, le rivoluzioni arabe, le dittature e l’interventismo democratico

Mentre le rivoluzioni arabe continuano a contare i morti e i feriti, e nell'Egitto di Mubarak piazza Tahrir sembra diventata la nuova Tien An Men dove brucia la lotta per la democrazia, mentre nello Yemen è il giorno della rabbia per cacciare Ali Abdullah Saleh, un altro dittatore protetto dalle democrazie occidentali, vi proponiamo una riflessione di Jacques Attali (con qualche chiosa nostra), il noto scrittore, politologo e docente universitario francese, apparsa sul suo blog "Conversation avec Jacques Attali" ospitato da L'Express.

Il titolo originale "Transition" nasconde in realtà una grossa provocazione alla coscienza democratica dell'Occidente che troppe volte fa finta di non vedere il sangue sulle mani che stringe dei suoi alleati, una provocazione che alla fine è una critica anche alle istituzioni che Attali tira in ballo come possibili elementi per costruire un'alleanza dei democratici (Ocse e Nato, in primis).

 

Ecco cosa scrive Attali:

Quel che succede in Egitto, dopo quel che è successo in Tunisia, ci rinvia ad una questione molto vecchia, che viviamo almeno dalla rivoluzione ungherese del 1956: i democratici devono intervenire per aiutare un popolo che si batte contro una dittatura?

Allora la risposta fu negativa. Dopo di allora, i democratici non sono intervenuti da nessuna parte: né in Iran  quando una rivoluzione è stata aggirata dai mullah;  né in Cina, quando un'altra è stata schiacciata sotto i carriarmati. Né in nessuno dei Paesi dell'Africa o dell'America Latina. Ed è perché Gorbaciov ha deciso di non sparare sulla folla che il sistema sovietico è crollato.

Al contrario, i democratici hanno continuato a finanziare questi regimi, a formare le loro polizie, a ricevere I loro dittatori senza esigere che riducessero la povertà, che lottassero contro la corruzione o che rispettassero i diritti umani. Allo stesso modo, nessuna istituzione internazionale ha messo una reale condizione democratica per il suo sostegno.  

La situazione si riproduce oggi in Tunisia ed in Egitto, dove si esprimono dei popoli magnifici. Essa si riprodurrà sempre più spesso, sempre più velocemente, nella metà del mondo ancora sotto il controllo delle dittature dai contorni diversi: alcune si camuffano da democrazia; altre sono apertamente dei regime totalitari. Intanto, alcune democrazie evolvono verso regime totalitari e certi regimi totalitari evolvono al loro ritmo verso la democrazia.

Eppure, le democrazie non sono mai lì per sostenere coloro che cercano di accelerare quel che promette la storia. Sempre con buone ragioni: la stabilità, il rifiuto dei fondamentalismi, la non ingerenza.  Il fatto è che nessuna  democrazia ha da dare alcuna lezione perché nessuno rispetta integralmente la formidabile dichiarazione universale dei Diritti dell'Uomo, scritta nel 1948 da Eleonore Roosevelt e René Cassin.

Come stupirsi allora che i popoli si rivoltano contro le democrazie che li hanno dimenticati?

Per aiutare queste transizioni,  una soluzione semplice sarebbe quella di creare una nuova istituzione internazionale, che riunisca tutte le nazioni che beneficiano della  democrazia,  rivendicando un dovere di ingerenza e che si dia i mezzi per aiutare la libertà politica, fornendo ai popoli sottomessi dei mezzi specifici per sostenere la libertà di stampa, i Partiti  politici, le Ong, la lotta contro la povertà e contro la corruzione.  Gli embrioni di una tale istituzione esistono: in economia,  i democratici sono riuniti nell'Ocse (che però comprende regimi dittatoriali come il Kazakistan, ndr). In materia militare, nella Nato (dalla quale però in passato hanno fatto parte regimi fascisti come quelli spagnoli, portoghesi e greco e che anche oggi è alleata a regimi autoritari e dittatoriali, ndr). Anche se questa non è stata, all'inizio, la ragion d'essere di queste due istituzioni. Il loro coordinamento darebbe i mezzi per pensare diversamente all'azione da condurre in materia. Altre istituzioni, private, si danno come missione quella di promuovere la democrazia: delle Ong come Transparecy International. Delle fondazioni come quelle degli ex presidenti americani Carter e Clinton (con discrete differenze di approccio e visione delle relazioni internazionali, ndr)o quella di George Soros.  E soprattutto le innumerevoli Ong nei Paesi vittime delle dittature.

Una soluzione minimale, più realista, sarebbe quella di creare un forum che riunisca l'insieme di queste istituzioni, per studiare la situazione di ogni dittatura e riflettere sui modi per offrire un appoggio coerente e coordinato a questi popoli nelle loro transizioni verso la democrazia.

Se i democratici non vanno in questa direzione è perché non hanno fiducia nel loro stesso modello. Allora non potranno meravigliarsi se altri se ne allontanano. ( Fonte: www.greenreport.it)

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