Italiani ipocondriaci: impauriti immaginari

http://www.ilfuturista.it/images/resized/images/stories/attualita/medicinali_200_200.jpgImpauriti immaginari. Se gli americani hanno terrore (magari oggi un po' di meno) di un attacco islamista. I giapponesi (come dimostrano le ultime drammatiche cronache) dei terremoti. Gli inglesi di un matrimonio reale con incidente annesso. Che cosa temono gli italiani? Gli italiani non hanno terrore di nulla. Ma paura di ogni cosa sì. Quello del timore è un atteggiamento che si registra davanti alle piccole come alle grandi cose della quotidianità.

 

E se le inchieste dimostrano che – ad esempio - è sul consumo di farmaci che si registra un vero e proprio boom nel nostro Paese, quello dell'ipocondria è un fenomeno più strutturale di come si creda. Se è stato Fight Club a dare la “soluzione” visionaria e no-global alla sindrome della paura in chiave statunitense, un modello culturale “fatto in casa” lo aveva già restituito Maledetto il giorno che ti ho incontrato, che ha portato al cinema una coppia di ipocondriaci (Carlo Verdone e Margherita Buy) destinati fatalmente a innamorarsi. Ma, al di là della caratterizzazione di alcuni tipi umani, la “paura” elevata è a costume nazionale la si ritrova in ambiti ben più determinanti delle parcelle di un buon psicologo. Lo si vede, ad esempio, dall'incapacità generazionale di fare le valigie da casa dei genitori (i giovani italiani sono quelli che escono più tardi dal focolare domestico). Certo, esiste il problema occupazione. Ma, al netto del problema oggettivo dell'impiego, la propensione a intraprendere la vita propria è più bassa che nel resto d'Europa. Colpa solo dei figli? Figuriamoci. Perché la paura è figlia anche delle famiglie restie alla separazione dalla prole. Insomma allo stato etico che accompagnava dalla culla alla tomba si è sostituita la sindrome familista per eccellenza: come a dire, i vuoti si riempiono.

La paura è anche il meccanismo di tutte le varie emergenze che affollano la cronaca quotidiana. Da quella legata all'immigrazione (si è parlato di «esodo biblico» riferendosi alla crisi in Libia) alle altre legate alle proteste sociali, a quelle studentesche (tutti violenti i ragazzi?). E più in generale la paura si connette a tutti quei fenomeni che sfuggono in qualche modo al paradigma di una certo modo di pensare l'Italia: ciò accade quando si parla di ampliamento dei diritti civili, di nuove forme di comunicazione e di nuove soggettività che si affacciano nel mondo del lavoro.

Questo atteggiamento lo si riscontra, ovviamente, anche in politica. Dove la parola stessa “riforma” fa venire letteralmente l'orticaria al grosso di una classe dirigente bloccata per un timore endogeno di dispiacere alle cento corporazioni di cui è composta la società civile: che di fatto, proprio sfruttando la paura che implica ogni tentativo di cambiamento, cristallizza la società politica.

Come di vede dietro alle “paure” si cela in realtà una paura che le comprende tutte: quella di pensarsi in prospettiva. L'attitudine al rischio, all'impresa che sono stati il segreto della ricostruzione del dopoguerra sono stati sostituiti da una sensazione perenne di insicurezza. Ecco che, ancora una volta, rileggere la storia recente di un'Italia rialzata dopo le macerie del conflitto può essere davvero utile: potrebbe trasformare la crisi in un momento di lucidità. Magari così passa davvero la paura. ( fonte: www.ilfuturista.it)

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