Ipoteche sulla morte

Lo pubblicavo il 30 Novembre 2007. Mi sembra più che mai attuale.

http://www.notaiovellani.it/images/preventivo1_sw2ij77b.pngIl vento gelido della crisi dei mutui “ subprime”, che impietoso sta flagellando i mercati azionari, sembra non aver intorpidito la fantasia dei creatori della finanza alternativa sempre pronti a confezionare prodotti da offrire ad una clientela ormai sfiduciata.

Non c’è niente di meglio, per un mercato asfittico, proporre un prodotto che più asfittico non potrebbe essere : la morte e nella fattispecie i “ death bonds” vale a dire le obbligazioni della morte.

 Di cosa si tratta?

La mancanza di una previdenza sociale vera e propria ha spinto almeno 90 milioni di cittadini statunitensi a stipulare un’assicurazione sulla vita. Un numero sempre più consistente di questi assicurati non è più in grado di pagare i premi ormai divenuti troppo onerosi per le loro tasche. Molti vorrebbero, spinti dalle difficoltà economiche, incassare in anticipo quanto spetta loro alla naturale scadenza.

Ecco allora le grandi banche d’affari intervenire e proporre ai clienti in difficoltà un contratto di “ life settlement” ( accordo sulla vita) che consiste nella cessione da parte dell’assicurato della polizza e dei relativi benefici dietro corresponsione di un indennizzo.

E’ poi la banca ad onorare le scadenze in essere ed incassare il premio finale. Va da sé che il profitto che l’istituto di credito consegue dall’operazione sarà di maggior entità nel caso l’intestatario della polizza passi a miglior vita in tempi brevi.

 Di fatto agli americani è offerta un’ipoteca sulla loro morte, e non potrebbe essere altrimenti visto che ormai tutto quanto per loro era ipotecabile è già stato ipotecato.

Fino ad oggi ad essere coinvolte in questo genere di operazioni erano piccole finanziarie di dubbia fama che operavano al limite della legalità e che rivendevano le polizze agli “ hedge funds”. Ora nel business stanno entrando le grandi firme di Wall Street.

 Seicento operatori delle più prestigiose banche d’affari ed istituti finanziari ( Merril Lynch, Lehman Brothers, Wells Fargo, UBS, Deutsche Bank, Bear Stearns) si sono ritrovati allo Sheraton Hotel & Towers di New York per un convegno tutto incentrato sull’impiego ed i rischi legali connessi all’offerta di questi nuovi strumenti finanziari.

A cosa è dovuto l’interesse delle grandi banche d’affari?

 Innanzitutto devono rifarsi del crack del mercato subprime, un macigno di 1,4 trilioni di dollari che pesa sui loro bilanci. Vi è poi la certezza da parte loro di trarre cospicui profitti da questo business. La storia si ripete:

 - Acquistano le assicurazioni sulla vita e le “ confezionano” proprio come hanno fatto con i mutui

- Le riuniscono in un “ pool” che frazionano poi in tanti coriandoli ciascuno dei quali contiene pezzetti di decine di assicurazioni

- Vendono questi coriandoli ribattezzati per l’occasione “ obbligazioni” ( bonds) a fondi pensione, gestori di patrimoni e così via.

Agli investitori le banche d’affari assicurano un ritorno dell’8 % , visto che i vecchi muoiono ad un ritmo costante ed il numero dei vecchi è in continuo aumento.

 Niente male, considerato che un 8% è superiore a quanto offerto dai Buoni del Tesoro e di poco inferiore a quanto realisticamente ci si può attendere dal più rischioso degli investimenti sul mercato azionario.

 Ai clienti istituzionali ormai scottati dalle promesse sui “ bonds” garantiti da mutui di insolventi vengono ora proposti “ uncorrelated assets” ossia bonds attivi il cui rendimento non è influenzato da ciò che accade sui mercati finanziari.

Le azioni possono salire o crollare, le materie prime rincarare, la Cina entrare in crisi, la Borsa di Londra fare crack… ma il tasso di mortalità rimane costante anzi disoccupazione, tracolli vari e mal di vivere di massa sono un bel viatico per rendere l’affare più alettante.

Le grandi banche d’affari entrano così con “colpevole” ritardo in un business che avevano lasciato nelle mani di truffaldini promotori che fino allora avevano collezionato denunce a raffica.

 Imbonitori squattrinati che convincevano vecchietti un po’ fuori di testa a vendere le loro assicurazioni dopo averli invitati a feste o viaggi turistici.

 I “ death bonds” hanno come illustre progenitore un’altra invenzione della finanza creativa che ebbe un buon successo una decina di anni addietro: il “ viatical business”.

 In cosa consisteva?

Si trattava di proporre ai malati di AIDS che necessitavano di denaro per pagarsi le cure, il riscatto immediato delle loro polizze vita. I progressi della medicina hanno allungato la vita dei malati di AIDS, limando i profitti e rendendo così meno lucrativo il business. I tribunali poi hanno cominciato ad interessarsi del problema, uccidendo in maniera definitiva il mercato del “ viatical”.

La morte che genera profitto ha in ogni caso attrattive alle quali è difficile resistere.

 E’ un mercato che lascia molti spazi di manovra ed è poco regolato: soltanto in 26 stati è richiesta una licenza per questo tipo di affari. Negli altri il “ laissez faire” permette a chiunque di acquistare polizze da un vecchietto.

 E l’Europa?

 Non poteva certo stare a guardare. Non stupisce che in Germania ed in Gran Bretagna già esiste un vivace mercato, anche se poco reclamizzato, di queste ipoteche sulla morte.

Col pudore che ci contraddistingue abbiamo chiamato questi “ bonds” “LONGEVITY DERIVATIVES”.

Si vendono anche se al momento non sono ancora stati valutati da Moody’s o da Standard & Poor’s.

Pare che gli investitori non li giudichino rischiosi.

Ma il rischio c’è e nemmeno troppo celato.

 E’ lo stesso rischio che ha fatto crollare il mercato dei mutui confezionati in obbligazioni: le banche d’affari specializzate nella “securitization” e i fondi da loro creati si sono indebitati anche dieci volte il proprio capitale, per fare più consistente ed alettante il business. Un rovescio ha di conseguenza effetti a cascata sulla montagna di debito sottostante.

Hank Aleno

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