Io speriamo che me ne vado - di Andrea Ferrari

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http://www.lodiedintorni.com/wp-content/uploads/andrea-ferrari.jpgIn questi giorni l’ISTAT ha diffuso dei dati preoccupanti sulla disoccupazione giovanile. La popolazione under 24 ha raggiunto il tasso peggiore dal 1992. Il 38,7% dei ragazzi in Italia non trova un lavoro. E i numeri sono ancora più impietosi se si divide il Paese: al sud il livello di disoccupazione supera il 50% con un dato ancora più penalizzante per le donne.
Il problema per tanti giovani non è solo di quello dei diritti ma diventa la lotta “ senza regole” per provare a trovare un lavoro. Sono nate formule con cui migliaia di ragazzi hanno avuto l’illusione di trovare un’occupazione: gli stage, i tirocini, i contratti a progetto e qualsiasi altra formula contrattuale che in questi ha caratterizzato il mercato del lavoro.
Come si può vivere senza una prospettiva di vita ? come si può pensare di costruire una famiglia e avere dei figli se non esiste per le giovani generazioni la certezza di potere avere un reddito ? com’è possibile pensare di comprare una casa se qualsiasi banca, anche quelle con le pubblicità più smaliziate, non erogano finanziamenti se non hanno la certezza di un bene mobile o di una rendita certa come elemento di garanzia. Ma se un giovane non possiede nulla, ma ha semplicemente un lavoro a progetto o un contratto a tempo determinato come può immaginare di emanciparsi dalla propria famiglia?
Sono tante le domande che fanno venire rabbia. Sono tanti i ragazzi che si incontrano e che raccontano con amarezza le storie. Sono in tanti casi una uguale all’altra: l’impegno in Università o ad un corso di studio, i sacrifici, l’entusiasmo con cui mandano i primi curricula e poi il muro di gomma. L’indifferenza con cui sono gestiti i curricula che vengono inviati alle aziende, le non risposte a nessuna domanda. Neanche per dire: “ grazie non ci interessa la sua professionalità”.
E allora per capire la rabbia che cova tra i ragazzi basterebbe ascoltare le loro storie.

Come quella di Sirio, esperto di media e comunicazione che in Italia non trova lavoro e ha deciso di partire per Melbourne in Australia. Come un tempo tanti italiani emigravano con la valigia di cartone e l’olio “ buono” nello zaino ora i ragazzi si portano l’IPAD e la “ nuvola” dispersa in qualche parte nel mondo su cui è memorizzata la loro storia familiare e professionale. E allora lavorano a Lodi come a Melbourne. E’ partito in questi giorni. Gli auguro fortuna ma viene veramente rabbia a pensare che la Politica ha ucciso la speranza delle nuove generazioni di trovare una occupazione in Italia.

E forse proprio in questo ha perso definitivamente credibilità.
E poi Francesca, esperta in comunicazione, che dopo migliaia di curricula inviati ha quasi perso la speranza. Non vuole aggiungersi agli oltre 1,6 milioni di persone che rinunciano a cercare lavoro. Deciderà probabilmente anche lei di andare all’estero.

E poi le storie dei tanti giovani che sono ricattati. Di quelli che per avere la speranza che il loro contratto venga rinnovato fanno dei turni massacranti. E non possono dire di no.

E’ il caso di Matteo che è impegnato in una multinazionale. Per quasi una settimana ha lavorato sia nei turni di giorno che di notte. Non poteva rifiutare perché, in questi giorni, gli scade il contratto con la cooperativa con cui lavora nella multinazionale.
Forse il nostro non è un Paese per giovani. O forse l’Italia è invecchiata anagraficamente senza che la classe dirigente pensasse al futuro dei propri figli.
I dati sulla disoccupazione giovanile in Europa, secondo l’ISTAT, sono migliori solo rispetto a quelli di Spagna e Grecia.
Sono elementi preoccupanti. Solo chi vive ancora in una posizione agiata, solo chi si crogiola ancora con un contratto a tempo indeterminato, solo chi non vuole vedere il dramma dei giovani, può pensare che il nostro Paese possa andare avanti in questo modo.
Credo che se non avremo la forza di invertire la tendenza, di dare spazio alla creatività e alla fantasia giovanile il nostro diventerà davvero un Paese per vecchi come quello del film di Ethan Coen.

Andrea Ferrari
andrea.ferrari.lodi@gmail.com

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