Inarrestabile disordine sulla scena mondiale - di Luigi Bonanate

http://ts1.mm.bing.net/th?id=H.4685024571295744&pid=15.1Non si sa mai bene se convenga essere pietosi o spietati, se indorare la pillola o dire la verità, tutta e subito. Anche se le prospettive del mondo attuale non ci costringono (ancora?) a previsioni catastrofiche, si può tuttavia ben dire che i segni di incertezza sopravanzano, e non di poco, quelli ottimistici del futuro della politica internazionale. E non è che ciò dipenda da un qualche recente evento o dall'errore compiuto da questa o quella azione politica. Si tratta di un qualche cosa che viene da lontano e proprio per questo non possiamo non temerne la concretizzazione. Per dirla sinteticamente, è ormai dal dopo-bipolarismo e dal crollo dell'Unione Sovietica che l'ordine internazionale (in una parola: chi regola e decide, chi esegue e obbedisce) ha perduto un suo chiaro, solido e condiviso centro. Si era pensato, allora, e lo pensavano anche gli americani, che avremmo davvero conosciuto quel "new american century" che in tanti centri di ricerca si andava pregustando. Ma è stato tutto il contrario: dall'ingresso nel nuovo millennio, gli Stati Uniti hanno perduto continuamente colpi: dall'11 settembre agli errori compiuti in Afghanistan e in Iraq, per giungere fino all'insipienza con cui si è (non si è) reagito alla terribile guerra civile siriana. E così via...
In questa situazione di anarchia diffusa preoccupa, più che il timore di un crollo improvviso (oggi come oggi poco giustificabile), la tendenza inerziale verso un progressivo declino, che sarebbe coerente - del resto - con la dimostrata inesistenza di un Paese in grado di svolgere il ruolo di potenza unipolare e imperiale. Quali i segni del degrado, quand'anche il numero delle guerre internazionali tenda a zero (altro è il discorso delle guerre civili)? A guardare la carta geografica si può venire attanagliati da una sgradevole sensazione: ciascuno dei tre continenti che oggi richiamano la nostra attenzione è attanagliato da una crisi di particolare valore simbolico. Il cuore dell'Asia (persino il suo centro geografico vero e proprio) sussulta sotto i "rumori" che vengono dal Kazakistan e dalle altre rebbliche turche ex-sovietiche, che sono vicine all'Afghanistan e al Pakistan. Il centro dell'Africa è sconvolto dall'irrefrenabilità di conflitti locali che comportano interventi militari occidentali (la Repubblica centro-africana è oggi "invasa", avremmo detto una volta, dalla Francia, che dal Mali non è ancora del tutto uscita, anche se ha potuto attirarvi le truppe dell'Onu). Ma anche un terzo continente, quell'Europa pacifica, e tanto pacificata da aver ricevuto nel 2012 il premio Nobel per la pace, sta vedendo sorgere un problema che, se non verrà sciolto al più presto, sarà devastante.
Si tratta della linea lungo la quale la separazione tra Europa occidentale ed Europa asiatica andrà segnata. Ovvero: fino a dove Vladimir Putin accetterà che alcune ex-provincie della defunta Urss si gettino nelle braccia accoglienti e desiderose di affari dell'Occidente, voltando le spalle alla "grande madre" russa? Il caso ukraino non è né casuale né irrilevante: è la cartina di tornasole di quella che intende essere la politica estera di Putin. Alla guida di un Paese debole, infelice e mal governato, che una politica di grande potenza non è assolutamente in grado di compiere fuorché nella testa, invero ormai un po' balzana, di un premier-dittatore che si permette di dettare anche tutte le regole dei costumi, dalla canzonette alle preferenze sessuali (per non parlare delle libertà civili e politiche).
Nessuno dei problemi che sono sul tavolo ha, oggi, la capacità di farlo crollare. Dobbiamo però chiederci se la ragione dipenda dalla solidità del tavolo stesso o dalla fragilità politica di tutti coloro che vi siedono intorno. La prima ipotesi è suffragata dal caso della questione palestinese (un assurdo conflitto che "resiste" dal 65 anni!). La seconda potrebbe essere invece rafforzata dalla situazione sussultoria della vita internazionale attuale che quasi ogni giorno vede qualche nuova difficoltà profilarsi sull'orizzonte, per poi sedarsi e sovente scomparire o farsi carsica, salvo poi ricomparire tempo dopo. La Cina avanza un giorno sì e uno no pretese territoriali o diritti di sfruttamento a nord come a sud o a est. Il petrolio scarseggia e affanna tutti i governi del mondo. La maggior parte degli Stati africani possiede ancora governi autoritari e instabili. Ecco perché possiamo concludere, per questa fine anno, che nessun pericolo estremo è alle porte, dietro le quali però non riusciamo a intravvedere alcun segno di miglioramento.
Fonte: www.caffe.ch

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