" Il web ci abbaglia l’economia si ferma" di Will Hutton

http://www.internazionale.it/assets/img/authors/92.jpgMio nonno è cresciuto nel primo novecento, quando ancora i carri erano trainati dai cavalli e le case erano illuminate dalle candele. Nei cinquant’anni successivi il mondo ha assistito a una serie di trasformazioni incredibili: l’elettricità, l’automobile, la tv, la radio, il telefono, il frigorifero, l’aspirapolvere, la penicillina e l’aeroplano.

 

Ma non sono state queste scoperte a rendere il ventesimo secolo ciò che è stato: la produzione di questi beni è stata industrializzata, creando altissimi livelli di occupazione e ricchezza.

 

Io sono cresciuto negli anni sessanta, e non ho assistito a trasformazioni così grandi. Certo, negli ultimi quindici anni il telefonino e internet hanno cambiato il nostro modo di comunicare. Ma il mondo del 2011 è simile a quello dell’inizio degli anni sessanta: i beni e i servizi che si vedono in Mad men, per esempio, sono gli stessi di oggi, mentre quelli della Casa nella prateria no.

 

Viviamo più o meno come cinquant’anni fa. Se questo è vero allora, come sostiene l’economista americano Tyler Cowen, le conseguenze a livello economico sono enormi. Ecco cosa c’è dietro quella che Cowen, nel suo ultimo libro, chiama “la grande stagnazione” (The great stagnation).

 

Ciò che ha caratterizzato il grande boom del dopoguerra è stata l’industrializzazione delle innovazioni introdotte tra il 1910 e il 1940. I beni usciti dalle fabbriche occidentali tra il 1950 e il 1975 hanno prodotto occupazione e salari crescenti per molti statunitensi ed europei.

 

Stiamo sprecando i nostri frutti

Ma i “frutti” che hanno permesso tutto questo stanno sparendo, scrive Cowen. Oggi, gli aumenti di produttività non sono dovuti a nuovi settori in crescita, ma ai licenziamenti o allo spostamento della produzione nei paesi asiatici dove la manodopera costa meno. Internet, del resto, non è un grande serbatoio per l’occupazione.

 

Google, Apple, Microsoft, Amazon e eBay stanno trasformando il nostro modo di leggere e di comunicare, ma negli Stati Uniti hanno creato meno di centomila posti di lavoro. Questa, sostiene Cowen, è la causa fondamentale dei ripetuti cicli di ripresa senza occupazione e della contrazione dei redditi dei lavoratori della classe media negli Stati Uniti. I nostri scienziati non sono riusciti a inventare beni in grado di essere prodotti agli stessi ritmi industriali del passato.

 

Nessuno deve sorprendersi, quindi, se negli anni sessanta l’occupazione americana impiegava meno di un anno a riprendersi dopo una recessione, mentre oggi ne servono quattro o cinque. Per trent’anni, fino alla crisi finanziaria del 2008, questo fenomeno è stato mascherato da un grande boom creditizio, che ha creato posti di lavoro nel settore terziario. Ma nei prossimi trent’anni il credito non potrà certo crescere agli stessi ritmi. Siamo già tutti fin troppo indebitati.

 

La tesi di Cowen è attaccabile su molti fronti. La conoscenza scientifica e tecnologica cresce in maniera esponenziale ed è sempre più interdisciplinare. Io sono convinto che la scienza metterà nuovi frutti a disposizione del mercato: nell’energia, nel settore alimentare, nella sanità e nei trasporti. Tra l’altro, ci vuole tempo per capire come usare le nuove tecnologie.

 

Internet e la digitalizzazione hanno solo quindici anni, ma hanno già innescato un processo di distruzione creativa in molti mercati e settori. Non solo, l’economia mondiale continua a ricevere un forte stimolo da paesi come l’India, il Brasile e la Cina, che usano le tecnologie esistenti per allinearsi agli standard di vita occidentali. Di tutto questo Cowen non parla.

 

Su una cosa, però, Cowen ha ragione: l’importanza dell’innovazione come agente della crescita e la necessità di metterla a frutto. Negli ultimi vent’anni, la domanda fondamentale – quali nuovi beni e servizi saranno prodotti dalle imprese – non ha avuto risposta. Intanto l’oligarchia finanziaria occidentale ha messo all’angolo la politica costringendola a credere nel potere magico del mercato.

 

Un sistema senza regole

Così il settore bancario è diventato globale e senza regole, privilegiato rispetto a tutte le altre attività economiche. L’innovazione è stata abbandonata. Sembrava che l’unica cosa importante fosse deregolamentare, abbassare le tasse e comprimere i diritti dei lavoratori, e non sfruttare lo stato per costruire l’ambiente in cui far crescere l’innovazione, la sperimentazione e gli investimenti, come era avvenuto per tutta la prima parte del ventesimo secolo.

 

Per trent’anni si è ripetuto che i governi falliscono, e che il mercato era l’unica soluzione. Ma la realtà comincia a fare breccia. Anche in Gran Bretagna il governo di Cameron, legato all’ortodossia di mercato, si sta rendendo conto che dovrà fare ciò che un tempo era proibito: intervenire sui mercati e costruire istituzioni capaci di innovare.

 

Prendiamo l’energia: il mercato è stato trasformato dallo stato, che in Gran Bretagna ha introdotto un prezzo minimo dei permessi per le emissioni di anidride carbonica in modo da stimolare gli investimenti nel nucleare e nelle fonti rinnovabili. È una strategia d’innovazione. L’invenzione e l’innovazione, come stiamo imparando, sono troppo importanti per essere lasciate in balia dei mercati.

Traduzione di Bruna Tortorella.

Internazionale, numero 886, 25 febbraio 2011

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