Il racconto della domenica : " Una pennellata di carminio" di Marta Silvi Bergamaschi

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http://www.lavinium.com/images07/carcar03.jpgIl canto, ormai stanco degli uccelli, pareva annunciasse l’inverno. Veniva dal cortile, dopo avere accarezzato i coppi; era un verso appena appena melodioso nel silenzio dell’aria, come un filo di luce nell’oscurità. Novembre: un mese lungo e laborioso. La grande cucina-soggiorno era sempre sottosopra, il camino acceso come un cuore rosso di bracia, la stufa a legna, in un angolo, crepitava e noi bambine dicevamo: sentila come ride! Quel mattino s’attendeva Maria, una donna dolce e brusca insieme, sempre però serena, insuperabile nel tirare sul tagliere (già deposto sull’antica tavola) la sfoglia speciale, quasi prenatalizia, dalla quale sarebbero uscite tagliatelle sottilissime per il brodo, più larghe per la pastasciutta, e farfalline, quadratini, maltagliati. Un’autentica fabbrica di pasta buonissima. Altro che supermercato! Ed ecco il lungo suono del campanello, il suono di Maria. Entrava abbozzando un sorriso breve come il guizzo di una lucertola. Parlava fitto fitto con la mamma. Mentre indossava la vestaglia bianca, osservava la quantità di farina già sul tagliere, una piccola montagna nevosa, vedeva tutto e quasi urlava con la sua voce di vetro frantumato: -E voi, bambine, state brave, guardate i vostri libri sedute sul divano. Ci scommetto! Verrete di certo a rubare qualche pezzetto di pasta e la farete cuocere malamente sulla stufa. Che gusti avete!- Le parole di Maria terminavano con la solita domanda –Capitooo?- La mamma intanto rimestava nella padella di alluminio il pollo alla cacciatora. E diceva:- Il fornello a gas lo abbiamo relegato nel cucinino. Mio marito è convinto che sulla stufa a legna le pietanze cuociono più adagio ed emanano un sapore intenso, molto buono.- 
-Vostro marito, rispondeva Maria, ha sale in zucca. E’ verissimo. Mio marito, tornato da poco dall’America dove ha lavorato come pizzaiolo (lo sapete, no?) dice che laggiù la vita è diversa: è tutto un usa e getta. Noi, borbotta, impareremo dall’America un sacco di cose inutili: verrà chiamato progresso? Io, afferma, non so come chiamarlo. Probabilmente lo definirei, disse sorridendo «sconsumo», ma temo di dire una sciocchezza. Si vedrà.- 
-Spero, diceva la mamma, che le cose si aggiustino, che i Partigiani ci ridiano la voglia di parlare liberamente.- 
-Il giorno è arrivato, grazie al cielo.- 
I discorsi della mamma e di Maria a noi poco interessavano: ma calavano dentro e lì restavano e lievitavano. I nostri occhi correvano su quella palla che da bianca era diventata gialla e si muoveva lesta tra le abili mani di Maria. Faceva una voglia! Infatti appena Maria si assentò per bagnarsi le mani, mia sorella e io ne rubammo un pezzetto: piccolo piccolo. Lo lisciammo con due dita e lo facemmo arrostire sulla stufa: era squisito. Infanzia lontana, profumo d’immaginazione, promesse, emozioni, isola misteriosa! In quel momento la mamma urlò: un urlo d’argento, infantile, come era lei a volte. Entrava dalla porta a vetri del cortile, aperta un attimo per cambiare l’aria, Fanfan, la gatta color grigio cenere. Armata della sua crudele innocenza, arrivava in cucina con un piccolo sorcio tra i denti: ci guardava con i suoi volubili verdi occhi. Sembrava dire, anzi lo diceva: non mi avete dato la carne? Me la sono procurata: sono brava? La mamma allargò le braccia sulla sfoglia che ormai era diventata un lenzuolo e squittiva: esci, imbrogliona, la carne l’hai mangiata, eccome. Fanfan usciva e nel soggiorno restavano le nostre gorgoglianti risate: una pennellata di carminio nella bianca soffice  nebbia che stava calando e, a poco a poco, divorava il cortile. 

( Fonte: www.gazzettadiparma.it)