Il Pd e l’avversario su misura - di Marco Managò

http://www.rinascita.eu/mktumb640a.php?image=1380899191.jpgGran dilemma quello attuale del centrosinistra in Italia: combattere Berlusconi in tutti i modi, compresa la via giudiziaria o lasciarlo in vita (seppur meno offensivo) per una gestione controllata?

L’ideale è mantenere il Cavaliere appena sotto la soglia di un risultato elettorale che lo ponga all’opposizione, senza annullare, di fatto, la fonte d’ispirazione di programmi e lotte.

I conti, però, non sono così lineari e, a volte, possono riservare delle sorprese. In questi ultimi mesi, poi, occorre considerare quel terzo incomodo del Grillo che potrebbe rovesciare gli equilibri. In tal caso, messo da parte l’antiberlusconismo, si renderebbe necessaria una campagna di antigrillismo.

La condizione di annichilire l’avversario sembra un po’ anteposta alle battaglie tipiche della sinistra: lavoro, tasse, sociale e diritti.

Gli ultimi giochini e tatticismi della politica, a cui, alla fine, si sono prestati tutti gli schieramenti (tranne Lega e Cinque Stelle, più coerenti), hanno una valenza minimale sulla situazione dei cassaintegrati, disoccupati, licenziati, sottopagati, ecc. L’auspicio è che tali sventurati se ne ricordino anche in sede di tornata elettorale.

I media ancora non hanno compreso tale discrepanza e perseverano nell’errore; le voci del web sono, invece, più dirette e più “bilanciate”.

Il termine “pregiudicato” è uno dei più in voga in queste ultime settimane e può essere riassunto, in una definizione da dizionario (a esempio quello del sito www.treccani.it), come “persona che ha riportato una o più condanne penali o è già stata sottoposta a misure di sicurezza personali”.

Il suddetto termine è stato utilizzato soprattutto nella frase, spesso una domanda, rivolta alle alte sfere del Pd, “Come si può governare con un partito il cui leader è un pregiudicato?”.

E’ una domanda che ha posto molto imbarazzo negli intervistati, costretti a capriole dialettiche pur di giustificare quel “governo partecipato” tanto caldeggiato da Napolitano, a sua volta “stimolato” dall’Ue, a sua volta “sollecitata” dagli Usa.

La giustificazione più ovvia a tale domanda pruriginosa è quella dell’essere stati costretti ad accettare, con sacrificio, un “esecutivo di servizio” pur di non far crollare definitivamente il Paese e di sopportare tale anomalia per il tempo strettamente necessario a effettuare le grandi riforme. Tutto questo in attesa di confrontarsi presto alle urne, riacquistando le peculiari linee programmatiche.

La pretesa dei protagonisti è che il popolo ci creda davvero. Come potrebbe fidarsi, dal momento che nessuna riforma importante è stata varata? Non è stata realizzata neanche quella elettorale, quella che dovrebbe ridare spirito di autonomia e autenticità (!) alle due maggiori forze contrapposte.

Un altro refrain molto gettonato negli ultimi tempi è quello relativo alla definizione del Pdl (o Forza Italia) come un partito legato, esclusivamente, alla figura di Berlusconi; una formazione politica nata per difenderlo, in cui vegetano dirigenti e legioni di lacchè incapaci di criticarlo e in grado solo di omaggiare il capo. Tale concetto, ovviamente, è espresso da tutte le formazioni ostili al Pdl mentre è negato proprio dagli appartenenti alla formazione guida del centrodestra. Un concetto messo un po’ in disparte nelle settimane successive alla nascita del governo Letta (dal 28 aprile scorso, quando il centrosinistra doveva forzatamente tapparsi la bocca) e spuntato di nuovo nelle cronache dopo la condanna di Berlusconi e la sua ventilata minaccia di ritiro di ministri e parlamentari.

Di sicuro il Pdl è un gran contenitore di seguaci e adulatori del capo, in cui la forza del dissenso è messa in disparte, nonostante quello che si è visto con l’opportunismo dei “secessionisti” dell’ultima ora, preoccupati di affondare assieme al comandante.

Le invettive del centrosinistra, riguardo quest’appiattimento ideologico, morale e culturale dei pidiellini, non sono ingiustificate e sono ingigantite mostrando il dissenso all’interno del Pd come una libertà assoluta d’opinione, di confronto delle idee. In realtà, tale contraddittorio è costituito piuttosto da correnti interne che cozzano fra loro in maniera notevole, legate insieme soltanto dal collante dell’antiberlusconismo; una prova ne è la contrapposizione tra le forze vicine a Renzi e quelle contrarie; un’altra è stata la figuraccia del dietrofront al momento di votare Prodi come presidente della Repubblica.

In tal modo, nelle ultime settimane, la leadership di Berlusconi è stata “smascherata” e la personificazione del partito con la sua figura è stata ribadita a gran voce dagli oppositori.

Il voler svegliare le coscienze dei pidiellini, da parte del centrosinistra, per avere una contrapposizione più ragionevole e indipendente, per confrontarsi con un centrodestra più libero, moderato e meno estremista, si scontra con un paradosso incredibile. La condanna, infatti, dell’uomo Berlusconi, è estesa automaticamente a tutto il partito e a coloro che ne fanno parte. In sostanza: si critica il fatto di considerare la sola persona del Cavaliere e poi si cade nello stesso tranello perché, nella condanna, si vede un solo riferimento e si dimentica che nel partito ci siano persone oneste che credono, bontà loro, in un ideale. Se il tentativo fosse quello di spersonalizzare il Pdl dal suo capo, la stessa pretesa dovrebbe essere mantenuta anche in virtù della sua condanna.

Spersonalizzare e distinguere lo si dovrebbe fare comunque, nel bene e nel male.

Per quale motivo, quindi, il Pdl dovrebbe essere indipendente ideologicamente dal suo capo per poi essere ricondotto, nei giudizi sprezzanti, solo a lui, come una massa di idioti che seguono un pregiudicato, con il messaggio subliminale di lasciare intendere che chi segue un condannato sia come il tizio dell’adagio che si accompagna allo zoppo.

Gli inviti a dimenticare l’identificazione Pdl/Berlusconi dovrebbero, quindi, essere mantenuti anche quando si riconduce il tutto al tema del “pregiudicato”.

La storia e i fatti ci consegneranno, si spera, la verità ed è giusto che chi sia in debito con la giustizia, possa essere l’uomo più ricco d’Italia o il più povero, paghi per ciò che ha commesso.

Il presente, tuttavia, induce a rivolgere l’attenzione sulle masse, soprattutto quelle più in difficoltà nel fronteggiare la crisi economica. Un impegno che dovrebbe coinvolgere le strutture (e le sovrastrutture) politiche nonché i media che, inavvertitamente, si dovessero distrarre dalle reali esigenze.

Le ipocrisie dei giudizi, dell’immobilismo, dei teatrini del Parlamento e dell’esecutivo, sono piuttosto noiosi. Lo sarebbero anche in un Paese che dovesse cullarsi nell’agiatezza e nel benessere, figurarsi in uno che è allo stremo con una popolazione costretta a saltare i pasti.

In questo quadro desolante, la formazione che sventoli di sparigliare il tavolo è la benvenuta: fa bene Grillo a invocare le elezioni e a sperare di battere concretamente i due avversari storditi.

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