Il misterioso episodio di un libretto preveggente

MEMORIA. Guido Carli, governatore della Banca d’Italia, nel 1966 fa stampare per gli amici 50 copie di “Storia dei ladri nel regno d’Italia” di autore anonimo. Una di queste è ritrovata su una bancarella romana nel 1993, in piena Tangentopoli. E un editore di Genzano, con il fiuto per gli affari, la ristampa.

 

Scandali, malaffare, ruberie La storia dei divoratori di regime - di tutti i regimi - comincia addirittura prima dell’Unità. Perché nel 1869 (con un aggiornamento tre anni dopo, ad Unità d’Italia realizzata) il signor Felice Borri, libraio ed editore in Torino, diede alle stampa una Storia dei ladri nel regno d’Italia. Anonimo l’autore, che certo “avea in gran dispitto” non solo i Savoia ma anche Garibaldi, e che rimpiangeva, nonché il granduca di Toscana, persino i Borboni. Insomma, avete capito: il libro (“il libello”, dissero inorriditi nei Palazzi del potere sabaudo) citava fatti, cifre, documenti dei ladrocinii e delle corruzioni del tempo in cui si faceva l’Italia.

Non c’era che la scelta: “Uso fraudolento dei biglietti di ferrovia appartenenti alla Camera”, “Il processo alla Camera contro l’ex ministro Bastoni” (poi destituito anche da deputato per lo scandalo delle Ferrovie Meridionali), “I manchi di cassa ammessi dal ministro delle Finanze Quintino Sella”, e persino “Il furto della bandiera nazionale in Torino, nel Palazzo del re”, e via elencando, per 176 pagine, nequizie e furti, corruzioni e concussioni.

Il primo gustoso riferimento, in qualche modo storico, all’anonimo “libello” c’è nei Diari 1932-1943 di Giovanni Ansaldo, il fascistone intimo della famiglia Ciano (padre Costanzo e figlio-ministro Galeazzo, poi fucilato a Verona nel 1944 come traditore del duce suo suocero) che riuscì a sopravvivere politicamente nel dopoguerra addirittura dirigendo per anni e anni il Mattino di Napoli, feudo dei Gava. “Durante la permanenza di Galeazzo a Bari (gennaio-febbraio 1941) - scriveva Ansaldo - lo raggiungo due volte. Nell’udienza precedente la sua partenza per la Puglia gli mostro il volumetto Storia dei ladri nel Regno d’Italia datomi da Longanesi il giorno prima. Lo sfoglia con vivissimo interesse e non lo vuole più restituire: capisco che lo vuole dare a Mussolini. Difatto qualche tempo dopo c’è una eco della cosa quando egli dice che contro i ladri sono state fatte delle polemiche fin dai primi anni del Regno”…

Bene, un secolo dopo, nel 1966, l’allora governatore della Banca d’Italia, Guido Carli (il grande economista scomparve poi nel 1993), ripesca questa Storia e ne fa fare, alla vigilia del Natale, una riproduzione anastatica in 50 copie. Perché la ristampa? Con tutta evidenza Carli aveva cognizione di altre e più recenti (e magari anche future) ruberie. E allora la curiosa ma soprattutto significativa iniziativa suggerisce altri e più corposi interrogativi: chi furono i destinatari dell’insolito dono? e perché proprio quei cinquanta? Probabilmente l’elenco salterà fuori solo in un’ancora lontana stagione di questo nuovo millennio, se e quando le carte riservate di Bankitalia saranno messe a disposizione degli storici o riversate nell’Archivio centrale dello Stato.

Fatto sta - ecco il bello - che una delle cinquanta copie, ed esattamente quella che reca il numero 18, fu ritrovata intatta su una bancarella romana, a Fontanella Borghese, da Giovanni Ventucci libraio-editore, stavolta in Genzano di Roma, ai Castelli. E, zàcchete, nel 1993 - e dunque in piena ventata di Tangentopoli - Ventucci ristampa ancora una volta l’anastatica “non potendo prestare, ai tanti che ne fanno richiesta al banco della mia libreria, la sua unica e forse unica copia rimasta”

Attenzione ora alle date. Carli fa fare le cinquanta copie della Storia nel 1966, in epoca di sicure ruberie, di clamorosi scandali che travolgono ministri e boiardi di stato. Per esempio proprio nel luglio di quell’anno era esploso lo scandalo della frana di Agrigento, città (e collina atenea) massacrata da una banda di corruttori-divoratori ammanigliati con uno dei peggiori gruppi di potere della Dc. Il governatore, insomma, aveva visto giusto e covava ben solidi, gravi e motivati sospetti. E Ventucci ri-ristampa - con un naso per gli affari pari a quello del suo antico collega torinese - quando il turbine di Mani pulite è già in atto, quasi a dire: nulla di nuovo sotto il cielo d’Italia.

Post scriptum: Mi resta un rammarico. Che questa storia non sia stata conosciuta da Leonardo Sciascia, uomo di grandi virtù civili e di notorio “tenace concetto”. Pensate che cosa avrebbe potuto raccontare, il grande scrittore siciliano troppo presto scomparso, su quella diciottesima copia della Storia dei ladri di cui l’anonimo destinatario si era voluto forse frettolosamente disfare…
( Autore: Giorgio Frasca Polara/ Fonte: www.terranews.it)

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