" Il manganello dei perdenti " di Rocco Vazzana

http://www.avvenimentionline.it/images/stories/arc11/copertina2711arc.jpgRoma ha scoperto che a due passi dai Fori imperiali esiste una banda di vendicatori della notte: la Brigata rione Monti. Un gruppo che ha come scopo il controllo del territorio e il quartiere come unica identità d’appartenenza. Sono giovani, perdenti, emarginati. Ragazzi esclusi da ogni processo di integrazione socio-economica che trovano nella violenza l’unica conferma della propria identità. Potrebbe essere questo il ritratto delle persone che hanno aggredito selvaggiamente il musicista di 29 anni Alberto Bonanni nella notte tra il 25 e il 26 giugno. Ancora non sono chiare le dinamiche del pestaggio e l’unico movente emerso è la frustrazione. In carcere sono finiti Christian Perozzi, Carmine D’Alise, entrambi di 21 anni, e Gaetano Brian Bottigliero, di 23. Baristi precari i primi due, proprietario di un pub il secondo. Riferimenti ideali: un mix di cultura ultrà, condita da elementi di qualunquismo neofascista. Ma la politica c’entra poco in questa storia, o meglio, ha un ruolo marginale. I modelli politici si mettono in pratica nel modo in cui si vive il territorio. A parte i saluti romani, i tatuaggi e i “me ne frego”, la violenza delle borgate romane racconta un disagio economico-generazionale. I “brigatari”, di Monti come di altre zone della Capitale, sono figli di un contesto che li respinge. Fanno parte di un nuovo sottoproletariato urbano che non trova canali di integrazione. «Si tratta di una forma abbastanza nuova di aggregazione spazio-territoriale», spiega Francesco Pompeo, docente di Antropologia sociale a Roma e coordinatore dell’Osservatorio sul razzismo e le diversità “M. G. Favara”. «Sono giovani che vivono in un quartiere che si trasforma e vogliono controllarlo e difenderlo da possibili invasioni esterne. Nel caso di Monti, si tratta di un fenomeno nato dove si incrociano una serie di spinte, provenienti dalla vicina Casa Pound (centro sociale di ispirazione fascista, ndr) da una parte e dalla sede di Azione Giovani di Colle Oppio dall’altra. Per questo si ispirano a simboli dell’estrema destra». Ma i “fascisti del terzo millennio”, come amano definirsi i militanti di Casa Pound, non ci stanno. Non vogliono che il loro nome venga associato in nessun modo alle violenze di Monti. «L’accostamento è fazioso», sostiene Francesco Polacchi, leader della loro branca universitaria - Blocco Studentesco. «Ma tanto ormai non ci meravigliamo più di quello che scrivono, ci limitiamo a querelare. Questi ragazzi non facevano parte del nostro movimento. Né abbiamo mai avuto rapporti con la Brigata Rione Monti che, secondo me, era una cosa goliardica. È chiaro che qualcuno di noi conosceva gli aggressori. Ma solo perché Casa Pound nasce all’Esquilino, che è attaccato al loro quartiere, ed è normale che alcuni avessero rapporti personali con questi ragazzi».

 

Roma è diventata una città che esclude. Secondo i dati diffusi a maggio dalla Camera di commercio, il tasso di disoccupazione nella provincia è pari al 9,1 per cento. Ma raggiunge il 30 tra i giovani, per l’esattezza tra i 15 e i 25 anni. Alla mancanza di lavoro si aggiunge la speculazione edilizia e l’assenza di pianificazione urbanistica che porta ogni anno migliaia di persone a “emigrare” fuori dal raccordo anulare. Resta una geografia urbana fatta di vuoti. Quartieri privi di servizi e una bassa qualità della vita, terreno fertile per la violenza, come Tor Bella Monaca, la periferia dove vive Christian Perozzi. «Gli ho dato un calcio in faccia quando era già a terra e non l’ho mai preso a pugni. Poi sono scappato a nascondermi dietro un’auto e quando l’ho visto alzarsi per dare le generalità agli agenti sono andato via». Si è giustificato così Carmine D’Alise, uno dei tre aggressori di Alberto, davanti agli inquirenti. «Penso che sia stata una tragedia sia per il ragazzo aggredito che per gli aggressori», commenta Francesco Polacchi. «E non lo dico perché facevano i saluti romani. Lo dico perché secondo me questi ragazzi non volevano arrivare fino a quel punto. Si sono spinti al di là delle loro intenzioni. Io non sarò mai la prima persona a invocare la magistratura per la sicurezza. Non dirò mai che qualcuno deve pagare. Spero che i magistrati capiscano che quei ragazzi non volevano arrivare fino a quel punto. Come spero che il ragazzo aggredito si salvi».

 

E pensare che Gianni Alemanno era salito al Campidoglio nel 2008 proprio convincendo i romani che con lui la città sarebbe diventata un fortino inviolabile. «Roma sarà una città più sicura, più partecipata, con più rispetto per i cittadini», prometteva l’allora candidato sindaco. «Sarà una città con più sviluppo, con più socialità e tutele per i diritti di tutti. I miei primi tre impegni sono questi: più sicurezza, lavoro e socialità». E a furia di parlare di rumeni e zingari pericolosi, l’attuale primo cittadino aveva spaventato così tanto gli abitanti della Capitale da persuaderli a scegliere lui, Gianno lo sceriffo buono, alle elezioni comunali. Peccato che da allora aggressioni e spedizioni punitive siano diventate quotidianità. «Con Alemanno è aumentata l’area grigia, atomizzata, di persone che inseguono l’idea di riaffermare una romanità anche attraverso il controllo di un locale, e per difendere questo principio giustificano ogni tipo di reazione», spiega il professor Pompeo. «C’è una forte responsabilità politica in questo. Non basta condannare gli episodi violenti. Bisogna riflettere sull’idea distorta dell’altro che è stata diffusa in questi anni. Una cultura dei rapporti che ha legittimato, anche se non fomentato, determinati atteggiamenti. E così un ragazzo di 20 anni arriva a sentirsi autorizzato a ristabilire il silenzio notturno del suo quartiere attraverso un pestaggio». Una tendenza che l’Osservatorio sul razzismo e le diversità ha monitorato con attenzione, registrando un aumento esponenziale di aggressioni contro gli extracomunitari e di assalti di natura omofobica. Negli ultimi anni i “giustizieri fai da te” hanno seminato il terrore nella Capitale. Oltre alle aggressioni rivendicate da gruppi organizzati, decine di cani sciolti hanno dato vita alla caccia al diverso. Come dimenticare Alessandro Sardelli, nome d’arte “Svastichella”, che nell’agosto del 2009 spaccò una bottiglia di birra in testa a un ragazzo che baciava il suo fidanzato? O ancora, gli incappucciati che nel 2008 fecero irruzione all’interno di alcune attività commerciali del quartiere Pigneto gestite da extracomunitari? D’altronde era stata proprio la maggioranza di governo a suggerire ai cittadini la creazione di corpi volontari a difesa del territorio. Le famigerate ronde che avrebbero dovuto controllare le città e difenderle da possibili invasori o semplici disturbatori. Una legittimazione delle aggressioni, che può sfuggire di mano. Ma dopo le violenze romane, Alemanno ha sminuito: «Sono polemiche sterili, che lasciano il tempo che trovano, e soprattutto non bisogna dare l’immagine sbagliata di Roma perché la Capitale, oggi, è sicura e deve fare sempre di più per questo». Fedele alla linea (la sua) il sindaco ha pensato bene di emettere una nuova ordinanza anti alcool. L’ennesimo gesto per aggirare il problema. In attesa che una nuova Brigata esca allo scoperto. ( Fonte: www.avvenimentionline.it)

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