" Il Diavolo e San Michele a Melegnanello". Una riflessione di Don Luigi Gatti, Parroco di Turano Lodigiano

Domenica 26 settembre a Melegnanello, frazione di Turano Lodigiano, si celebra San Michele, il Santo che con successo incide e taglia la coda al diavolo. Tante volte mi sono fatto domande sulla “fruttuosità” di questo celebre episodio purtroppo sempre più confermato dall’attualità, per esempio in famiglia. Avrete sentito che nell’ultimo anno le separazioni e i divorzi si sono triplicati oltre che velocizzati, per i cinquantenni con alle spalle più di vent’anni di matrimonio. I figli sono cresciuti, il mutuo della casa è in dirittura finale, due buoni stipendi garantiscono una certa agiatezza e aspettativa di vita. Eppure manca sempre qualcosa, non si è felici nemmeno così. Si entra nella “seconda età” .

 

“Si sperimenta una certa anestesia emotiva, l’incapacità di correlare ciò che si prova a ciò che si fa. La “pancia” staccata dalla testa, e tutte e due lontanissime dal cuore. Serve la capacità di ascoltare se stessi, e gli altri, di riconoscere le proprie ed altrui ragioni e di esprimere ciò che si prova. Diventiamo come “attori” di noi stessi, le emozioni scorrono in profondità, fluiscono finchè non trovano una valvola di sfogo ed esplodono. Serve un luogo di elaborazione, serve lentezza, serve tempo per creare quello spazio mentale, per dire, per parlarci,non solo per vomitarci addosso tutto quello che ci passa per la testa senza mediazione. E nella frenesia che ci opprime il tempo non è mai abbastanza” (Paola Bassani – Consulente familiare)

 

Accade che il vaso dell’amore si svuoti e si cerchi fuori qualcosa di diverso oppure che si incontri fuori qualcosa di diverso data una certa mobilità affettiva unita a un concetto di libertà intesa solo come star bene si faccia svuotare il vaso dell’amore. Si arriva perfino a “barattare” qualche mese di passione, magari non corrisposta, con vent’anni di matrimonio. Alla Sacra Famiglia è capitato di meravigliarsi delle parole del figlio, oggi può capitare il contrario che siano i figli a meravigliarsi delle scelte dei genitori o di uno di essi. Il “per sempre” non sembra irridere solo la dimensione unitiva ma logorare anche quella procreativa, dimenticando che si è genitori per sempre. Qui il demonio, da cui siamo partiti, gioca sporco inducendo a rileggere il passato in chiave tutta negativa: “forse non ci siamo mai voluti bene” e facendo dubitare della sorgente stessa anziché ammettere di esserci abbeverati a cisterne screpolate che fanno acqua. La sera dell’ordinazione come la sera del matrimonio, il nostro si è grande, l’amore si dona tutto, ma la vita d’amore sta solo cominciando. Nel vangelo ai discepoli pieni di paura e in crisi, sia sulla propria identità sia su quella di Gesù, viene detto di tornare in Galilea, la terra dell’innamoramento, dove avevano udito la chiamata del Signore.

 

“C’è una Galilea nella vita di ognuno di noi, questa Galilea è il tempo in cui mi sono accorto che Gesù mi guardava e mi chiamava per nome. Da allora possono essere passati molti anni. Questi anni possono essere carichi di innumerevoli peccati. Può anche sembrare che abbia dimenticato Gesù Cristo. Gesù mi invita a ritornare nella Galilea della mia anima, a far rivivere in me l’intimità ed il fervore dei primi giorni. Là lo vedrò di nuovo.” (Un monaco della chiesa d’oriente)

 

Questa estate l’amico Maurizio mi ha segnalato un articolo di Marcello Veneziani su un quotidiano che non leggo tutti i giorni.

 

“Il dogma assoluto della nostra società è semplice e categorico: la vita va vissuta. Ogni lasciata è persa, ogni desiderio negato è una perdita di libertà; niente e nessuno ti ridarà o ti compenserà quel che perdi o rinunci a fare. Cogli l’occasione, prova, divertiti. Vivi pienamente più vite; se non c’è l’eternità, datti alla varietà, e alla variabilità. E’ questo il canone universale. Provo a tracciare una linea e a dire che accanto il dogma “la vita va vissuta” ci può essere anche: la vita va dedicata. Dedico la vita a qualcosa, a qualcuno, a qualcosa e a qualcuno insieme, a Qualcuno. Come si dice per le canzoni questa la voglio dedicare a…, così, una vita dedicata a persone, a imprese grandi, a creazioni, arti e mestieri, a valori e ricordi, al sole e al mare, agli dei o addirittura a Dio. Non una vita dedicata a se stessa ma a qualcosa che la riempie… Per dedicarla devi essere convinto di una cosa: ciò che fai lascia comunque un segno, non scivola, di tutto resta invece una traccia. Niente va perduto. Accanto agli esiti visibili ci sono pure quelli invisibili. E’ fesso vivere senza progettare una vita, senza tendere a un amore… Cosa resta alla fine di noi? Non dico quando si muore, perché qualcuno potrebbe dire chi se ne frega dopo morti; dico di noi adesso, a fine serata quando pensiamo alla vita anziché viverla soltanto”

 

Anche noi sacerdoti corriamo il rischio di essere oggetto di attenzione delle spire del drago o del demonio che sia il quale infierisce contro il pastore. Infatti, se uccidendo le pecore il gregge diminuisce, eliminando invece il pastore egli distruggerà l’intero gregge.

Don Luigi Gatti- Parroco di Turano Lodigiano

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