Il debito pubblico tocca il record del 127% sul Pil - di Filippo Ghira

http://www.gadlerner.it/wp-content/uploads/2013/02/monti-mario-fisco.jpgIl debito pubblico italiano ha toccato a fine dicembre il record del 127% sul Prodotto Interno lordo. A metà  novembre del 2011 quando Berlusconi venne disarcionato dal governo a causa dello spread tra Btp e Bund tedeschi giunto a 570 punti, il debito era al 120,1%. Decisamente una gran bella gestione della situazione da parte del governo di Mario Monti che non può nascondersi dietro il fatto che questa deriva è colpa della recessione diffusa  a livello globale che ha rallentato o meglio fatto arrestare l’economia e di conseguenza ha tagliato tutte le entrate, da quelle fiscali a quelle contributive. Il governo ha infatti dato l’idea di essersi limitato a gestire l’esistente limitandosi, è una battuta, ad introdurre misure che nelle sue speranze, evidentemente campate in aria, avrebbero dovuto consentire di tagliare le spese e di aiutare le imprese a riacquisire competitività. A conti fatti non è stato così. Il primo provvedimento è stata una misura tampone come l’innalzamento dell’età pensionabile per rimandare di qualche anno l’aggravio di impegni finanziari da parte dell’Inps. Ma non  è stato così perché l’Inps, proprio alcuni giorni fa, ha denunciato per il 2012 un disavanzo di 10,7 miliardi, di 2,7 miliardi in più rispetto al preventivato a causa dell’incorporazione dell’ex Inpdap e dei molti lavoratori che, fiutando la tempesta in arrivo, sono riusciti a mettersi in quiescenza prima dell’approvazione della riforma. Né il governo dell’ex consulente di Goldman Sachs e di Moody’s può rallegrarsi di essere riuscito a portare il disavanzo al 3% sul Pil. La prima tappa richiesta dalla Commissione europea per poi arrivare al pareggio di bilancio che, visto l’andazzo, è un traguardo tutt’altro che facile e vicino. Se infatti al momento della caduta di Berlusconi il disavanzo era al 4,2% il risultato raggiunta dall’attuale esecutivo è stato raggiunto esclusivamente grazie all’impennata delle entrate fiscali. Dall’aumento dell’Iva che ha pesato sulle imprese e sui consumatori fino all’introduzione dell’Imu sulla prima e sulle seconde case. Una tassa che ha permesso al Tesoro di ramazzare una barca di miliardi ma anche una misura che, per molte famiglie che possiedono la casa come unico bene, ha rappresentato una autentica mazzata. Un autentico scippo che drenando risorse finanziarie dalle tasche dei cittadini si è riflessa molto negativamente sui consumi e sulla domanda interna di beni e di servizi.
Da qui la caduta del Pil secondo il più classico schema del cane che si morde la coda. Il calo del Pil del 2,4% sul 2011 è dovuto soprattutto a queste misure che sono servite più che altro a finanziare alcune banche che dovevano essere ricapitalizzate e a versare la quota di spettanza dell’Italia ai fondi europei salva Stati. Insomma, è stato come se una parte consistenza della ricchezza privata nazionale fosse stata prelevata forzosamente, come in effetti è stato, e messa da parte. La pressione fiscale nel 2012 è salita al 44% rispetto al 42,6% registrato nel 2011. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Lo testimonia il calo della produzione dello 0,8% che sembra poco ma è tantissimo perché testimonia la continuazione di una tendenza in atto dal 2008, l’anno in cui iniziò la crisi finanziaria in Usa poi trasformatasi in crisi economica e poi in recessione e depressione. Lo testimonia pure la diminuzione della spesa per consumi delle famiglie con un meno 4,3% a fronte di un “accettabile” calo dello 0,1% nel 2011.
Fonte: Rinascita [scheda fonte]

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