Il coraggio di un uomo normale

http://www.ilfuturista.it/images/resized/images/stories/attualita4/paoloborsellinojpg_200_200.jpgPer comprendere il sacrificio e il dolore che la famiglia di Paolo Borsellino ha attraversato durante tutti gli anni della sua militante attività da magistrato, può essere utile un episodio. Negli anni difficili della lotta alla mafia, quando il potente e feroce anti-Stato, come un animale braccato, cominciava la strategia del terrore gettando il paese nella morsa delle stragi, le famiglia di Borsellino e di Falcone vennero trasferiti per questioni di massima sicurezza sull'isola dell'Asinara.

 

Era il 1984, il maxiprocesso che coinvolgeva Vito Ciancimino e le dichiarazioni del pentito Buscetta era in corso, il commissario Beppe Montana era stato appena ucciso e Borsellino e Falcone dovevano concludere gli atti del processo, senza rischiare la vita. Ma la figlia del giudice Borsellino, stava male, soffriva di anoressia e su quell'isola non ci poteva rimanere. I sensi di colpa e i complessi sopravvenuti, per aver provocato dolore e disagio alla propria famiglia lo accompagneranno sempre. Ma il senso di giustizia, e lo spirito di sacrificio che lo hanno animato fino alla fine, sono entrati a far parte inevitabilmente del dna familiare, se oggi il figlio Manfredi Borsellino ha scelto di fare il commissario. E proprio Manfredi, schivo e riservato, durante un'intervista, dichiarò: «Mio padre fu lasciato solo dallo Stato, come altri prima di lui. Le istituzioni, a cominciare dal governo dell’epoca, se ne lavarono le mani». Quando nacque il pool antimafia, s'instaurò la consapevolezza che la mafia andava combattuta infondendo nella gente la cultura della legalità, e che tale cultura passava attraverso i dibattiti, gli incontri nelle scuole, le feste giovanili in piazza e persino le rotonde sul mare. Così Borsellino, come Falcone, nel poco tempo libero, partecipavano spesso agli incontri pubblici. Parlavano con la gente, la ascoltavano, cercavano di imprimere nella società un nuovo sentire, la speranza per loro sono sempre stati i giovani, e da lì bisognava ripartire. Rocco Chinnici a capo del pool, più volte sollecitò un encomio pubblico verso i due magistrati, definendo Borsellino «Magistrato degno di ammirazione, dotato di raro intuito, di eccezionale coraggio, di non comune senso di responsabilità, oggetto di gravi minacce, che ha condotto a termine l’istruzione di procedimenti a carico di pericolose associazioni a delinquere di stampo mafioso», ma nonostante le sue parole, l'encomio pubblico non arrivò mai. Nel 1992, Falcone stava per essere eletto a superprocuratore, ma venne ucciso, e poco più di due mesi dopo, il 19 luglio, la stessa sorte toccò a Borsellino. Se Borsellino fu un eroe o meno, poco importa. Nel suo instancabile e coraggioso impegno quotidiano nella lotta alla mafia, Borsellino certamente non cercava glorie, ma verità e giustizia. E questo basta a farne un modello di giustizia, un esempio di quanta volontà occorra per sconfiggere la mafia. Poco prima di morire, disse: «Non sono né un eroe né un kamikaze, ma una persona come tante altre. Temo la fine perché la vedo come una cosa misteriosa, non so quello che succederà nell’aldilà. Ma l’importante è che sia il coraggio a prendere il sopravvento...Se non fosse per il dolore di lasciare la mia famiglia, potrei anche morire sereno». ( Fonte: www.ilfuturista.it)

Autore: Manuela Caserta

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