I sindaci di “rottura”: promessa o autorete? - di Marco Managò

http://www.rinascita.eu/mktumb640a.php?image=1371747086.jpgLe recenti elezioni amministrative hanno determinato un chiaro successo del centrosinistra d’Italia, conseguito sia nel primo turno sia nel ballottaggio dei grandi comuni di capoluogo. La città di Roma, a detta anche degli stessi vertici dei vari partiti, ha rappresentato (non poteva essere diversamente) la sfida più attesa, conclusa con la sconfitta del primo sindaco di centrodestra della Capitale.

Le dichiarazioni e le promesse dei sindaci nuovi e riconfermati puntavano, ovviamente, sulla rottura col passato che ha portato a tali situazioni. In alcuni casi, tuttavia, sarebbe meglio leggere prima chi siano stati i predecessori e da quale (stessa) sponda provengano, per evitare brutte figure anche dialettiche. Un esempio molto chiaro in questo senso (che valga per tutte quelle amministrazioni un po’ “monotematiche”) è offerto proprio dall’Urbe.

Andando un po’ a ritroso nella storia, si può notare come, tramontato lo Stato Pontificio, si alternarono diverse figure a guida della città durante il Regno d’Italia. I nomi che scorrono negli anni sino alla proclamazione della Repubblica, chiamati alla carica di sindaco, sono quelli degli appartenenti alle più importanti famiglie di Roma: Doria Pamphili, Pallavicini, Pianciani, Ruspoli, Torlonia, Caetani e i Colonna. Altro che elezioni decise direttamente dal popolo! Questi personaggi furono scelti fra l’alta borghesia e la nobiltà romana. Fino al 1889 furono nominati con regio decreto, poi con elezione all’interno dello stesso consiglio comunale.

Dalla proclamazione della Repubblica, dal 1946, si avvicendarono ben 13 sindaci democristiani (alcuni per brevissimo tempo come assessori più anziani), senza alcuna interruzione di soggetti di altro partito. Dal dicembre 1946 al maggio 1976, dunque, per un periodo di 30 anni, si realizzò un monopolio della Dc nel governare la Capitale del nuovo Stato repubblicano.

In questa lunga fase si alternarono nomi famosi tra cui quelli di Salvatore Rebecchini, Umberto Tupini, Clelio Darida e l’ultimo Dc Giovanni Starita. Il primo a spezzare l’incantesimo dello scudocrociato fu Giulio Carlo Argan, della Sinistra indipendente, nell’agosto 1976.

La svolta a sinistra proseguì anche con i mandati di Luigi Petroselli e di Ugo Vetere del Pci (intramezzati da una brevissima presenza del socialista Pierluigi Severi in qualità di assessore anziano).

La Dc tornò protagonista subito dopo, nel 1985, con Nicola Signorello e poi Pietro Giubilo, fino al 1989.

Prima della mannaia (quasi unidirezionale) di Tangentopoli, il Psi fece in tempo a piazzare Franco Carraro dal 1989 al 1993.

Per quanto riguarda la storia più recente, dal dicembre 1993 salì al Campidoglio l’ex radicale Francesco Rutelli (tra le fila della Federazione dei verdi e poi de I Democratici). La sua elezione mise alla luce la grande sfida con Gianfranco Fini che perse per circa 6 punti percentuali il ballottaggio. Questa fu anche l’occasione in cui Berlusconi si sbilanciò apertamente, dichiarando la sua simpatia per Fini, preludio della discesa in campo nella politica, con il seguente sdoganamento del Msi.

L’elezione di Rutelli fu anche la prima avvenuta in modo diretto da parte degli elettori (legge n 81 del 25 marzo 1993), senza più le scelte interne dei consiglieri comunali e fu seguita in modo più incisivo dalla popolazione. Di là dai meriti effettivi e dai risultati conseguiti, infatti, i romani difficilmente ricordano le “gestioni” Signorello e Giubilo, al contrario di quanto può avvenire, invece, per Rutelli, Veltroni, Alemanno e ora Marino. Non è una questione puramente cronologica e legata ai tempi più recenti, quindi più facilmente memorizzabili; si tratta proprio dell’effetto della nuova formula che, seppur limitata dal forte e giustificato astensionismo, ha avvicinato, a livello di “chiacchiericcio”, la popolazione ai candidati, soprattutto in caso di ballottaggio, come se si trattasse di una sfida calcistica.

Nel 1997 Rutelli riuscì a farsi confermare per un altro mandato. Per 7 anni di seguito, dunque, i romani ebbero come sindaco l’ex leader dell’Api.

Nel maggio 2001 i cittadini capitolini conobbero la guida di Walter Veltroni (Ds e poi Pd), ripetuta con una conferma che arrivò sino al febbraio 2008, per un totale di altri 7 anni di lavoro ininterrotto.

Ad aprile 2008 ci fu la sorpresa del primo sindaco di centrodestra dell’età repubblicana: Giovanni, detto Gianni, Alemanno (Pdl).

E’ opportuno sottolineare come le scelte di segreteria dei partiti abbiano suscitato parecchio interesse nella cittadinanza, attraverso questa parvenza di elezione diretta e di occasione, quindi, di dire la propria. Il giochino, tuttavia, è durato poco: la gente ha capito e non si è fatta illudere dal falso progetto di coinvolgimento; lo dimostrano i dati sull’affluenza.

La bassissima percentuale di votanti ha, altresì, retto (particolare non da poco) a quella grande forza denominata “voto di scambio” che, nelle amministrative, ha un peso enorme. Nonostante ciò, gli appelli dei candidati che, puntualmente, tornano ad “allisciare” l’elettore, dopo 5 anni di assoluto silenzio o indifferenza, sono caduti nel vuoto. Questa la dice lunga sulla voglia dell’elettore di dire “basta” a una continua presa in giro.

Forzando un po’: se non ci fosse stata ancora la scia residua del voto di scambio, probabilmente gli elettori sarebbero stati poco di più degli scrutatori.

I media hanno dedicato spazio soltanto alle sfide e ai partiti, sia vittoriosi sia perdenti, nulla si è speso per ricordare ai cittadini quali siano davvero le competenze di quell’organo per il quale sono stati chiamati, a gran voce e con appelli disperati, al voto.

L’articolo 50 del D. Lsg. 267/2000 ricorda quali siano le competenze del sindaco (e del presidente della provincia).

Riassumendo “Il sindaco e il presidente della provincia rappresentano l’ente, convocano e presiedono la giunta, nonché il consiglio quando non è previsto il presidente del consiglio, e sovrintendono al funzionamento dei servizi e degli uffici e all’esecuzione degli atti […] essi esercitano le funzioni loro attribuite dalle leggi, dallo statuto e dai regolamenti e sovrintendono altresì all’espletamento delle funzioni statali e regionali attribuite o delegate al comune e alla provincia [...] In particolare, in caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale le ordinanze contingibili e urgenti sono adottate dal sindaco, quale rappresentante della comunità locale […] Il sindaco, altresì, coordina e riorganizza, sulla base degli indirizzi espressi dal consiglio comunale e nell’ambito dei criteri eventualmente indicati dalla regione, gli orari degli esercizi commerciali, dei pubblici esercizi e dei servizi pubblici…”.

L’articolo 54 indica, inoltre, quali siano le attribuzioni del sindaco nei servizi di competenza statale “Il sindaco, quale ufficiale del governo, sovraintende: a) alla tenuta dei registri di stato civile e di popolazione ed agli adempimenti demandatigli dalle leggi in materia elettorale, di leva militare e di statistica; b) alla emanazione degli atti che gli sono attribuiti dalle leggi e dai regolamenti in materia di ordine e di sicurezza pubblica; c) allo svolgimento, in materia di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria, delle funzioni affidategli dalla legge; d) alla vigilanza su tutto quanto possa interessare la sicurezza e l’ordine pubblico, informandone il prefetto.

Il sindaco, quale ufficiale del governo, adotta, con atto motivato e nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento giuridico, provvedimenti contingibili e urgenti al fine di prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità dei cittadini; per l’esecuzione dei relativi ordini può richiedere al prefetto, ove occorra, l’assistenza della forza pubblica...”.

E’ doveroso, dunque, un cenno, per sommi capi, delle funzioni del sindaco. Da qui, viste le diverse incombenze, tra l’altro in un clima di profonda crisi, non rimane altro che augurare (ce n’è davvero bisogno) “buon lavoro” a Ignazio Marino e ai suoi colleghi; con l’invito, oramai eletti e non più costretti a promettere rotture col passato, di guardare al presente. -

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