I rifiuti sotto l'asfalto

I Casalesi hanno fatto scuola. Anche al Nord veniva utilizzato il loro “celebre” metodo di smaltimento illegale dei rifiuti tossici. Grosse buche, riempimento selvaggio e, sopra, strati e strati di cemento o asfalto per coprire tutto. In questo modo, la “Perego strade”, azienda del settore edilizio con sede a Cassago Brianza ma controllata dal boss calabrese Salvatore Strangio, ha interrato per anni nei propri cantieri, sparsi per la Lombardia, rifiuti altamente inquinanti come l’ethernit e l’amianto.

 

Lo ha rivelato un ex dipendente della ditta durante un interrogatorio collegato all’operazione che martedì ha portato all’arresto di 300 persone, legate alle cosche della ‘ndrangheta radicatesi a Milano e negli altri centri della regione. «In tutti i cantieri dove ha lavorato la Perego – racconta l’operaio - sono stati utilizzati per le opere di riempimento materiali fortemente inquinanti». Ne è un esempio il rifacimento del tratto ferroviario Airuno- Usmate: «Nello smantellare la vecchia ferrovia - ha spiegato - sono stati estratti le traversine dei binari che venivano accantonati perché dovevano essere frantumati, cosa che non è mai stata fatta, ma prelevati, portati in un altro luogo, sempre sul tratto della ferrovia, e sotterrati.

È ovvio che questo materiale era fortemente inquinante, perchè conteneva amianto che derivava dai freni del treno». Non era una piccola azienda la Perego. Le commesse che si è aggiudicata nel corso degli anni sono state tutte di una certa importanza: ha lavorato sui cantieri di Citylife, alla realizzazione di un nuovo centro industriale a Orsenigo, per il quartiere Mazzini e per l’area ex Ansaldo. Quasi tutti appalti pubblici. Prima dell’arresto del presidente, Ivano Perego, aveva partecipato anche alle gare per la realizzazione dei nuovi uffici giudiziari, davanti al Palazzo di giustizia di Milano, del deposito automobilistico Atm e della polizia municipale di Milano. Una società che non poteva che fare molta gola alla ‘ndrangheta. Circa tre anni fa, il boss Salvatore Strangio, appartenente alle cosche di San Luca, nella Locride, era riuscito a raggiungerne il controllo. Per non ingenerare sospetti, le ‘ndrine al Nord preferiscono infatti acquisire aziende che hanno già un curriculum pulito e importante, ditte insospettabili: ne raggiungono il vertice, ma nella maggior parte dei casi apportano solo piccole variazioni alla composizione del Cda. Nel caso della Perego, l’intromissione di Strangio crea forti tensioni con gli altri ‘ndranghetisti presenti in Lombardia. Dal momento in cui il boss entra nella gestione, la società si caratterizza per un certo iperattivismo, riuscendo ad aggiudicarsi importanti appalti pubblici, come il tunnel sulla tangenziale di Rho, facendo fuori altre ditte controllate dalle cosche calabresi.

Strangio comincia a indirizzare la propria attenzione verso l’Expo di Milano e la ricostruzione in Abruzzo: per il raggiungere il secondo obiettivo, tenta una scalata, attraverso una fiduciaria svizzera, alla Cosbau, società trentina che si era ggiudicata importanti appalti legati al sisma. Intorno alla Perego nasce dunque una vera e propria contesa, che rischia di trasformarsi in faida all’ombra del Duomo di Milano. La famiglia Oppedisano, cui apparteneva Domenico, considerato il coordinatore di tutte le ‘ndrine calabresi, manifesta un insistente interesse nei confronti della ditta: «Ci dobbiamo essere dentro solo noi», dice Pasquale Oppedisano al nipote Michele. La cosca, originaria di Rosarno, finisce però con il ripensarci, Oppedisano propone una tripartizione nella proprietà della Perego: loro, gli Strangio e Ietti. Poi non se ne fece più niente: Oppedisano fa marcia inietro. Così si evitò la rottura, visto che gli Strangio erano contrari anche a questa ipotesi. Il ripensamento dipendeva probabilmente da una mediazione fatta dal capo mandamento lombardo, Pasquale Zappia, eletto “mastro generale” nel corso dell’incotro svoltosi il 2 settembre 2009 tra i malavitosi nel centro anziani intitolato a Falcone e Borsellino. ( Fonte: terranews.it)

Autore: Giorgio Mottola

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