" I numeri della violenza contro le donne" di David Bidussa

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C’è un video della Fondazione Palazzo Ducale di Genova che si intitola Dannato silenzio, prodotto in occasione della Giornata per l'eliminazione della violenza contro le donne, il prossimo 25 novembre.

Vi compaiono in sequenza volti di donne riprese in primo piano mentre una striscia a scorrere che taglia a metà il video all’altezza della bocca ci comunica questo testo

La prima causa di morte e di invalità permanente per le donne fra i 16 e i 44 anni in Occidente e nel mondo è la violenza subita da familiari o conoscenti.

Violenze psicologiche, minacce, schiaffi, calci, pugni, strangolamenti e soffocamenti, stupri, ustioni chimiche, molestie, rapporti sessuali, non desiderati o umilianti.

Tra 100 e 140 milioni di bambine, ragazze e donne, hanno subito nel mondo una forma di mutilazione genitale.

Nel mondo ogni anno vengono stuprate 150 milioni di bambine, la maggior parte degli stupri proviene dal partner o dall’ambito famigliare.

Nel mondo oltre il 90% delle violenze non è mai stata denunciata. Il 44% di donne giudica le violenze subite semplicemente ?qualcosa di sbagliato’.

In Italia la percentuale di donne che ha subito violenza sessuale più di una volta raggiunge il 78,7%. L’81,7% di donne che ha subito ricatti sessuali non parla sul luogo di lavoro.

Quasi nessuna delle vittime ha denunciato l’episodio alle forze dell’ordine.

 


 

Qui finisce il testo del filmato

Queste cifre non sono sospette ma forse molti pensano che siano “gonfiate”

Allora consideriamo dei dati in serie che nessuno negli ultimi anni ha contestato, salvo fare in modo che non divenissero un problema urgente o non salisse il livello della condanna pubblica. Qualcuno dirà che il Parlamento è intervenuto e che, p.e., è stato riconosciuto il reato di “Stalking”. Vero. Ma non è inutile richiamare il fatto che sanzionare un atto non equivale a riprovazione pubblica, né a trasformare il costume. Certo contribuisce, ma in assenza di una modificazione del linguaggio corrente, quell'atto rischia di apparire un provvedimento solo sanzionatorio.

Nell'anno 2006 complessivamente in Italia un milione di donne ha subito violenza, fisica o sessuale, pari al 5,4% del totale delle donne presenti sul territorio nazionale. Ovvero una su venti. Il 3,5% ha subito violenza sessuale, il 2,7% violenza fisica; 74 mila (0,3%) invece le donne che hanno subito stupri o tentativi di stupri. Nella maggior parte dei casi la violenza sessuale e' stata opera del partner (69,7%) o di un conoscente (17,4%), mentre nel 6,2% dei casi di uno sconosciuto. Sono 1 milione e 400 mila le ragazze che hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni. Un rapporto Istat (ISTAT. La violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia. Anno 2006. ISTAT, 2007) riferito al dato presente nella società (e dunque non solo gli atti di violazione consumati o subiti nel 2006) dice che complessivamente quasi sette milioni di donne – tra i 16 e i 70 anni – sono state vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della loro vita Nel primi sei mesi del 2007 ne sono state uccise 62, 141 sono state oggetto di tentato omicidio, 1805 sono state abusate, 10.383 sono state vittime di pugni, botte, bruciature, ossa rotte. Da allora il dato non è migliorato, anzi.

Intorno a quei numeri e a questa rilevanza e diffusione le risposte più immediate sono due (una volta che non si neghi l’evidenza, l’incidenza e la diffusione del fenomeno): da una parte quella della medicalizzazione che si fa carico di considerare gli uomini maltrattanti e le donne violentate come “casi clinici da curare”; dall’altra quella della mediazione familiare, che consiste nel riportare dentro la famiglia la possibilità di fuoriuscita e di superamento del trauma.

Se i dati numerici e le percentuali del rapporto ISTAT dicono qualcosa questo ha il valore di sconfessare entrambe queste pratiche.

Non c’è una soluzione già pronta né una parte sana della società che salva. C’è un problema diffuso, fondato su una matrice culturale solida, consolidata e di lunga durata che si tratta di considerare e di prendere pubblicamente in carico. Possiamo farlo in due modi: assumendo il 25 novembre come un’ennesima data del dolore, dove prevalgono le voci scandalizzate, ma nei fatti tutto resta sul piano dell’emozione – perché appunto il sensazionalismo la fa da padrone e dunque il giorno dopo ci risiamo. Oppure intraprendere una strada molto lunga in cui una delle tappe è anche la sanzione di un linguaggio pubblico, di un modo di considerare la categoria di successo che in questi anni ha avuto molta diffusione. Più precisamente ha avuto cittadinanza culturale. Anzi è stato il target dell’idea di successo.

Emanciparsi e liberarsi costa fatica e non è mai il fatto di un giorno. ( Fonte: www.linkiesta.it)

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