I minatori del Sulcis occupano Sardegna: terra delle rivolte giuste…

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

http://www.adnkronos.com/IGN/Assets/Imgs/00_prometeo/carbone_mani--400x300.jpgLa Sardegna, vivaddio, continua ad essere terra di rivolta. Dopo l’ancora recente  occupazione del dismesso carcere dell’Asinara da parte dei lavoratori della Ninyls di Porto Torres, in segno di protesta contro la cassa integrazione imposta dalla loro azienda (la cosiddetta “Isola dei cassintegrati”); dopo (ma anche durante) la più recente e vistosa protesta dei pastori isolani, stavolta è il turno dei minatori del Sulcis a sollecitare attenzione su quel che sta capitando nella nostra Terra di Mezzo.

La faccenda è questa: da ieri, i minatori di Nuraxi Figus, a Gonnesa, nell’Iglesiente, hanno occupato le cave di estrazione, blindandosi  a 400 metri sottoterra con mezzo quintale di esplosivo. Il motivo della protesta: ottenere il finanziamento governativo di 200 milioni di euro finalizzato alla realizzazione del “progetto integrato miniera-centrale-cattura stoccaggio dell’anidride carbonica” presente nel sottosuolo. Una protesta sacrosanta: senza quei soldi già promessi e nominalmente disponibili, la miniera chiuderebbe e i lavoratori si troverebbero disoccupati.

Lo strano (neanche tanto e poi vedremo perché) della situazione è che a ostacolare il progetto di ristrutturazione che quei soldi consentirebbe sarebbe proprio l’Enel che, nemmeno un anno fa, in uno studio pubblicato sul suo sito ufficiale [LEGGI QUI il testo integrale] riconosceva che, nel quadro delle risorse energetiche «il carbone diventa indubbiamente la fonte più conveniente e sicura».

Tanto è vero che le importazioni italiane di carbone, nel 2011, hanno segnato un aumento del 7%, tasso che lascia presumere un’accelerazione dei consumi superiore alla media mondiale [fonte: Il Sole 24ore. LEGGI QUI l’articolo intero].

Dunque, rifacendoci i conti: a) l’industria italiana ha bisogno di carbone (tanto da essere costretta ad importarlo; b) la stessa Enel assicura sulla convenienza e sulla sicurezza del carbone (tanto più nel quadro di un progetto che consentirebbe lo stoccaggio e il riutilizzo delle emissione di Co2).  Dov’è l’inghippo? Sarà mica la miseria di quei 200 milioni di euro ad impedire che una delle poche miniere italiane ancora in opera non chiuda, vero?

L’inghippo, ovviamente, è un altro. Ricordate mica la storia di Enrico Mattei che voleva rendere l’Italia se non autonoma nella produzione di energia, almeno un po’ più  indipendente? Se non la ricordate, ve la suggerisco io: l’ingegnere fece una brutta fine e con lui il suo sogno. Gli interessi di chi commerciava in petrolio e suoi derivati, importandolo da altri paesi produttori, andavano tutelati a qualsiasi costo.

Il carbone costituisce un buon business per i trafficanti di energia. Ma perché non ampliare il mercato d’importazione del fossile azzerando quel che resta da azzerare della produzione interna? L’inghippo è tutto qui. E pazienza se a pagarne le spese sarà un pugno di lavoratori.

P.S. Sarà inopportuno ricordare che in altri tempi, ma non troppo lontani, veniva edificata la città di Carbonia per dare ai minatori il giusto ristoro per le loro fatiche?

PP.SS. Solo un paio di anni fa, il mondo intero partecipò commosso alle sorti di 33 minatori cileni  rimasti intrappolati nelle viscere della terra. Esultando, poi, per il loro salvataggio [LEGGI QUI l’articolo che Il Fondo dedicò loro]. Non sarebbe poi così male se, almeno noi italiani, provassimo a sostenere e partecipare alla sorte dei nostri fratelli minatori sardi.

Autore: Miro Renzaglia

Fonte: mirorenzaglia [scheda fonte]

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