Grandi Narratori del '900: Alberto Moravia

http://www.italica.rai.it/argomenti/grandi_narratori_900/moravia/img/biografia.jpgNon compie studi regolari perché, colpito a nove anni da una tubercolosi ossea, trascorre oltre un decennio in sanatorio, ove dedica il tempo alla lettura. Dopo alcune collaborazioni alla rivista “900” di Bontempelli, debutta con quello che, a parere di più di un critico, resta il suo romanzo più significativo, “Gli indifferenti” (1929). Nel mettere in scena l’atonia spirituale, il torpore morale, la sessualità morbosa e sfatta di personaggi della borghesia egemone,egli mina alle fondamenta l’oleografica rappresentazione della “sanità morale” della nazione, rivendicata dal fascismo quale risultato dell’imperante “ordine”. Sul piano dei contenuti, l’autore ritorna sul personaggio dell’inadeguato a vivere,ricollegandosi alla tradizione letteraria di uno Svevo o di un Borgese (si pensi allo straordinario “Rubè” di quest’ultimo, od al “Totò Merùmeni” di Gozzano); sotto il profilo formale, infine, sperimenta per la prima volta la propria prosa fredda, simile ad un referto medico, in manifesto contrasto con quella di derivazione solariana. La successiva - e copiosa - produzione moraviana si muoverà costantemente lungo i sentieri tracciati dal suo eccezionale esordio. Simile a quei pittori che per tutta la vita dipingono lo stesso volto di donna o la stessa bottiglia, il Nostro si produce infatti in un’infinita teoria di variazioni sui medesimi temi: protagonista, un’umanità incapace di slanci, chiusa nell’angusto perimetro delimitato da sesso e danaro, condannata a esistere senza luce o speranze.

Stilisticamente, egli perfeziona la formula del romanzo-saggio, con risultati a volte notevoli (“La noia”, 1960), adoprando strumenti d’analisi via via più sofisticati (il marxismo, la psicanalisi, le scienze sociologiche e delle comunicazioni di massa): in seguito, egli sembra dedicarsi al perfezionamento ed all’amplificazione del monologo interiore, tipico della grande narrativa del XX° secolo. Non molti sono, tuttavia, i suoi lavori che risaltano per originalità d’ispirazione: il meglio è forse rinvenibile in alcuni racconti (“Delitto al circolo del tennis”, “Inverno di malato”), nel romanzo breve “Agostino” (1944), storia dell’iniziazione sessuale di un adolescente, caratterizzata da aperture liriche alquanto insolite, ne “La ciociara” (1957, il suo “omaggio di romanziere alla resistenza”), abitato da una figura positiva, capace di sacrificio per un’ideale.

Autore inoltre di testi teatrali, di reportage di viaggio, di recensioni cinematografiche (è stato dal 1955 sino alla morte critico del settimanale “L’Espresso”), egli ha di continuo esercitato un ruolo d’intellettuale militante, intervenendo attraverso la stampa sui più diversi argomenti: ne sono testimonianza i saggi riuniti ne “L’uomo come fine” (1963), testo nodale del dibattito culturale per svariati decenni. ( Fonte: http://www.italica.rai.it)

Francesco Troiano

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