Giornali: le notizie sbagliate

Il direttore de ‘Il Tempo’ ha scritto un editoriale su Berlusconi e Pdl. Peccato il presupposto fosse campato per aria. 

Mario Sechi, che guida la redazione del quotidiano romano vicino al centro destra, ha pubblicato ieri un editoriale senza verificare se la notizia dalla quale partiva il suo ragionamento fosse vera.

 

Si tratta, per sfortuna, di un incidente che accade ormai con sempre maggiore frequenza nell’informazione italiana.

 

I fatti. Un redattore, Nicola Imberti, citando una ‘ricerca’ effettuata da un altra testata ha scritto:  “È un po’ come quando il proprietario del pallone, offeso, prende e se ne va costringendo gli altri ad interrompere la partita. Berlusconi potrebbe farlo domattina. Potrebbe prendere il simbolo del Pdl e lasciare tutti in braghe di tela. Peccato che poi avrebbe bisogno dell’autorizzazione di Gianfranco Fini per utilizzarlo. No, non è uno scherzo. Ma il frutto di un atto notarile (ripescato da Vanity Fair) siglato il 27 febbraio del 2008. Quello con cui dieci persone hanno dato vita all’associazione “Il Popolo della Libertà”".

 

Il pezzo del giornale romano continuva con apparenti approfondimenti e citazioni, un’intervista al notaio che avrebbe seguito la vicenda relativa alla deposito del simbolo e persino con un ‘invito’ del professionista, Paolo Becchetti già parlamentare di Forza Italia, ai leader contendenti, Fini e Berlusconi, a ‘riappacificarsi’ ed a ‘modernizzare’ il partito.

 

“Spesso c’è chi interpreta un ruolo in maniera così fortemente super partes, da diventare ultra partem – ha sentenziato il notaio -. Credo che Fini sia in buona fede, ma non si può perdere l’occasione storica di cambiare il Paese. Per questo credo che lui e il premier debbano sedersi a un tavolino e vedere cosa possono fare insieme. A Berlusconi rivolgo invece l’invito di recuperare lo spirito del ’94 e anche alcune delle persone che furono protagoniste di quella stagione. Deve ricostruire una squadra forte. Anche perché con questa legge elettorale sono entrate in Parlamento tantissime persone che non sanno né leggere, né scrivere. Dal punto di vista politico, si intende”.

 

Evidentemente colpito dallo ‘sccop’ di Imberti, il direttore de ‘Il Tempo’ ha sentito il bisogno di commentare.

“L’ultimo feticcio dei politologi de noantri – era il pensiero di Sechi – il partito padronale, è andato in frantumi come quello del partito di plastica. Silvio Berlusconi è talmente padrone del Pdl da non poter disporre neppure del simbolo, figurarsi il resto. Basta leggere quel che racconta il nostro Nicola Imberti, per rendersi conto di quanto inadeguata sia l’architettura del partito di fronte ai Giamburrasca che si agitano al suo suo interno”.

 

Immediata e secca la replica del Pdi: “L’articolo pubblicato oggi (ieri, lunedì, ndr) dal Tempo a pag. 3, a firma di Nicola Imberti, è fuorviante. Il presidente Silvio Berlusconi non solo è l’unico e legittimo proprietario del simbolo del PdL, ma ne ha la piena disponibilità senza il bisogno dell’autorizzazione di chicchessia anche nel caso di fuoriuscita dal partito di uno dei contraenti che stipularono l’atto notarile il 27 febbraio 2008″

 

Insomma, il partito padronale esiste, tanto che il simbolo è del Cavaliere, a prescindere da qualunque cosa possa accadere nel Pdl.

 

Nella nota del partito, poi, si precisava che “l’estensore dell’articolo, infatti, pur citando ampi stralci dello stesso atto, non sembra essere in possesso dell’intera documentazione relativa al simbolo e al nascente partito del PdL ed ignora lo statuto, le norme transitorie e l’avvenuto congresso fondativo, che hanno superato in modo sostanziale e formale ogni atto precedente, compresi quelli citati nell’articolo”.

 

Per rimanere nella metafora di Imberti: due a zero e palla al centro, altro che interruzione della partita.

 

L’incidente occorso al giornale della Capitale non entrerà in nessun modo nella storia d’Italia, ma svela una deriva preoccupante.

 

Il giornalismo italiano, in un Paese allo sbando e travolto da una crisi di valori ed economica senza precedenti, dovrebbe essere in grado di rappresentare per i cittadini un punto fermo, essere il guardiano di un bene comune sempre più compromesso da clientelismi, lotte di potere tra clan, corruzione, incapacità e malgoverno.

Invece,  ‘Il Tempo’  e domani altri autorevoli quotidiani continueranno ad inseguire ‘tesi’ sulle quali costruire l’informazione.

 

Sechi, poi, in pefetta sintonia col suo redattore, ha sostenuto nel suo fondo: “Silvio e Gianfranco sono piombati in questa parossistica guerra dei Roses e per uscirne dovranno entrambi pagare un prezzo. Sarebbe meglio per loro trovare un modus vivendi, da separati in casa che si detestano, si fanno qualche dispetto ma non si rovinano reciprocamente”, guarda caso lo stesso ‘auspicio’ contenuto nell’articolo di Imberti e pronunciato dal notaio Becchetti.

 

Il centro destra è evidentemente scosso da scandali che ne stanno minando la credibilità, ma paradossalmente la sua forza elettorale, sebbene in flessione, rimane largamente maggioritaria nel Paese.

 

Questo non solo per l’accertata incapacità dell’opposizione ad elaborare una proposta politica credibile ed alternativa al berlusconismo, ma anche perchè la televisone in prima battuta ed il giormali in seconda guardano alle cose attraverso la lente deformante dell’appartenenza ai diversi schieramenti o alle varie correnti che attraversano lo scenario poltico nazionale e non permettono ai cittadini di possedere dati ‘neutrali’ in grado di formare una opinione oggettiva sulla realtà.

 

Al lettore potrebbe interessare un ricordo del passato. Un quasi omonimo del direttore de ‘Il Tempo’, il giornalista Lamberto Sechi, diventando direttore di Panorama, nel 1965, inventò lo slogan “I fatti separati dalle opinioni”.

 

Allora la Mondadori, proprietaria della testata, era una casa editrice indipendente e quel settimanale fu insieme al Mondo, all’Espresso ed ad altri periodici il protagonista di una lunga stagione di inchieste giornalistiche che portarono anche alle dimissioni di un presidente della Repubblica, alla denuncia di diversi tentativi di colpi di Stato ed alla scoperta di gravi episodi di corruzione.

 

Quel tempo è ormai lontano ed oggi i media italiani neppure immaginano cosa sia l’indipendenza.

Ritrovarla dovrebbe essere il primo dei problemi, perchè senza una libera stampa non c’è nessuna difesa contro i regimi. E non a caso Berlsuconi è, come dicono gli americani, un ‘tycoon’, un ‘magnate’, dell’editoria.

 

Tra liti, risse e polemiche il ‘conflitto di interessi’ del premier resta nel silenzio. Chissà perchè?

 

( Fonte: inviatospeciale.com )

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