Overblog Segui questo blog
Edit post Administration Create my blog

" Germania. Addio nucleare, bentornato carbone" di Łukasz Wójcik

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Invece di favorire le rinnovabili, la chiusura delle centrali atomiche sarà compensata dal ritorno alla più inquinante delle fonti. Una scelta che non dispiace ai Verdi tedeschi.

http://www.presseurop.eu/files/images/article/Coal-germany.JPG?1346839353Quando uno dei nostri vicini tedeschi esordisce affermando: "I tedeschi hanno il diritto di…" è sempre inquietante. Ma qual è questo diritto? Secondo un rapporto degli esperti della fondazione Heinrich Böll è il diritto di inquinare. Dato che la Germania ha ridotto le emissioni di anidride carbonica nel corso degli anni passati, adesso dovrebbe poterle aumentare. Perché allora produrre energia dal carbone, nonostante inquini quasi quanto farlo bruciando pneumatici? A quanto pare la Germania ha il diritto di farlo.

Queste dichiarazioni da parte di un paese considerato come il capofila della rivoluzione dell'energia rinnovabile dovrebbe suscitare lo sdegno degli ecologisti. Al contrario, gli ecologisti tedeschi non sembrano particolarmente scandalizzati. Del resto sono stati loro stessi ad aver redatto questo rapporto: la fondazione Heinrich Böll infatti è un think tank dei Verdi tedeschi. Insomma, è il mondo al rovescio. Gli ecologisti sono sostenuti dal ministro dell'ambiente Peter Altmaier, che di recente ha dichiarato a Die Zeit che entro il 2020 il paese avrebbe assicurato il 35 per cento della sua elettricità con energie rinnovabili. Il problema è che si dovrà pensare anche al restante 65 per cento.

Altmaier ha avuto un ruolo importante nella scelta di tornare al carbone. Oggi la Germania è il paese che costruisce il maggior numero di centrali a carbone al mondo, con 23 impianti. La maggior parte di queste centrali brucerà lignite, il combustibile più sporco fra le energie fossili, con un impatto atmosferico di 150 milioni di tonnellate di anidride carbonica. E tutto ciò con l'accordo dei Verdi.

Gli ecologisti tedeschi sono impazziti? In un certo senso sì. Dopo che Angela Merkel nel marzo 2011, pochi giorni dopo l'incidente alla centrale nucleare giapponese di Fukushima, ha annunciato lo spegnimento di otto dei 17 reattori nucleari del paese, tutto il mondo ecologista tedesco pende dalle labbra della cancelliera. La decisione del governo tedesco, ufficializzata il 30 maggio 2011, sullo spegnimento definitivo di tutte le centrali in attività [entro il 2022], ha finito per trasformare in realtà i sogni ecologisti e ha rappresentato l'inizio della rivoluzione verde.

In realtà la decisione di abbandonare l'atomo non è stata un atto di eroismo politico, visto che dopo la catastrofe di Fukushima il 70 per cento dei tedeschi era contrario all'energia nucleare. Questa decisione avrebbe dovuto essere preceduta da valutazioni precise, ma così non è stato. In un primo tempo la Germania doveva rinunciare al nucleare in maniera progressiva, sostituendolo via via con le energie rinnovabili. Al contrario la Germania perderà in un solo decennio il 20 per cento della sua produzione di elettricità.

All'inizio tutti si aspettavano che il gas sarebbe diventato il sostituto naturale dell'atomo. Queste previsioni però non sono state rispettate a causa di un sistema comunitario di scambi di quote di emissione (Ets) che non ha mantenuto le sue promesse. Questo meccanismo prevede infatti dei limiti massimi di gas serra per ogni impresa, compresi i produttori di energia. Le imprese che hanno ridotto la quantità delle loro emissioni possono vendere le quote inutilizzate a imprese che hanno superato i loro limiti.

Se l’Ets funzionasse il carbone non avrebbe alcuna possibilità di competere come con il gas naturale, tre volte meno inquinante in termini di CO2. Il problema è che i creatori di questo sistema non aveva previsto che l'Europa si sarebbe trovata in una crisi economica che ha considerevolmente ridotto la domanda di elettricità. Così i produttori di energia elettrica si sono ritrovati con quote di emissione di anidride carbonica inutilizzate a prezzi sempre più bassi. Oggi il prezzo del permesso di emettere una tonnellata di CO2 è di circa 7 euro, mentre secondo l'Istituto di tecnologia di Karlsruhe dovrebbe essere intorno ai 35 euro per rendere l'elettricità prodotta dal gas naturale meno cara rispetto a quella prodotta con il carbone.

Anche se alcune voci si sono levate in parlamento per chiedere il mantenimento parziale del nucleare, i Verdi si dicono favorevoli al carbone: una cosa mai vista nella storia di un partito ecologista. "Siamo pronti ad accettare un ritorno temporaneo al carbone come fonte di energia per risparmiare alla Germania gli effetti distruttivi dell nucleare. A noi importa soprattutto la protezione dell'ambiente", ha spiegato il capogruppo dei Verdi al Bundestag, Jürgen Trittin.

Ma si tratta veramente dell'interesse del mondo o di una convergenza eccezionale fra gli interessi dei pesi massimi dell'industria dell'energia e il cosiddetto benessere di nostra madre Terra? In ogni modo non sono di certo gli interessi ambientali a prevalere, come testimonia il triste caso dell'industria solare tedesca.

Ananas in Alaska

Di certo non si può dire che i tedeschi non amino l'energia solare. Il territorio del nostro vicino occidentale è riscaldato dai raggi del sole all'incirca quanto l'Alaska, anche se la Germania dispone di impianti con cellule fotovoltaiche per una capacità totale equivalente alla potenza di tutte le installazioni del resto del mondo. "È come se gli abitanti dell'Alaska si mettessero improvvisamente a coltivare ananas", ha affermato di recente il deputato della Cdu [conservatori] Michael Fuchs.

Ananas che ai tedeschi costano molto cari. L'assurdità di investire nel settore dell'energia solare è stata descritta molto bene nelle pubblicazioni dell'economista Joachim Weimann. Dal suo punto di vista se i nove miliardi di euro destinati quest'anno al settore dell'energia solare fossero investiti nell'energia eolica, si produrrebbe cinque volte più elettricità e addirittura sei volte se gli investimenti fossero destinati all'energia idraulica. Allo stesso modo, per ridurre di una tonnellata le emissioni di anidride carbonica bisognerebbe investire 5 euro nell'isolamento di un edificio, 20 euro in una nuova centrale a gas o 500 euro nell'energia solare.

Nonostante i costi esorbitanti il governo tedesco ha sostenuto per anni il settore, sperando – come afferma Weimann – che i fabbricanti di cellule fotovoltaiche, fortemente sovvenzionati, riuscissero a controllare i mercati mondiali. Ma due anni fa, quando si è visto che i cinesi erano capaci di produrre cellule che costavano la metà di quelle tedesche, Berlino ha deciso di tagliare gli aiuti provocando un'ondata di fallimenti in Germania.

Se gli investimenti nelle energie rinnovabili fossero obbedissero a una logica di protezione ambientale, in Germania l'energia solare non avrebbe mai visto la luce. Ma in realtà la rivoluzione verde tedesca non è tanto il frutto delle preoccupazioni ambientali, quanto del profitto e della volontà di creare dei settori specializzati nei quali le imprese tedesche avrebbero dovuto diventare imbattibili.

In teoria Angela Merkel, così come è riuscita a convincere gli ecologisti a sostenere il carbone, potrebbe fare lo stesso per convertirli al nucleare. Ma questo non avrebbe grande interesse per l'economia tedesca, poiché l'energia nucleare è un settore dominato dai francesi. La protezione dell'ambiente deve essere prima di tutto redditizia. ( Fonte: www.presseurop.eu)

Traduzione di Andrea De Ritis

Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti: