Francesca Carola: Parigi val bene una vita di sacrifici

Alle pareti dello studio sono appesi i ritratti a carboncino di Beethoven, Brahms, Schubert, gli occhi fissi sul pianoforte a mezza coda che occupa lo spazio accanto alla finestra; seduta allo sgabello, Francesca Carola ripercorre le tappe della sua carriera partendo dalla fine, dal concerto che il prossimo 8 dicembre la vedrà volare da Codogno a Parigi per raggiungere l’hotel Ritz, uno dei luoghi più esclusivi della ville lumiere.

 

«Sono stata invitata a partecipare a una delle serate che Parigi dedica a Chopin» racconta «a chiusura dell’anno in cui si celebra il bicentenario della sua nascita». Un bel traguardo per una pianista di soli 27 anni, venti dei quali trascorsi davanti al leggìo per preparare i pezzi da portare in concerto al teatro Verdi di Milano, al Municipale di Piacenza, a Praga, e in tutti gli altri luoghi dove si è esibita.

 

«Ho iniziato a studiare pianoforte a 6 anni - racconta -, è stata mia madre, anche lei pianista, a incoraggiarmi in questa direzione, affidandomi alla maestra Graziella Bianchi: studiavo assieme alla sua bambina, avevamo la stessa età, c’era un’atmosfera molto distesa, familiare». Più impegnativi gli anni del conservatorio, culminati con il conseguimento del diploma sotto la guida del maestro Leonardo Leonardi e seguiti dal biennio di specializzazione e da alcune master class.

 

Una vita interamente dedicata alla musica insomma, divisa tra l’attività concertistica, l’insegnamento (è docente alla “Scuola piccoli musicisti” di Milano) e la famiglia - un marito pianista e un bambino di sei anni aspirante violoncellista. E non a caso: «Mi piace la dimensione dell’orchestra, e anche se la mia carriera mi ha portata spesso a esibirmi da sola, amo molto suonare accompagnata dal violoncello. Io nasco come pianista classica, non ho mai studiato altro nella mia vita, ma non nego che mi piacerebbe avvicinarmi al mondo del jazz».

 

Questo non significa che la musica classica l’abbia stancata, anzi, «ogni compositore è un mondo a parte e offre immense possibilità di studio; i pianisti più grandi sono quelli che hanno consacrato la vita a un unico autore, penso ad esempio ad Alfred Brendel e Schubert. Piacerebbe molto anche a me dedicarmi solo a Beethoven, Prokoviev o Schumann - un personaggio davvero affascinante, fra i tre sicuramente il mio favorito - ma se voglio continuare a far parte del mondo dei concorsi è necessario mantenere un repertorio più ampio». Come a dire: lei ne farebbe volentieri a meno ma bisogna pur vivere, e i premi messi in palio dai concorsi rappresentano una forma d’integrazione non trascurabile alle magre entrate di un concertista professionista.

 

I tagli alla cultura, spiega Francesca, hanno infatti ridotto i cachet e svuotato i cartelloni delle rassegne: «Per quanto mi riguarda, dico: meno male che c’è l’insegnamento, fra l’altro è un’attività che mi dà molte soddisfazioni, soprattutto con i bambini». Quanto all’eventualità di sfondare presso il grande pubblico sulla scia di Allevi e compagnia bella è lapidaria: «Questo genere di operazioni a mio avviso non ha molto valore culturale, non serve per avvicinare le persone alla musica classica, anzi, le allontana in modo iperbolico». ( Fonte: www.ilcittadino.it)

Autore: Silvia Canevara

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