Fossalta dopo Adro: le maestre regalano il buono pasto alla bambina povera, il sindaco vieta: “E’ beneficienza-reato”

http://www.agoramagazine.it/agora/local/cache-vignettes/L350xH335/plastica_piatto_1kg_g-3e6ce.jpgLa storia è di quelle che si ripetono sempre più spesso, una riedizione della “Adro story”. E’ una storia semplice. La storia di una bambina africana di 4 anni che non ha i soldi per pagare la refezione all’asilo. Le sue maestre, insieme alle bidelle, decidono quindi di donare i loro buoni pasto perché la piccola possa mangiare insieme agli altri. A Adro, dove nella primavera del 2010 un anonimo benefattore saldò le rette di 42 bambini non in regola con i pagamenti della mensa che il sindaco leghista voleva lasciare con il piatto vuoto, le “mamme di Adro” si ribellarono, non contro il sindaco ma contro chi pagava di tasca sua ai figli dei “mangiapane a tradimento”. A Fossalta di Piave per ora di simili mamme non ce ne sono, ma c’è il sindaco. Massimo Sensini blocca infatti l’iniziativa delle maestre con la motivazione che donare i propri buoni pasto non si può fare perché rappresenta un danno erariale per le casse comunali. Risultato: le maestre sono costrette a rinunciare e la piccola a tornare a casa a mezzogiorno, senza aver mangiato.

Nella Scuola dell’Infanzia “Il Flauto Magico” di Fossalta di Piave c’è una bambina di origine africana che chiameremo Speranza, anche se questo non è il suo nome. Speranza viene da una famiglia di immigrati africani, il padre operaio e la madre che si prende cura dei figli, 5 in tutto, due più piccoli di Speranza, due più grandi, già alle elementari. Quando compie 3 anni ed è pronta andare all’asilo, Speranza non riesce a iscriversi a scuola perché non trova posto: l’istituto può accogliere solo cinquanta bambini. Ci riesce però un anno dopo, a 4 anni, una buona notizia per la famiglia della piccola che però è costretta a fare i conti con sempre crescenti difficoltà. Il padre di Speranza ha perso il lavoro ed è stato costretto ad emigrare in Belgio per avere uno stipendio da mandare a casa lasciando nel piccolo paesino veneto la moglie, che quasi non parla italiano, e i 5 figli.

Nel frattempo Speranza è stata ammessa nella classe a tempo pieno, il suo orario prevede quindi che rimanga all’asilo sino alle 16 e che mangi a scuola e deve pagare, anche se con tariffa agevolata viste le difficili condizioni economiche, 50 euro al mese per i pasti. La mamma si rivolge ai servizi sociali del comune per chiedere un aiuto, ma le rispondono che non possono fare nulla. Allora le maestre della scuola escogitano una soluzione: ognuna di loro rinuncerà una volta a settimana al pranzo a cui ha diritto (sul posto di lavoro) e lo cederà alla bambina. E’ un gesto di solidarietà pragmatico, discreto. Aderiscono anche le due collaboratrici scolastiche, è d’accordo l’insegnante di religione che viene una volta a settimana. In un istituto in cui si servono 60 pasti e in cui mangiano 50 bambini, in realtà, le pietanze che ogni giorno avanzano basterebbero per tutti. Ma le maestre vogliono che non ci siano irregolarità e così si arrangiano: un giorno una di loro torna prima, un giorno un’altra si porta un panino, un altro ancora un’altra salta il pasto e dice scherzando che le farà bene alla linea.

Ma qui finisce la storia e inizia la cronaca. A Fossalta di Piave c’è un sindaco alle prese con problemi di bilancio, così deciso a far quadrare i conti da proporre di abbattere i cani senza padrone. “In tempi di crisi – dichiara – quelli che non vengono adottati da una famiglia entro 2-3 anni debbono essere soppressi perché i comuni non sono in grado di poterli mantenere per 10-15 anni”. Per il sindaco “é solo ipocrita l’atteggiamento di chi non si rende conto di come gli animali siano costretti a vivere nei canili” e spiega che a Fossalta l’amministrazione municipale paga 25 mila euro l’anno per mantenere in vita 19 animali. “In questi tempi – conclude – non ce lo possiamo permettere”, e se non si possono sfamare i cani, non si possono nemmeno regalare i pasti ai bambini dell’asilo. Così il sindaco, il leghista Massimo Sensini, informato dai servizi sociali e dalla direttrice, va su tutte le furie. Convoca la direttrice della scuola e le spiega che “è responsabile di una gravissima irregolarità”. Prende carta e penna e scrive di suo pugno una lettera in cui si leggono frasi come questa: “Si sottolinea che il personale (della scuola, ndr.) non può cedere il proprio pasto senza incorrere in un danno erariale per il comune di Fossalta di Piave”. In poche parole, per il sindaco Sensini, le maestre che si privano del pasto per far mangiare una bambina di quattro anni, sono paragonabili a dei ladri che sottraggono al Comune beni di pubblica utilità. La direttrice sottoscrive la decisione e stila un ordine di servizio il cui senso è: “Se questo atteggiamento si ripeterà le responsabili saranno denunciate al provveditorato”. Con questa procedura le maestre rischiano provvedimenti disciplinari e la sospensione dall’insegnamento.

Viene comunicato alla mamma della piccola che deve presentarsi a prendere Speranza alle 12.00 e non più alle 16.00. La bimba è costretta a saltare il tempo pieno e a separarsi dai suoi compagni di scuola, in lacrime.

Sensini non accetta le critiche che gli vengono mosse e soprattutto le accuse di razzismo, “Sono già aiutati dal Comune – puntualizza, precisando che il capofamiglia è un islamico integralista – che ha tagliato il costo del buono pasto da 4 euro e 45 centesimi a 2”. Sostiene di essersi mosso nella vicenda “in punta di piedi”, ma di non poter fare diversamente: “Il 98% dei buoni pasto ridotti viene dato agli extracomunitari perché sono quelli che dichiarano il minor reddito e il maggior numero di figli”. Sostiene anche di essersi speso in ringraziamenti nei confronti delle maestre prima di comunicargli che non potevano cedere il loro pasto. Sostiene, ma la sostanza di una bambina di 4 anni a cui viene negato il pasto rimane. ( Fonte: www.blitzquotidiano.it)

Autore: Riccardi Galli

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