Fini: si perde il pelo, ma non il vizio

Il presidente della Camera e grande avversario di Berlusconi vuole che in Italia sia impedito alle donne musulmane di coprirsi il viso. Un nuovo passo in avanti sulla strada della intolleranza.

 

Richiamando la ‘nuova’ normativa francese, che impedisce l’uso del ‘niqab’, Fini ha detto che quel provvedimento “non soltanto giusto, ma opportuno e doveroso”.

 

L’argomento è riuscito nell’impresa di riavvicinare Fini al Pdl e la Lega Nord ha subito annunciato la presentazione per venerdì prossimo di un provvedimento identico a quello transalpino.

 

Il motivo della ‘proibizione’ avrebbe due diverse origini.  Il primo avrebbe a che fare con ‘la riconoscibilità’ delle persone (ordine pubblico) ed il secondo, come ha spiegato Fini sarebbe “in ragione di un valore della nostra Carta costituzionale relativo alla dignità della donna, che non può essere sottoposta a violenze o a comportamenti indotti da gerarchie diverse rispetto a quelle della legge”. 

 

Mentre sulla necessità di ‘identificare’ le persone la motivazione appare risibile, perchè una legge già esiste, ci sono i documenti di identità e comunque insieme al velo dovrebbero essere proibiti anche i caschi integrali, i passamontagna sulle piste di sci, le mute per subacquei, ecc, sul fronte della dignità delle donne da pochi giorni si è aperta una polemica sulla ‘prostituzione’ in politica e, nonostante alcuni timidi tentativi contro le molestie (chissà perchè chiamate ‘stalking’, utilizzando il termine inglese), dopo anni di tentativi non si è ancora arrivati a varare una legge che punisca realmente le violenze contro le donne.

 

Ancora. In una recente intervista il parlamentare Paolo Guzzanti, ex seguace del premier, ha riferito un ‘simpatico’ invito che durante un convegno di partito gli rivolse Berlusconi: “Paoloooo! hai visto che pezzo di fica dietro di te? Perché non allunghi la mano e non le tocchi il culo?”.

 

In un quadro di questo tipo la volontà di impedire alle donne di religione islamica l’uso del velo sul volto (fenomeno per altro molto poco diffuso in Italia) diventa nuovo carburante lanciato sul già vivace rogo prodotto da razzismo e xenofobia.

 

Si deve tener conto che persino la parola utilizzata da politici e giornalisti per indicare l’indumento ‘incriminato’ è sbagliata. Si usa infatti ‘burqa’, che invece indica un capo d’abbigliamento tradizionale delle donne afghane e che viene indossato indipendentemente dalle prescrizioni religiose dell’Islam.

 

Il ‘niqab’, il termine corretto, è il “velo” della tradizione islamica più ortodossa e copre la figura della donna lasciando scoperti solo gli occhi.

 

Per i credenti di fede musulmana meno legati alla tradizione, il velo, anche quello che copre solo i capelli,  rappresenta una usanza complessa da superare e la discussione tra i fedeli è molto ampia.

 

Tuttavia, anche in Paesi più laici come l’Egitto, si nota come le giovani donne siano sempre più attratte dall’identità religiosa e quindi dal conseguente uso del velo, almeno quello sul capo. Il ritorno al conservatorismo deve essere ricercato anche nella crescente pressione anti islamica che serpeggia in occidente. Contemporaneamente anche in alcune aree cattoliche si notano fenomeni simili e l’intero dibattito sulle ‘radici cristiane’ o la simpatia manifestata da settori della Chiesa verso liturgie sorpassate segnalano la radicalizzazione di uno scontro tra religioni che in realtà ha origini prettamente politiche.

 

Ed anche l’ebraismo utilizza il velo, anche se non nasconde mai il volto, come d’altra parte accade per i cattolici.

Il problema del ‘niqab’ deve essere affrontato con ragionevolezza e non può essere diventare un modo per costruire barriere basate sul falso alibi della difesa della dignità delle donne.

 

Sarebbe interessante chiedersi come mai, per fare un esempio, nella tv italiana è sempre più difficile assistere a spettacoli nei quali la qualità è quasi sempre assente, ma alle donne è richiesto esibirsi (anche quando non è necessario) in abiti ridottissimi.

 

Il presidente della Camera col suo intervento ha mostrato come nella cultura di destra e post fascista il razzismo sia duro da sconfiggere, anche quando si suppone di difendere i diritti.

 

Dov’era Fini quando si candidavano ragazze ‘avvenenti’ nelle liste del Pdl? Non si tratta forse delle diverse facce di una stessa medaglia?

 

La questione del velo non può diventare un modo per colpire i fedeli di religione islamica, cittadini ai quali si vuole anche impedire di disporre di luoghi di culto.

 

Dietro la giusta battaglia contro usanze e comportamenti che avviliscono la persona umana possono nascondersi ben altri intenti e la questione ‘velo’ sembra davvero essere un ‘cavallo di Troia’.

( Fonte: inviatospeciale.com )

 

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