Finanza: dalla parte del manico

Secondo molti governi le banche dovrebbero pagare per la crisi che hanno contribuito a provocare con una tassa ad hoc. Ma gli istituti minacciano di farne ricadere i costi sui clienti. Per questo finora le misure sono state solo simboliche.

 

Il conto della crisi è in arrivo. Dal prossimo gennaio in Gran Bretagna l'iva salirà dal 17,5 al 20 per cento. La Germania sta tagliano i sussidi di disoccupazione, la Spagna ha varato leggi in favore del taglio del personale, il Portogallo sta riducendo le pensioni e la Francia intende posticipare l'età pensionabile per tutti i cittadini.

La maggior parte dei paesi europei fa i conti con un deficit enorme, e l'esempio della Grecia dimostra che la pazienza dei mercati che finanziano il debito non è infinita. Tuttavia è proprio il settore bancario a essere percepito come il principale colpevole della crisi che ha trascinato molti paesi sull'orlo della bancarotta. Non dovrebbero quindi essere le banche a contribuire al salvataggio delle finanze pubbliche che le hanno aiutate a sopravvivere?

 

Il problema è che ogni governo ha un'opinione diversa sull'argomento. L'unico elemento condiviso all'ultimo summit del G20, dove si sono incontrati i rappresentanti politici delle più grandi economie del mondo, è l'intenzione di lasciare ogni paese libero di agire come meglio crede. Il primo ministro canadese Stephan Harper, rappresentante di un paese che è riuscito a oltrepassare la crisi senza danni, ha chiarito fin dall'inizio che non intende appoggiare nessun progetto di tassa globale per le banche. I cinesi, che non vogliono mettere ulteriore pressione alle loro banche nazionali, hanno fatto lo stesso.

 

Dalla parte opposta della barricata ci sono paesi che hanno dovuto salvare le loro banche e ora hanno bisogno di ridurre il deficit nazionale. Si tratta innanzitutto degli Stati Uniti, della Germania, della Gran Bretagna e della Francia. Per non intaccare la competitività dei rispettivi settori finanziari leader come Angela Merkel o David Cameron gradirebbero naturalmente l'introduzione di una tassa globale identica per tutti i paesi. In questo modo sarebbe scongiurato il trasferimento di capitali da un paese all'altro per sfuggire alla nuova tassa. Il partito a favore della nuova imposta appare però debole, se non altro perché i paesi che ne fanno parte, nonostante siano uniti dalla volontà di tassare le banche, non sono necessariamente d'accordo su come spendere il denaro ricavato dalla tassa.

 

Barack Obama vuole semplicemente recuperare i cento miliardi di dollari (76,5 miliardi di euro) spesi per salvare il settore azionario in difficoltà. Negli Stati Uniti la nuova tassa verrebbe applicata soltanto alle istituzioni più grandi e a seconda del loro profilo operativo. In questo modo le banche coinvolte negli investimenti ad altro rischio pagherebbero più delle altre. Il progetto è stato però bocciato dal Congresso, e i Democratici sono stati costretti a sacrificarlo per portare avanti la nuova regolamentazione del settore finanziario.

 

Il nuovo primo ministro britannico ha scelto un approccio diverso. Cameron è infatti convinto che le banche dovrebbero contribuire a risollevare le finanze pubbliche, in un paese dove il deficit ha raggiunto livelli paragonabili a quelli della Grecia. La recente manovra economica del governo britannico ha introdotto una nuova tassa calcolata in base allo stato patrimoniale complessivo delle diverse banche, che dovrebbe raccogliere un miliardo di sterline quest'anno e tra i 2 e i 2,5 miliardi di sterline annui a partire dal 2011. I ricavati andranno direttamente in bilancio e serviranno a dimostrare ai cittadini britannici che i sacrifici toccano a tutti.

Soluzione svedese

 

La Germania vorrebbe introdurre una tassa simile per incassare 1,2 miliardi di euro all'anno. Piuttosto che spendere i fondi, però, Merkel ha proposto di metterli da parte per creare uno speciale "fondo di stabilizzazione", una sorta di polizza assicurativa nel caso ci fosse un'altra crisi del settore bancario. In questo modo il denaro per rimettere in piedi le istituzioni finanziarie in difficoltà non verrebbe prelevato dalle tasche dei cittadini. Il fondo sarebbe inoltre protetto dalle interferenze della politica e non potrebbe essere usato in nessun altro modo. A dirla tutta non si tratta di un'idea tedesca, ma dell'imitazione di una soluzione introdotta in Svezia nel 2009.

 

Sono proprio gli svedesi i campioni della nuova tassa per le banche. Stoccolma intende portare il fondo di stabilizzazione fino al 2,5 per cento del pil entro i prossimi 15 anni. Ogni anno le maggiori banche di Svezia versano per la causa diverse centinaia di milioni di corone ciascuna. I politici svedesi hanno promosso il loro modello a livello internazionale, e secondo loro l'importo della tassa è abbastanza piccolo da non indebolire le banche e abbastanza grande da accumulare nel tempo una somma sostanziosa. Tuttavia i più critici puntano l'indice contro la debolezza principale del sistema: l'importo da versare è calcolato in base al fatturato di una banca all'interno della Svezia, mentre le operazioni internazionali non vengono considerate. Di conseguenza le istituzioni impegnate soprattutto sul mercato interno, dove le operazioni ad alto rischio sono tradizionalmente evitate, pagano più delle loro concorrenti che hanno investito molto nei paesi baltici e per questo hanno registrato le perdite maggiori.

 

Nonostante tutto, però, la Commissione europea si è schierata a favore della soluzione svedese. Bruxelles sta cercando di coordinare i provvedimenti presi dai governi degli stati membri per evitare di arrivare a una situazione in cui ogni paese ha una diversa tassa per le banche. La Commissione vorrebbe che tutti i membri dell'Unione creassero un complesso di fondi di stabilizzazione in grado di incassare fino a 50 miliardi di euro all'anno. In questo modo ognuno degli stati dell'Unione europea avrebbe una polizza assicurativa in caso di un'altra crisi bancaria e al contempo tutte le istituzioni finanziarie dell'Ue sarebbero trattate allo stesso modo.

 

Sfortunatamente, tutti coloro che credono che costringere le banche a risparmiare denaro per i tempi di magra serva a evitare una nuova crisi potrebbero restare parecchio delusi. Le imposte sono infatti largamente simboliche. La Germania, per esempio, prevede di racimolare poco più di un miliardo di euro all'anno, quando fino ad oggi il salvataggio della tedesca Hypo Real Estate è già costato da solo più di cento miliardi. I fondi di stabilizzazione dovrebbero operare per diversi decenni prima di essere in grado di sventare una minaccia reale.

 

"Per adesso tutta la faccenda è stata poco più che una manovra populista. I governi vogliono convincere l'opinione pubblica che anche le banche stanno pagando per la crisi, ma date le dimensioni delle somme in questione non si può parlare di una reale tassazione del sistema finanziario", sostiene Piotr Kuczyński, analista dell'agenzia di consulenza finanziaria polacca Xelion. La verità è che le banche hanno tra le mani un'arma molto potente: se vogliono possono semplicemente scaricare sulle spalle dei clienti i costi accessori.

 

Per questa ragione i paesi che hanno deciso di istituire una nuova tassa per le banche stanno mantenendo le cifre a un livello appena percettibile per il settore. Le banche, infatti, hanno il vantaggio di non essere facilmente rimpiazzabili. Non ci sarà ripresa globale fino a quando il settore finanziario rifiuterà di mettersi in gioco. Le banche lo sanno e hanno fatto chiaramente capire ai governi che è meglio non cominciare una guerra con loro. E il messaggio è arrivato forte e chiaro. ( Autore:Cezary Kowanda/ Traduzione di Andrea Sparacino/ Fonte: presseurop.eu)

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