" Felicità e benessere: la definizione di un nuovo paradigma economico" di Gianfranco Bologna

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

http://www.greenreport.it/_new/immagini/nrm/2012_05_4_15_11_30.jpgIl 2 aprile scorso, presso le Nazioni Unite, a New York, si è tenuto un interessante high-level meeting sul tema "Happiness and Well-being: Defining a New Economic Paradigm" ("Felicità e benessere: la definizione di un nuovo paradigma economico"). Il meeting segue una risoluzione della stessa Assemblea generale delle Nazioni Unite del 2011 che, tra le altre cose, fa presente che l'indicatore del prodotto interno lordo (PIL) "non riflette adeguatamente la felicità e il benessere della popolazione in un paese". 

Tale risoluzione e lo stesso meeting del 2 aprile è stato voluto da diversi paesi, in primis il Butan, il paese himalaiano che per primo, sin dagli anni Settanta, ha introdotto una nuova misura per la prosperità nazionale, focalizzata sul benessere delle persone piuttosto che sulla produttività economica. Questo indicatore, definito Gross National Happiness (GNH), il prodotto lordo della felicità, pur nascendo in un paese permeato da una profonda cultura spirituale e buddista, è stato poi precursore del dibattito, ormai diffuso a livello planetario, sui chiari ed evidenti limiti del ben noto PIL come indicatore realmente in grado di misurare il benessere e la ricchezza di un paese e di un popolo.

Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, presente al Meeting, ha giustamente ricordato che già dal rapporto Brundtland (il rapporto "Our Common Future" pubblicato nel 1987 dalla Commissione Internazionale indipendente su Ambiente e Sviluppo che avviò la strada alla Conferenza ONU Ambiente e Sviluppo di Rio de Janeiro del 1992 e così chiamato dal nome della presidentessa della Commissione, allora primo ministro della Norvegia, Gro Harlem Brundtland) si faceva presente la debolezza della valutazione della ricchezza di un paese attraverso il PIL, ed il ricco lavoro prodotto per cercare di andare oltre il dominio culturale del PIL, avutosi negli anni successivi e passato attraverso l'Human Development Index, prodotto sin dal 1991 dal Programma delle Nazioni Unite sullo Sviluppo (United Nations Development Programme, UNDP) nei suoi rapporti annuali "Human Development" per giungere al progetto "Beyond GDP" della Commissione Europea, del Parlamento Europeo, dell'OCSE, del Club di Roma e del WWF, al progetto OCSE "Measuring Progress of Societies" ed alla Commissione per la misura della performance economica e del progresso sociale, voluta dal presidente francese Sarkozy con ben 5 premi Nobel per l'economia tra i suoi membri (più nota come Commissione Stiglitz, proprio dal nome del premio Nobel per l'Economia, Joseph Stiglitz).

In questo quadro assume un particolare significato l'imminente Conferenza ONU sullo sviluppo sostenibile che avrà luogo a Rio de Janeiro nel prossimo giugno (vedasi www.uncsd2012.org) i cui lavori negoziali stanno procedendo molto faticosamente (proprio in questi giorni si è avuta a New York un importante sessione negoziale in merito). L'opportunità che la Conferenza di Rio ci offre per dettare un'agenda importante mirata ad impostare una nuova economia ed una nuova governance istituzionale internazionale per rendere concretamente applicabile la sostenibilità, non può essere più dilazionata.

Ban Ki-moon, nel suo intervento, ha ricordato il rapporto dell'High Level Panel on Global Sustainability (che è stato reso noto proprio agli inizi di quest'anno con il titolo "Resilient People, Resilient Planet: A future worth choosing", scaricabile dal sito del Panel www.un.org/gsp ).
Ricordo che il Rapporto afferma che le motivazioni relative al fallimento della mancanza di volontà politica per l'attuazione dello sviluppo sostenibile deriva dal fatto che il concetto stesso di sviluppo sostenibile non è stato incorporato nel mainstream del dibattito politico economico a livello nazionale e internazionale e che la maggioranza dei decision makers economici considerano lo sviluppo sostenibile come estraneo alle loro responsabilità per la gestione e l'attuazione delle politiche economiche.

Il Panel fa presente che la comunità internazionale ha ormai bisogno di una nuova politica economica basata sulla sostenibilità.
I lineamenti di una nuova politica economica sono stati in questi decenni ben individuati da tanti studiosi che da tempo si occupano di economia ecologica e scaturiscono da avanzamenti conoscitivi e applicativi che possono realmente permetterci di imboccare una nuova strada, alternativa all'attuale.

Il rapporto prevede 56 raccomandazioni che costituiscono una base molto valida ed interessante per dare maggiore consistenza a quello che sarà il testo finale da approvare alla Conferenza di Rio. Ban Ki-moon ha ricordato che tra le 56 raccomandazioni vi è quella che indica l'importanza di stabilire un Indice per lo Sviluppo Sostenibile o un set di indicatori in grado di fornire la misurazioni dei progressi verso società sostenibili.

Il Panel ha anche ricordato che mentre la prosperità materiale è certamente importante essa è ben lontana da determinare da sola il benessere di una società.
In occasione del Meeting è stato presentato il primo rapporto mondiale sulla felicità, intitolato "World Happiness Report" e curato dai noti studiosi John Helliwell, Jeffrey Sachs e Richard Layard (il rapporto è scaricabile sia dal sito dell'Earth Institute della Columbia University diretto da Jeffrey Sachs http://www.earth.columbia.edu che dal sito di Action for Happiness www.actionforhappiness.org ).

Il rapporto cerca di approfondire il contenuto del concetto di felicità sottolineando i grandi problemi che stanno attraversando le nostre società e dei perché sia sempre più necessario adottare stili di vita e tecnologie che promuovano ed incrementino la felicità umana e riducano la nostra distruzione dei sistemi naturali, approfondendo le misure della felicità che sono attualmente in uso nei diversi paesi del mondo, analizzando se queste misure sono in grado di provvedere valide informazioni circa la qualità della vita tanto da poter essere utilizzate come guida per i decisori politici e facendo il punto su almeno 30 anni di ricerche in questo campo.

I fattori che entrano in gioco nella valutazione della felicità sono molti e vanno da quelli più standard, quali il proprio reddito, il lavoro, la comunità in cui si vive, gli strumenti di governance, i valori, il credo religioso a quelli più personali quali la salute fisica e mentale, la dimensione, le relazioni e le esperienze familiari, quelle educative, di genere e di età. Vengono analizzati tutti questi fattori e la loro importanza in diversi contesti, vengono discusse le implicazioni politiche dei risultati delle ricerche sulla felicità e delle misurazioni sin qui intraprese nei vari paesi. Il PIL pur essendo considerato un indicatore utile ma parziale e limitato certamente non copre altri ambiti dove la stabilità economica è minacciata, la coesione delle comunità distrutta, la vulnerabilità non viene ostacolata, gli standard etici sacrificati o il sistema climatico ed i sistemi naturali sono messi a rischio.
Mentre i valori standard del vivere sono essenziali per la felicità, una volta garantiti nei loro livelli di base, si può riscontrare che vi è più felicità grazie alla qualità delle relazioni umane rispetto all'incremento del reddito. Non è solo la ricchezza a fare un popolo felice, ma un mix in cui la libertà politica, le forti connessioni sociali e l'assenza di corruzione, sono presenti. A livello individuale, una buona salute fisica e mentale, la sicurezza del lavoro e delle buone relazioni familiari sono cruciali per il livello di felicità.

Il rapporto indica, in base ad alcune misurazioni combinate di vari fattori importanti per la felicità che, in una scala da 0 a 10, i paesi più "felici" sono tutti nell'Europa settentrionale (Danimarca, Norvegia, Finlandia, Olanda), i paesi dove si è meno felici sono tutti paesi poveri dell'Africa sub-sahariana (Togo, Benin, Repubblica centr-africana, Sierra Leone).
Questo argomento costituisce un tema centrale per il futuro di tutti noi ed è strettamente connesso alla possibilità di essere capaci, con urgenza, di costruire una nuova economia.

Fonte: greenreport [scheda fonte]

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