Famiglie in "crisi" e partiti "a gonfie vele"

Maggioranza ed Opposizione; Centro-Destra e Centro-Sinistra; Destra e Sinistra; Arco Costituzionale; sono semplici ingredienti del vocabolario o, nei fatti, riconducono a "comportamenti" davvero "diversi"? Il Centro, almeno ai "non addetti ai lavori", sembra solo il luogo fisico attraversato da deputati e senatori in occasione della loro (ormai "naturale") transumanza.

Sono "confusi" molti cittadini, e prossimi "elettori", tanto da provare perfino a rileggersi la storia della Prima Repubblica, che si "confonde", al di là delle date, con la Seconda...

Volendo parlare, poi, di Terza Repubblica, bisogna emigrare (storicamente) in quella francese o in quella cecoslovacca... che forse i giovanissimi non ricordano neppure (si ri-divise in 2, il 1º Gennaio 1993, dopo il crollo dell'Unione Sovietica, producendo la Repubblica Ceca e la Slovacchia).

E nei bar, dopo qualche bicchiere, torna il vecchio adagio: "Cambiano i suonatori, ma la musica è sempre la stessa...". Tanto che l'entusiasmo, in Lombardia, per il Federalismo sembra davvero "minuscolo" rispetto a quello della Rivoluzione di velluto. Con la musica che resterà sempre quella!

Intanto c’è una proposta di legge per cui PD e PdL hanno trovato (magicamente?) l’accordo al "primo colpo". Si tratta di un disegno presentato dal tesoriere PD, al secolo Ugo Sposetti, e che è stato immediatamente "sottoscritto" dai parlamentari di Maggioranza e Opposizione. Il provvedimento mira a raddoppiare il finanziamento ai partiti, ed è già stato inserito nell’ordine del giorno della Commissione Affari Costituzionali della Camera.

Questa "manovra" (di cui non sono certo invasi i 'media' asserviti al 'sistema') potrebbe portare nelle casse dei partiti poco meno di 200 milioni di euro, grazie alla "revisione" (naturalmente verso l’alto) del "meccanismo" di rimborsi elettorali previsto attualmente.

Solo l'IdV ed il Sindaco di Firenze, Matteo Renzi, si sono detti esplicitamente "contrari" alla proposta di Sposetti. In particolare, è stato contestato il punto che prevede per i partiti la possibilità di duplicare i finanziamenti pubblici, sdoppiando l’attività tra organizzazione del consenso e attivazione di fondazioni, che curerebbero la formazione politica e le iniziative culturali, naturalmente con i soldi dei cittadini e con una rendicontazione delle spese molto "semplificata".

Facciamo un po’ di storia sul finanziamento pubblico ai partiti, che risale al 1974, allorché venne introdotto dalle Legge-Piccoli. Si trattava di una normativa introdotta per favorire le forze capaci di avere una rappresentanza in Parlamento, contro le forze extra-parlamentari, che, nella stagione dei “movimenti”, avevano raggiunto una capacità di organizzazione del consenso equiparabile (e in qualche caso perfino "superiore") ai partiti "tradizionali".

La normativa, voluta dall’ex segretario DC (nonché Ministro delle Partecipazioni Statali) fu oggetto di numerosi disegni referendari abrogativi, ma si dovette attendere Tangentopoli perché, con la consultazione pubblica, nell’Aprile 1993, venisse abolito, con ben il 90,3% dei voti.

Ma fu la fine di un vecchio "principio"; infatti, "aggirando" la volontà popolare, già nel Dicembre dello stesso 1993, il Parlamento mise mano alla legge sui “contributi per le spese elettorali”, creando una normativa che garantisse una nuova (e pronta) fonte di finanziamento, derivante dai rimborsi. In questo modo, già in occasione delle elezioni politiche del 27 Marzo 1994 vennero erogati finanziamenti (allora in lire) pari a 47 milioni di euro.

Nel 1997 viene introdotta la legge “Norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici”, che prevedeva la possibilità per i contribuenti di destinare il 4 per mille dell'imposta sul reddito al finanziamento di partiti e movimenti politici, senza però poter indicare a quale compagine deve andare il contributo. Il provvedimento non ottiene riscontri significativi: i cittadini preferirono destinare il 4 per mille altrove. Ciò nonostante, il "tetto" delle contribuzioni venne "alzato", con una norma transitoria a 82,6 milioni di euro.

Nulla poterono i comitati radicali, che fecero "appello" contro il tradimento dell’esito del referendum: la Corte Costituzionale negò la stessa possibilità del ricorso. In compenso, viene introdotto l’obbligo per i partiti di redigere un bilancio per competenza, il cui "controllo" è affidato alla Presidenza della Camera, che ne dovrebbe "dettagliare" sia lo stato patrimoniale che il conto economico. Alla Corte dei Conti, poi, spetterebbe, invece, la vigilanza sul rendiconto delle spcifiche spese elettorali.

La "pugnalata alle spalle" definitiva dello spirito referendario venne inferta però dal Governo D’Alema, con la legge 157 del 1999, denominata “Norme in materia di rimborso delle spese per le consultazioni elettorali e referendarie”. Si ritornò, a tutti gli effetti, ai metodi della Legge-Piccoli: il "rimborso" venne reso del tutto "indipendente" dalle spese effettivamente sostenute durante la campagna elettorale da parte del candidato.

La legge fissa 5 fondi, rispettivamente per le elezioni Europee, Regionali, per i referendum, per la Camera e per il Senato. L’erogazione è annuale, mentre il "tetto" per legislatura politica "completa" (da interrompere in caso di fine anticipata della legislatura) è fissato in quasi 200 milioni (193.713.000) di euro.

La normativa entra in vigore con le elezioni del 2001, sancendo la condizione eccezionale di un Paese che, abrogando il finanziamento ai partiti, riesce in 7 anni a quadruplicarlo.

Nel 2002, poi, si stabilisce che il quorum per accedere al rimborso elettorale non dev’essere del 4%: basterà l’1%. Come funziona il meccanismo? Semplice, per ogni italiano viene erogata a ciascuna tornata elettorale la somma di 1 euro, che poi viene ripartita in ragione della percentuale di consensi ottenuta da ciascuna compagine che si presenta alle elezioni.

Nel 2006, quindi, si abbatte l’ultimo "ostacolo": se fino a quell’anno l’interruzione della legislatura determinava la mancata corresponsione del compenso dovuto per gli anni successivi, ora invece il rimborso è dovuto per tutti i 5 anni della legislatura, in maniera assolutamente indipendente dalla sua "reale" durata. E così il meccanismo "impazzisce" (a tutto "vantaggio" della classe politica).

Prendiamo l’esempio del 2008, allorché il Governo Prodi va in "crisi": per i partiti è una festa, perché percepiscono sia le quote della XV che quelle della XVI legislatura. E se nel quinquennio in corso avvenisse un’altra "caduta", tale da determinare le elezioni anticipate, l’effetto si triplicherebbe, con partiti non più esistenti che continuerebbero a percepire compensi e formazioni che, con solo l’1% dei voti, porterebbero a casa 3 volte tanto.

Andiamo ora a misurare in soldoni il risultato di questa “febbrile” attività legislativa intorno ai compensi elettorali. Al lordo degli effetti della proposta legge Sposetti, i partiti, secondo i dati pubblicati dalla Corte dei Conti, hanno documentato spese elettorali per 579 milioni di euro, nel periodo 1994-2008. Ma, come "rimborso" delle stesse, hanno intascato una cifra "multipla" pari a 2,25 miliardi di euro.

I partiti hanno dunque ottenuto una "differenza", sottratta illegittimamente alle tasche degli italiani, di 1,67 miliardi di euro. La cifra equivale, tanto per fare un esempio, al risparmio previsto dalla cosiddetta “Legge di stabilità” che il ministro Tremonti ha disposto per il prossimo triennio. La manovra è infatti di 1,43 miliardi di euro per il 2011, di 200 milioni per il 2012 e di 191 milioni per il 2013.

Senza la "truffa", senza mezzi termini, dei partiti a danno delle tasche degli italiani, non ci sarebbe stato bisogno di versare 1 solo euro. E se, oggi, i candidati-Sindaco possono sperperare in spese faraoniche per le proprie campagne elettorali, lo fanno perché, sebbene le amministrative locali a oggi siano "fuori" da questo meccanismo, le tasche dei loro partiti sono già state rimpinguate all’inverosimile, sempre a spese dei cittadini.

Ogni volta che andiamo a votare, gli italiani pagano dunque 2 volte: lo Stato, per i costi "effettivamente" sostenuti, ed i partiti, secondo un "tariffario" che nulla ha a che vedere con gli oneri "reali", mentre serve, in realtà, a mantenere i costi di tutto l'apparato, opportunamente "inamovibile", foraggiando la classe parassitaria che fa politica di professione, nessuno escluso (e viene in mente la nota frase dell'imperatore Vespasiano: "Pecunia non olet").

Le conclusioni le lasciamo al lettore….

( Fonte: www.milanoweb.com)

Autore: Andrea Dusio

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